Di Mauro Grimoldi
In una sentenza per stupro di una ragazzina di 14 anni da parte del patrigno quarantenne è stata eliminata della Cassazione l’aggravante per le “modalità innaturali del rapporto, (…) tali da compromettere l’armonioso sviluppo della sfera sessuale della vittima” sostenendo che, non essendo la vittima più vergine “fosse più sviluppata di quanto si potrebbe ritenere alla sua età”.
Conduco ormai con una certa regolarità e da quasi dieci anni gruppi di adolescenti che commettono abusi sessuali. Si tratta di un ruolo delicato che come psicologo ho preferito ad altri più “tranquilli” come il lavoro svolto comodamente in studio, dietro un’elegante chaise longue.
Le motivazioni della sentenza della Cassazione sembrano un eco delle parole di certi adolescenti abusanti prima del lavoro psicologico. I ragazzi che rubano il piacere lo fanno solo quando e perché sono convinti di trovarsi di fronte a ragazze che “ci stanno con tutti, basta chiedere” o che comunque “lo avevano già fatto prima, sono fatte così…”. Si tratta di persone svalutate dal gruppo sociale perché troppo “facili”, e quindi non hanno più il diritto di dire “no”.
Il che rende legittimo eseguire un’operazione terribile, che è la trasformazione di una persona in una sorta di giocattolo: non c’è più una persona ma un oggetto. Si tratta di dividere il mondo femminile in due categorie, quello delle ragazze che non valgono niente e quello delle ragazze che valgono qualcosa. Il sesso si può chiedere alle bambine-giocattolo perché queste appartengono al gruppo, che le cerca solo per quello, privandole di qualunque stima e rispetto.
Lavoriamo solo per questo, per fare capire che stupro non necessariamente coincide con il concetto di violenza fisica, ma con qualcosa di più sottile. Qualche volta si ottiene anche un più o meno incerto assenso al rapporto sessuale, che spesso è di gruppo. La letteratura psicologica e l’esperienza di gruppi come il CBM a Milano, Telebimbo a Brescia, il Telefono Rosa a Torino ci insegnano che esiste una precisa correlazione tra disagio e comportamenti sessuali precoci e promiscui. Se si viene violentate da piccole quando si diventa appena più grandicelle si userà il sesso come riscatto, nella profonda convinzione di non valere nulla se non per il piacere che si è in grado di offrire. E’ una condizione assai triste. L’età delle vittime dei ragazzi di solito oscilla tra gli 11 e i 14 anni, ma l’età degli abusi intrafamiliari, di gran lunga i più frequenti è ben più precoce.
Il fatto è questo: loro, i minori abusanti, sanno benissimo che si stanno approfittando di una persona debole, spesso poco più che una bambina che usa il suo corpo per qualcosa che ha a che fare con la solitudine, che lei sta male, che è strana. Sanno che il piacere c’entra poco o più spesso niente con questa faccenda.
Nonostante la giovane età, nonostante la povertà culturale e sociale così spesso presenti nella loro vita, questi adolescenti capiscono che si stanno approfittando di una persona debole. Sanno anche, certo, che conviene fare finta di niente e godere di questo sconto sulla fatica di procurarsi un sesso più condiviso, in tempi in cui il sesso è un simbolo di status oltre che di piacere.
E’ difficile, eppure fondamentale per la loro crescita emotiva e sessuale aiutarli a capire cosa c’è di sbagliato, anche se non c’è stata violenza nel costringere una quasi-bambina a giochi che ha imparato chissà dove e chissà quando e per volontà di chi.
Dunque anche nei gruppi di abusanti come per la sentenza 6329/06 della Terza Sezione della Cassazione il passato della vittima rende più lecito approfittarsene.
I ragazzi hanno però paura, sono sotto giudizio, e quindi più giustificati. Forse la nostra legge rappresenta una società che dei suoi mali nulla vuole sapere, che se ne frega di conoscere le ragioni di un malessere, quello di una giovanissima ragazza che è diventata una vittima predestinata, magari al limite bollando come mostro, drogato o pazzo l’abusante e gettando via la chiave metaforica della sua cella, che è comunque un’altra facile alternativa per posizionare il male da una parte o dall’altra, e rimanere sempre puliti, noi bravi cittadini a cui queste cose non succedono.
Eppure c’è qualcosa di più inquietante e pericoloso in questa storia.
Di questi tempi il totalitarismo si esprime in maniere subdole. Ad esempio la scienza, la biologia, la medicina sono i nostri nuovi profeti, i nostri guru. Non ci sogneremmo mai di mettere in dubbio la Parola di chi ci parla con il linguaggio della scienza, anche della scienza del corpo. Essa, la misurazione che porta alla diagnosi e alla cura benefica è la nostra fede.
Dunque niente di male a misurare e quantificare chiunque, anche la vittima di un reato. Non era vergine. Poteva essere anche di colore, o handicappata, o incinta, o portare i jeans. Misurazioni. Obiettività incontrovertibile e rassicurante, che mette ordine nella confusione delle cose, che fortuna.
In ogni caso condizioni lasciamo ci parlino di lei, della vittima, che ce la raccontino nei suoi vizi e nelle sue virtù, fino a farci un’idea di chi è, che cosa fa, cosa sente, un giudizio morale alla fine basato su queste osservazioni empiriche, senza commenti, senza aggiunte.
Dunque, come pere magia il dato empirico, tecnomedico, la rottura dell’imene della giovanissima vittima, porta a fare delle deduzioni, peraltro di un’ingenuità infantile. La vittima è svalutata, ci sta, e allora….
Qui avviene la vera mostruosità: il giudizio biologico e morale sulla vittima trasformano il reato e quindi cambiano la posizione di chi quel reato ha compiuto. Sarebbe già grave valutare un gesto in base a chi lo compie (e infatti è vietato). Valutare il reato come meno grave in base a una caratteristica biologica della vittima è la porta di ingresso alla divisione del mondo in buoni e cattivi, bianchi e neri, uomini e donne, persone che meritano giustizia e gente che ne può fare a meno. E tante grazie.
Mi domando quanto siamo sicuri che ci piaccia vivere in un mondo in cui l’entità di un danno subito in un’aggressione in una violenza viene riparametrato in base ai comportamenti tenuti da una vittima peraltro giovanissima, al limite giuridico della capacità di intendere. Conviene, pare, essere brave mediocri persone e vivere una vita il più possibile normale. Se stai male, se hai vissuto un’esistenza di merda di violenza e sopraffazioni e a nove o dieci anni ti senti viva solo quando i ragazzi ti cercano, stai attenta: se qualcuno ti fa del male avrai tu un po’ di colpa. Cara futura vittima, sappilo, peseremo sulla bilancia della giustizia se sei stata brava e se sei fisicamente integra o comunque come decidiamo noi e decideremo infine tutti insieme se sei degna di essere adeguatamente protetta.
Vergogna.










