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Libri Tags | Elisabetta Marchiori, Luigi Pavan, Massimo De Mari, Valeria Egidi

La mente altrove. Cinema e sofferenza mentale

Posted on 27 giugno 2009 by Immacolata Patrone

Massimo De Mari, Elisabetta Marchiori, Luigi Pavan (a cura di)

Franco Angeli Editore

Collana psicoanalisi e psicoterapia analitica, diretta da Valeria Egidi

Recensione di Luigi Starace

Creare. Tirare una linea nera. Processo irreversibile. Di seguito compaiono anche le linee bianche. La linea iniziale è divenuta un corso d’eventi. Quelli che appaiono, quelli che si desiderano, quelli cha si sa vedere. Poi si cambia foglio. Bianco …

Hanno cercato in tanti di descrivere cosa succede, quando si guarda un film. Altri ne hanno descritto le interrelazioni fra mente del regista e quella dello spettatore, rifoderando la psico-dinamica di qualunque matrice col vellutino da cinema d’essai. Sembrava ci fossero solo i Gabbard (Cinema e psichiatria, 1999) Glen e Krin, dimenticando i lavori pionieristici di Metz (Cinema e psicoanalisi, 1977) e Grossini (Cinema e follia: stati di psicopatologia sullo schermo, 1984), Christian e Giancarlo. Una rondine Musatti (Cinema e psicoanalisi, 1950), non fa tendenza, si diceva…

Ora La mente altrove rivela uno staff tutto nostrano, tutto attento, tutto accurato. Già una prima riflessione si impone. La geografia fa notare le diverse provenienze. Superato anche il provincialismo. In più i saggisti provengono da aree diverse del sapere: medicina, psicologia, filosofia, cinematografia. Diversità anche nella disciplina portante, la psicoanalisi, come sottolinea Andrea Sabbadini nell’introduzione, a vanto di un lavoro che immaginiamo faticoso e costante, da quando, cioè, l’associazione Psiche e Immagine si è formata, a metà degli anni novanta. Il libro nasce dopo dieci anni, frugando già dalle prime pagine il primo dei dubbi: era necessario?
Ancora una riflessione campanilistica, prima di sviscerare meglio il manufatto. Nelle prossime edizioni dell’European Psychoanalytic Film Festival, di cui Sabbadini è padre, non ci saranno molti contributi italiani. Non per esclusione, anzi, per evitare un’abbondanza. Perché lasciarci sfuggire, allora, tutto questo patrimonio culturale e non curarcene? Perché aspettare che sia sempre qualcun altro oltralpe od oltremare a scoprirlo e valorizzarlo? Anche questa “cattiva” abitudine italiana è fugata da La mente altrove.

C’è di più. In pochi anni, la situazione editoriale si è ribaltata e così si è scritto tanto, troppo, forse sulle relazioni fra cinema mondo della psiche: basta consultare un elenco da librerie on line per contare ormai circa una cinquantina di titoli a tema. La mente altrove risponde implicitamente e intelligentemente ad una devastante domanda che, alla Lubrano, nascerebbe spontanea:

“Ma cos’altro c’è da dire su psiche e cinema? “

La mente altrove, se fosse un film, sarebbe uno di quelli in cui il finale è mostrato nel prologo. Resta da capire come ci si arrivi. Il viaggio, temuto etereo, fra il non ancora capito e il cos’altro non ancora detto si concretizza man mano.

Non si è obbligati a seguire le orme dei saggi brevi e paradossalmente la libertà di non aderenza fa compiere il cambio di prospettiva ricercato. Che il cinema sia cinema e non altro dal cinema rimane, infatti, un’affermazione del tutto opinabile. Radente ai percorsi già scoperti e acclamati ma non identico: lavorare di cesello è un’arte difficile.

Non mancano saggi di trattazione (ormai) classica sulla rappresentazione dello psichiatra, dello psicoanalista o della malattia stessa, con citazioni mai banali e capaci di incuriosire anche i più smaliziati. Luigi Pavan (La psichiatria attraverso il cinema) offre, con una panoramica degli studiosi, una riflessione sulla psichiatria e i film che la ritraggono a vario titolo, insieme ad una ricca cronologia dei film, passando anche per i dimenticati Risi (Diario di una schizofrenica) e Mann (Manhunter, frammenti di un omicidio). Termina con un’accurata carrellata sul suicidio.
Massimo De Mari (Il cinema e la psicoanalisi) descrive lo stato dell’arte della relationship psiche-cinema approfondendo l’analisi sul lavoro di Gabbard (la semplicità espositiva, per i non addetti ai lavori, un valore aggiunto di questo saggio).

Articoli di mediazione clinica risultano quello di Simona Argentieri (Prigionieri del passato: la nevrosi di guerra nella rappresentazione cinematografica) sugli shock bellici e in cui si parla del cinema di guerra non senza ironia e quello di Riccardo Dalle Luche (Cinema e delirio), che affronta l’esperienza delirante come un’applicazione della teoria della mente attraverso il cinema. Infine, Alberto Sacchetto (La donna dai tre volti e Psyco: rappresentazione cinematografica del disturbo dissociativo dell’identità) fra etica psicoanalitica e criminologia lavora su una frontiera ancora non del tutto definita. Un articolo tutto da scoprire con la consapevolezza che, terminata la caccia alle streghe, si possa coraggiosamente incrociare lo sguardo acuto ma quantico, della scienza psi-made con il non altrimenti definibile come “essere altro”. E che tutti gli sforzi di conquistare la normalità ci perdonino…

Sull’altro fronte, ossia la mente del regista, ma saggiamente senza fare autoptico, Stefano Marino (L’orrore della generazione: tre film di Nanni Moretti) rilegge Moretti, nelle opere degli anni ottanta, accuratamente senza timori o campanilismi ideologici, sviscerandone l’esistenzialismo e la vitalità implosiva.

