Sviluppo web a cura di www.amorepsyche.net Soluzioni Web
  • Home
  • Chi Siamo
  • Perchè l’Osservatorio
  • Comitato di Esperti
  • Invia una Segnalazione
  • Collabora
  • Gruppo Facebook
  • Iscriviti alla newsletter
  • Riviste Online di Psicologia
  • Pubblicità
Editoriale Tags | Luigi D'Elia, Piera Serra

Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire

Posted on 26 Aprile 2009 by Luigi D'Elia

Luigi D’Elia e Piera Serra

Non vogliamo proprio cedere alla tentazione di generalizzare circa la bassa qualità dell’informazione giornalistica quando si occupa di psicologia, a partire dalle segnalazioni che giungono al nostro Osservatorio. Una tentazione davvero molto forte per noi quella di delineare un giudizio sommario: non renderebbe giustizia di tutti quei giornalisti che fanno coscienziosamente il loro mestiere e s’impegnano a fornire una divulgazione corretta. Del resto al nostro Osservatorio giungono soprattutto segnalazioni di informazioni errate, o confusive o parziali, per cui sarebbe un tragico errore estendere, a partire da questo campione parziale, un’opinione su tutto il giornalismo che si occupa di psicologia. Però, un’idea sullo stato dell’arte del difficile rapporto tra giornalismo e psicologia andiamo piano piano facendocela. Innanzitutto ci stiamo domandando se gli errori della divulgazione psicologica non siano anche responsabilità degli stessi psicologi, come comunità scientifica e come organi istituzionali: non starebbe forse a noi essere il riferimento dei giornalisti segnalando loro le fonti qualificate e correggendo tempestivamente le eventuali involontarie mistificazioni? Tanto più che gli psicologi oggi si specializzano in innumerevoli campi applicativi, spesso al di fuori dai contesti accademici e dunque diventa difficile recuperare le esperienze esemplari e le fonti significative nei vari ambiti di azione della psicologia professionale.

Per questi motivi e per altri ancora che andremo esponendo qui s’affaccia in noi l’opinione che un rapporto tra il giornalismo e il modo della psicologia sia in realtà davvero ancora tutto da costruire.

Sono poche settimane che ci occupiamo sistematicamente di informazione psicologica diffusa nei nostri mass-media e già abbiamo imparato, dalle prime segnalazioni arrivate, a riconoscere nelle parole dei giornalisti, o, meglio, degli esperti di volta in volta intervistati, quelle invarianti che caratterizzano lo stile comunicativo, le sequenze argomentative, gli aloni semantici, gli scopi persuasivi veicolati da catene associative banalizzanti che taluni format giornalistici ci propongono. Non a caso parliamo di “format”, cioè di automatismi giornalistici, in quanto in alcuni casi la ripetizione metodica di certe sequenze e di certe equazioni comunicative, l’uso delle statistiche, degli argomenti ad effetto, la scelta degli intervistati, dei casi esemplari, ci appaiono talmente schematici e reiterativi da far supporre che, forse anche a causa della mancanza di riferimenti necessari per rendere la complessità delle realtà psicologiche, si sia creata una vera e propria proceduralizzazione nella grande distribuzione informativa, trasversale ai grossi network. I format dell’incontro tra il giornalista e il suo esperto in cui si affrontano temi psicologici possono avere diverse sfumature e diversi accenti a seconda del contenitore nel quale vengono prodotti (TV e/o stampa) e delle sue regole:

  1. Contesto scientifico o d’informazione sulla salute in genere (vedi qui)
  2. Contesto dell’inchiesta (vedi qui o qui)
  3. Contesto del talk show o del contenitore generalista (vedi qui o qui)
  4. Contesto notiziario-telegiornale: servizio/intervista breve (vedi qui o qui)

Gli esperti intervistati producono un discorso che si presta a sottomettersi ad una sorta di regime comunicativo in cui possiamo trovare precisa ridondanze. Esaminando le segnalazioni che ci sono pervenute grazie alla collaborazione dei nostri attenti visitatori rileviamo che le sequenze argomentative di questi format giornalistici sono più o meno sempre le stesse:

