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Segnalazioni Tags | Luigi D'Elia, Matteo Caccia, Mauro Grimoldi, Piera Serra, Psicosignorina, Radio 2

Psicosignorina. Amnesia su Radio 2. Tra psicoterapia e spettacolo.

Posted on 10 Marzo 2009 by Luigi D'Elia

SEGNALAZIONE

Buongiorno, mi chiamo Maria Grazia Sordi, psicologa e psicoterapeuta.
Proprio questa mattina (2/3/09) su radio 2 alle ore 12,00/12,30,

(Amnesia:http://www.radio.rai.it/radio2/podcast/lista.cfm?id=2770)

Matteo Caccia annuncia l’ospite:la propria psicoterapeuta (se non erro la chiama psico-signorina) e una seduta in diretta… Tiene a precisare che non si tratta di un bluff…
La psico-signorina, presa la parola, tiene a precisare che,in realtà, c’è differenza tra la seduta odierna e le solite sedute…perché di solito hanno una durata di 50 minuti,mentre il programma radiofonico no!
vedete voi. credo che il programma possa essere riascoltato andando sul sito di radio 2. http://www.radio.rai.it/radio2/podcast/lista.cfm?id=2770

Cordialmente, Maria Grazia Sordi

PARERI DEI NOSTRI ESPERTI

La psicoterapia può essere nella vita di una persona una carta essenziale da giocare. Ben vengano quindi le iniziative atte a farla conoscere al pubblico.
Vero è tuttavia che la divulgazione della psicoterapia è cosa molto difficile e ancor più lo è la sua dimostrazione pratica.
Ci hanno provato registi anche di alto livello da Hitchcock a Moretti. Innegabile il valore artistico della rappresentazione del legame terapeutico e, insieme, ardentemente passionale tra il bellissimo cliente che ha perso la memoria e la sua affascinante psichiatra che per lui svolge indagini da detective (Io ti salverò) o della routine professionale di uno psicologo interrotta da una richiesta di aiuto a domicilio di un cliente, richiesta che innesca la sequenza che conduce alla tragedia (La stanza del figlio). Tuttavia, per gli addetti ai lavori le rappresentazioni filmiche della psicoterapia appaiono per lo più insufficienti, forse perché non possono rendere appieno il significato delle interazioni e il loro registro metaforico; infatti, finiscono poi per lo più per assumere un senso da avvenimenti anomali per una vera psicoterapia, come la trama poliziesca o la stessa visita a domicilio, per non parlare degli innumerevoli innamoramenti del terapeuta o del cliente in film comici o tragici.
Ebbene, il conduttore della trasmissione che ci viene segnalata compie un tentativo di rappresentazione della psicoterapia diverso. Annuncia un intento coraggioso e anche generoso: trasmettere al pubblico una seduta della sua stessa psicoterapia, invitando in studio la psicoterapeuta. Assicura di essere pronto a dimostrare che si tratta di un’autentica seduta, non di una simulazione.
“Di lavoro io racconto me stesso”, dice il conduttore-paziente e risponde alle domande della psicoterapeuta, domande del tipo: “Che cos’è per te la paura?” ecc. Descrive alla terapeuta le proprie sensazioni e percezioni intime, sogni e libere associazioni. Ma la sua voce è evidentemente modulata ad arte come si addice a uno spettacolo, tanto che viene a un certo punto accompagnata da un sottofondo musicale, una canzone. E, terminata la performance del conduttore-paziente, la stessa canzone prosegue senza soluzione di continuità per un paio di minuti.
Dov’è l’errore? Il punto è che vengono violate quelle regole del setting che caratterizzano come tali le psicoterapie delimitando un luogo consacrato alla relazione terapeutica. Uno spazio esclusivo per cliente e terapeuta al quale ogni altra persona può essere ammessa solo per esigenze terapeutiche. Un momento dedicato alla cura, garantito da interferenze di enti terzi: la spettacolarizzazione della seduta finisce inevitabilmente per condurre alla strumentalizzazione della terapia ai fini dell’emittente che l’ospita perché ciò che avviene in “terapia” deve servire a fare spettacolo.
Ben comprensibile quindi e condivisibile la critica della segnalante: dalla spettacolarizzazione consegue una banalizzazione del disturbo psichico e della sua cura.

Piera Serra

Registrare una seduta è capitato a molti psicologi. Alcuni di noi tuttavia, consapevoli delle problematiche relative alla privacy, al rapporto di fiducia con il paziente, alla presenza di un “terzo” non meglio identificato nello studio -l’apparecchio per registrare, dietro il quale ci possono essere molti fantasmi- sentono un vago senso di colpa quando si trovano in questa situazione.
In effetti lo spazio, il tempo, la relazione si dilatano e c’è anche concreto il rischio che si disintegrino per lasciare spazio ad un palcoscenico che trasforma la seduta in qualcosa di altro; ci vuole un movente ben preciso per avallare questa potenziale disintegrazione e tutti i problemi di deontologia professionale e presentazione del lavoro psicologico ad essa connessi.
Ci giunge una articolare segnalazione riguardante la puntata di una trasmissione radiofonica scaricabile su http://www.radio.rai.it/radio2/podcast/lista.cfm?id=2770.
Si tratta della storia (vera) di Matteo Caccia, al secolo giornalista, che ha perduto da circa un anno la memoria, e per cui quindi “tutte le cose sono quindi fatte per la prima volta”. E’ una strana storia, curiosa e intrigante. Nella puntata del 2 Marzo Matteo si confida con la psicosignorina. Ovvero: ha convinto la sua psicoterapeuta a simulare un colloquio -o meglio un “assaggio” di un colloquio, dati i tempi della trasmissione- in diretta.
Ovvio che non vi sia alcun problema di privacy, poiché è il paziente a chiedere la partecipazione mediatica allo psicologo. Con quali fantasie connesse, è mestiere della collega scoprirlo. Per la collega Rossi, un’apparizione su Radio2 deve essere apparsa interessante.
L’ascolto del programma è da consigliare, la trasmissione incuriosisce, e anche la divulgazione del colloquio in questo caso fa storcere il naso solo ai più bacchettoni tra gli appassionati di deontologia professionale. A noi, insomma, la cosa non è dispiaciuta. Tuttavia due sensazioni dominano e sono connaturate e inevitabili con la trasmissione di un colloquio clinico in radio. La collega Rossi era brava, seria, non ha fatto una gaffe né detto banalità, magari fosse così con i più noti divulgatori televisivi del verbo psicologico. Rossi: brava. Ma allora perchè il colloquio non “buca” la radio, non riesce a convincerci, perché ci arrivano segnalazioni dai colleghi?
Riascolto seguendo le mie sensazioni, sempre soggettive. Ciò che si fa in un caso così non somiglia in effetti ad una seduta, e non perché la collega sia meno che ottima. Tuttavia quando il conduttore porta l’argomento sulla paura dell’immersione in acqua si dedica ad una romanzata -e con ogni probabilità preparata- descrizione poetica dei suoi vissuti. Con dignità la collega dipana la difficile e poco spontanea matassa della richiesa di parere su questa fantasia.
Il tutto il quattordici minuti, durante i quali ascoltiamo la sigla, la storia di Matteo, due brani musicali (non per intero), l’idea di questa puntata, la lunga fantasia di Matteo sull’acqua. La collega Rossi deve condensare il suo intervento in un paio di battute, peraltro piene di buon senso e di correttezza professionale.
Quale dunque il problema? Il problema sta non nell’emittente dell’informazione, nella collega Rossi o nel conduttore/paziente Matteo, ma in chi ascolta, che ritiene -sbagliando- di avere assistito ad un brano di un vero colloquio psicologico. Forse ci si deve rassegnare: il setting è quello di uno spettacolo, e anche se si presenta uno psicologo, non riesce a trasformare quel luogo in uno studio, lo spettacolo in colloquio clinico. Entrare nel sacro tempio dove la relazione guarisce non è purtroppo così semplice. Rimane da discutere se sia in fondo corretto avvalorare come psicologi la confusione che si crea nell’ascoltatore tra spettacolo e la realtà della terapia psicologica, che difficilmente entra in un contenitore che sarà sempre, purtroppo, troppo stretto per lei.

Mauro Grimoldi

LETTERA ALLA REDAZIONE DI “AMNESIA”:

Gentile Matteo Caccia e Redazione di Amnesia,
ci è giunta segnalazione da una nostra lettrice a proposito della vostra trasmissione (Psicosignorina) del 2-3-09 e abbiamo chiesto parere su di essa a i nostri colleghi esperti.
Trovate il materiale completo su questa pagina:
http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/03/10/psicosignorina-amnesia-su-radio-2-tra-psicoterapia-e-spettacolo/
Augurandoci della possibilità che le nostre osservazioni giungano a voi non certo come critiche, quanto piuttosto come utili spunti di riflessione, vi porgiamo i nostri più

Cordiali Saluti

Dr. Luigi D’Elia

Coordinatore Osservatorio Psicologia nei Media

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Commenti

  1. mario bianchini Marzo 12th, 2009 at 17:18

    MI piace dissertare e concordo con chi apprezza lo sforzo di una divulgazione non banale di questa professione, di questo sapere. Trovo comunque che anche qui, con un media certo molto più evocativo rispetto alla televisione, non si possa che impoverire la realtà quotidiana; i ritardi, i silenzi, i tic del terapeuta, i rumori di fondo che a volte “consonano” con le parole di uno o dell’altro degli attori della terapia, il cellulare che suona (non sempre e solo del paziente). Insomma anche questo è un tentativo di normalizzare più che spettacolarizzare la scena. Ci si occupa solo del “testo” che poi viene interrotto da musiche o pubblicità ad “arte”. Come se la terapia fosse solo solo in ciò che è detto. Mi sembrerebbe un tentativo più convincente se si adottasse lo schema presente in un famoso film, LA SOTTILE LINEA ROSSA, dove i protagonisti sono presenti anche con i propri pensieri “silenti” le proprie fantasie….

    Apprezzabile, certo, ma niente altro.

    [Rispondi]

  2. paola bianchi Marzo 30th, 2009 at 20:58

    Salve,

    nel panorama odierno della divulgazione della materia “seduta di psicoterapia” direi che questo tentativo da parte della trasmissione “Amnesia” è più che dignitoso. La difficoltà di “trasmettere” una seduta è evidente.Apprezzamenti alla collega che è stata molto professionale. A discapito di tanti colleghi che si presentano attraverso i media affermando l’ovvietà o corbellerie…

    [Rispondi]

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