  • Esiste un problema attuale che si chiama XY (gli argomenti sono assolutamente intercambiabili: attacchi di panico, depressione, dipendenza patologica, anoressia, etc.) e che tocca molti soggetti. Oppure, si parte da qualche evento di cronaca clamoroso/inspiegabile/inquietante, o ancora si parte da una ricerca/statistica/ansa che faccia parlare di questioni “psicologiche” ;
  • Si tratta di una vera e propria malattia/allarme sociale;
  • Si intervista l’esperto (un neurologo, uno psichiatra di stampo biologista, spesso sono più o meno sempre gli stessi che girano per le reti) che ci dà una descrizione in una chiave biologica, genetica, neurologica, quasi sempre generica, sintomatologica, in ogni caso riduzionistica. Anche quando si intervistano diversi specialisti cercando di mantenere la neutralità (lo psicologo esperto dell’argomento in oggetto è quasi sempre escluso dal dibattito). E se si parla delle cause relazionali a monte della sofferenza, le si nomina come fattori occasionali e comunque si ignora la complessità delle disfunzioni interpersonali per citare, invece, eventi traumatici quali separazioni, stress da lavoro o da logorio della vita moderna. D’altronde, è cosa nota che tra diverse realtà rappresentate prevalga quella più suggestiva o apparentemente risolutiva, quella cioè che semplifica la complessità;
  • Si chiede all’esperto come si cura/affronta la patologia: la risposta è di regola la raccomandazione al ricorso immediato e talvolta esclusivo ai farmaci, peraltro presentati come l’unica metodo scientificamente valido per affrontare lo scompenso biochimico suggerito come l’origine della sofferenza. Oppure si genera un “contradditorio” privo di reale dialettica essendovi rappresentato solo il punto di vista organicista, o quello come prevalente senza alcun vero confronto, senza cioè che l’utente possa farsi un’opinione documentata delle opinioni in campo.
  • Se l’esperto intervistato suggerisce metodi psicologici, indica sempre e comunque anche l’uso associato del farmaco. E ormai quasi sempre raccomanda solo la psicoterapia cognitivo-comportamentale, peraltro spesso erroneamente rappresentata come un insieme di tecniche meramente pedagogiche finalizzate a creare buone abitudini comportamentali.

Riassumendo, secondo queste fonti:

  • La vita mentale non esiste, al limite è causa di malattia
  • Le patologie psicologiche - quali sintomi d’ansia, depressioni, disturbi di sonno, alimentazione, sessualità ecc - non sono principalmente l’esito di una storia, bensì in primo luogo l’esito di alterazioni dell’organismo;
  • I sintomi psicopatologici non sono risposte del soggetto legate alla sua storia personale, relazionale, familiare, culturale, bensì segni di una malattia dell’organismo;
  • Le alterazioni biochimiche cerebrali correlato della sofferenza mentale sono l’unica causa della patologia (un correlato si fa diventare causa);
  • È la Scienza medica che lo dice! Si trasmette cioè in qualche modo l’idea che le alterazioni biochimiche cerebrali siano state verificate o addirittura registrate tramite PET o fMRI! E talvolta persino che l’azione del farmaco sia stata dimostrata efficace tramite l’esame del cervello prima e dopo la cura!
  • I metodi psicologici di cura sono semplicemente ignorati. Oppure ridotti a mere tecniche pedagogiche.
  • È promosso l’uso passivo dei farmaci che sono forniti dallo specialista, esclusivista della tua salute (anche psicologica)

L’esito di tutto ciò è che si trasmette l’idea di una dittatura pseudoscientifica sulle questioni psicologiche; contestualmente si genera una confusione di piani (epistemologici, metodologici, talora solo logici) a danno dei cittadini.

Le catene associative e persuasive che questo genere di comunicazione o pseudo-divulgazione scientifica propone, sono dunque piuttosto facilmente riconoscibili.

  1. Si allude ad un piano “meta” legato al sapere tecnologico dove si pensa ad ogni problema degli esseri umani e persino alle loro ambasce psicologiche.
  2. C’è qualcuno che pensa al nostro benessere. C’è qualcuno che sta provvedendo concretamente a risolverci le nostre grane, che pensa al posto nostro, che ci toglierà le castagne dal fuoco.
  3. Costoro sono “GLI SCIENZIATI” che esplorano i meandri della nostra genetica o del nostro cervello scoprendo nelle nostre molecole o cellule i segreti dei nostri più reconditi comportamenti e atteggiamenti psicologici.
  4. Essendo stati tutti noi predestinati dalla genetica, fuori cioè dal nostro controllo “interno”, solo un intervento “esterno” ed equilibratore può migliorare la situazione. Una sostanza che interviene sulla chimica dei nostri stati d’animo, sulle gimcane del nostro DNA.
  5. Questo rimedio sono i medicinali che ti vengono offerti mano a mano che la ricerca avanza nel suo inarrestabile progresso e scopre nuove leggi.
  6. Non è necessario essere attivi nei percorsi di cura, ma basta affidarsi al tuo medico specialista, al massimo facendo un po’ di zapping tra medici e medicinali.

Il messaggio ha in sé aspetti “filosofici” (basta con le menate della psicologia e della ricerca di sé; basta con le lagne con tua moglie, le proteste col capoufficio; qui occorre concretezza e precisione chirurgica, servono certezze); aspetti “suggestivi” (gli scienziati come i maghi che conoscono leggi sconosciute e che sono in grado di proporti la pozione magica); aspetti “passivizzanti” (non ti crucciare, non agitarti, non hai alcun potere di cambiare, a meno che non siamo noi a fornirti le risposte, e a meno che non sia la sostanza a correggere i tuoi difetti genetici e le tue malattie cerebrali). Le conseguenze di questo genere di comunicazione/pseudo-divulgazione scientifica riduzionistica sono più gravi di quanto si possa immaginare.

Innanzitutto millantano ciò che non sono, non sono cioè divulgazione scientifica ma: o sono inconsapevole strumento del marketing farmaceutico/professionale, oppure sono marketing editoriale-sensazionalistico.

In secondo luogo sono evidentemente contrari agli interessi dell’utenza sia perché forniscono informazioni false, fuorvianti o quando va bene drammaticamente parziali, sia perché inducono un atteggiamento di passività nel fruitore dell’informazione.

In terzo luogo, la disinformazione produce utenti inconsapevoli o manipolabili, di conseguenza questi utenti disinformati/manipolati gonfiano a dismisura la spesa sanitaria (ed in compenso sono degli ottimi consumatori di farmaci e di analisi mediche). Insomma, l’industrializzazione della salute non guarda in faccia a nessuno e, a dispetto della crisi in corso e delle innumerevoli analisi sociali che suggerirebbero un cambio di rotta nel rapporto tra sistema consumistico e bene comune, continua a preferire cittadini passivi purché buoni consumatori (in questo caso di servizi sanitari) piuttosto che cittadini consapevoli e avveduti.

Da dove allora cominciare a tessere un migliore rapporto tra Psicologia e Giornalismo?

Non certo da presupposti corporativistici o merceologici. Non è certo l’omologazione alle logiche spartitorie delle comparsate che c’interessa, né quella della competizione tra professioni o saperi concorrenti che si dividono la torta della salute mentale. No di certo. In questo caso il giornalista diventerebbe colui che gestisce una sorta di par condicio dove al centro non sarebbe certo il cittadino, bensì il mercato della salute, con gli psicologi che accettano un piano di confronto falsato in partenza. Noi psicologi conosciamo bene i nostri ambiti ed i nostri limiti, le aree di sovrapposizione e di collaborazione con le altre professioni di aiuto, e soprattutto conosciamo bene a quali domande dei cittadini e della società siamo chiamati propriamente a rispondere ben distinguendo ambiti, piani, interventi, e ben sapendo quanto i nostri interventi e saperi sono in grado di far risparmiare lo Stato e la spesa sanitaria e sociale. Ciò che immaginiamo e auspichiamo nel futuro rapporto tra giornalismo e Psicologia è piuttosto una più proficua interazione che consenta alla psicologia professionale informare dei propri ambiti d’intervento e delle sue applicazioni e consenta al lavoro di psicologi e psicoterapeuti di essere semplicemente raccontato e contestualizzato.

Segnala presso:
Aggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a Del.icio.usAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a TechnoratiAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a Google BookmarksAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a OKnotizieAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a FaceBookAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a Fai informazioneAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a TwitterAggiungi 'Giornalismo e Psicologia, un rapporto da costruire' a FriendFeed

Scrivi un commento

*** Dichiaro di aver letto e accettato il documento sul rispetto della Netiquette dell'Osservatorio Psicologia nei media


Clicca per cancellare la risposta

    Cerca

    Redazione

    • Scrivi alla Redazione
    • Informativa e trattamento dati [D.Lgs. 196/2003]
    • Regole e Principi della netiquette di OPM

    Editoriale

    • Restiamo in contatto
    • Archivio Editoriali

    Rubriche

    • CINEMA
      • La nostra vita. Il nuovo neorealismo firmato Luchetti
      • Shine
      • Gamer
      • Gravidanza indesiderata, aborto e trauma sessuale al cinema. Riflessioni a margine di alcuni film
      • Happy Family – Una commedia da fare

    Glossario

    • Glossario

    Adesioni e Patrocini

    • Come aderire
    • Associazioni che hanno aderito all'Osservatorio
    Hanno aderito recentemente:

    Tag Cloud

    AltraPsicologia Anna Barracco Anoressia Antidepressivi Attacchi di Panico Baker Beatrice Corsale Chiara Santi Cognitivo-comportamentale corriere.it Corriere della Sera Depressione Dimitra Kakaraki Gabriella Alleruzzo Genetica Gioco d'azzardo Girolamo Lo Verso Giuseppe Preziosi hikikomori Immacolata Patrone Ipocondria La Repubblica La Stampa Lorita Tinelli Luigi D'Elia Manuela Materdomini Mauro Grimoldi McFall Milano Oliver Sacks Omosessualità Piera Serra Piero Porcelli Psichiatria Psicofarmaci Psicoterapia Rosalba Miceli Santo Di Nuovo Sara Ginanneschi Shoham Stress Stupratore Stupro TG2 Valeria La Via

    WP Cumulus Flash tag cloud by Roy Tanck requires Flash Player 9 or better.

Copyright 2009 Osservatorio Psicologia nei MediaEversonNews Theme by Everson Sviluppo web a cura di www.amorepsyche.net Soluzioni Web