In tutto sono oltre cinquanta i titoli di film citati, una trentina quelli trattati in modo più approfondito. Da leggere in serie o in parallelo, magari i meno metodici aprendolo a caso, il libro tiene. Può allora succedere che ci si trovi immersi in una chicca per chi non ha dimenticato il Partendone, come il saggio di Umberto Curi (Il piacere delle immagini) vera palestra per gli amanti della speculazione filosofica. Oppure nella ricerca dell’identità dell’uomo del terzo millennio di Elisabetta Marchiori (Io: Chi? Riflessioni sull’identità attraverso il cinema) che, senza erudizione, intreccia letteratura e psicoanalisi. Articolo questo paradigma del modus operandi dell’intero libro: eterogeneità di fonti, multipli approcci, nessuna risposta confezionata. Piattaforma, non vademecum.

è quindi un libro pensato per un determinato pubblico di lettori, ma capace di suscitare interesse in tutti gli amanti del cinema che fa riflettere, o forse più semplicemente di tutti quelli che amano ripensare ai film visti.
Un’altra considerazione. La mente altrove è suddivisa i tre sezioni: “Dolly”, “Zoom” e “Close-up”.
Nella sezione “Dolly” si instaura un ponte con gli studi precedenti. Nella sezione “Zoom” sono raccolti i contributi prevalentemente clinici e di valenza gruppale-mediatica. Nella sezione “Close-up” i saggi vertono prevalentemente sulla funzione della memoria. Un’ipotetica sequenza di ripresa di stretto taglio (ma potremmo dire anche eziologia) psicanalitico.

Nell’insieme, infine, i saggi propongono, in meta-lettura, un modus indagandi cibernetico con quattro “dimensioni” proposte. Nessuna novità, ma l’averle sapute avvicinare e l’averle lette così una dopo l’altra, mi spingono a riassumerle così:

- la trasduzione della tridimensionalità in linguaggio espressivo.

Vittorio Volterra (Trauma e stress in psichiatria e nel cinema) propone, attraverso un’accurata analisi dell’isomorfismo cinema-mente, buoni spunti originali su lessico delirante e montaggio. Un segmento del sapere da scoprire ma esistente e interagente al di là delle posizioni psicopatologiche e commerciali dei cineasti.

Elena Grassi, Massimo De Mari (Psyco: la costruzione visiva del doppio) invece trattano lo stile di regia come elemento portante della narrazione. La frontiera e il suo epigone, senza scomodare il Giano bifronte di turno. La conferma che occorre del buon cinema per mettere in moto il pensiero. Basculamento continuo fra visione e visioni…

- La temporizzazione dell’esperienza visiva.

Ignazio Senatore (Dei navigatori della mente: Freud, Antonioni, Wenders ed altri eroi) effettua una ricerca filologica del montaggio risalendo alle radici di questa innovazione e dell’impatto sulle menti dei primi spettatore, ultimo esempio storico di tabula rasa. Il più prolifico scrittore tematico italiano fornisce spunti da approfondire.

Alberto Spadoni (A proposito di Fellini: le radici riminesi) ritorna sul rapporto memoria-evento. Niente è a caso. Ricordi in acrobazie fra vecchio e nuovo, far da sé e insieme, fra ciò che resta e ciò che fertilizzava…

- Lo stato emotivo dello spettatore.

Massimo De Mari (L’isola che non c’è e l’idoneità al volo) offre una chiave epistemologica all’adolescenza. Rivedere, rivedersi, oppure dire che si trova ciò che si ha.
Nel lavoro di Pietro Roberto Goisis (Un’ora sola… ma di magia) ci si affaccia ad una vetrata. Si vede, si passa attraverso Liseli, la protagonista, Alina, la figlia e regista e Roberto, Goisis, il narratore di se stesso. Spettatore e contenitore per cui tutto succede dentro e per gemmazione anche nel lettore. Coraggioso ma costoso processo. Il prezzo per la propria umanità (ri)scoperta.
Lo studioso si mette da parte per rimaterializzarsi solo al termine di un percorso che è un lasciarsi attraversare dall’evento (…e ancora si è costretti a parlare di buon cinema per transmigrare poi verso la psiche).

Maria Vittoria Costantini, Paola Golinelli (Memorie e ri-costruzioni in psicoanalisi e nel cinema: Strange days e Betrayal) articolano uno scritto ricco di spunti, spiegando semplicemente concetti difficili, riuscendo a intessere un filo logico dalle neuroscienze alla stanza di analisi, tramando sulla mansione. Uno degli interventi più stuzzicanti e quindi interattivi del libro. Per approcciarlo è necessaria una conoscenza di base dei film sulla psicoanalisi, tuttavia ciò non è discriminante in modo assoluto. Gli ingredienti sono sempre i soliti, come in una pietanza: è l’arte del cuoco a renderla gustosa, desiderabile o semplicemente nutriente. Ecco, siamo di fronte ad una delicata pietanza di “nouvelle cuisine”.

- La dimensione gruppale dell’esperienza visiva.

Gian Piero Brunetta (Il cinema nei territori della psiche) sviscera gustosi aneddoti da cui emerge che il cinema sarebbe una macchina infernale, stimolatore degli istinti, plasmatore di masse; insomma, se il valore è dato dai nemici, il cinema ne ha vantato di eccelsi: Chiesa e Igiene. Il cinema come ambiente fecondante, insomma, in cui l’umido è sostituito dal visivo, l’atto dallo scatenarsi delle sequenze e la frizione dal ricordo ripescato in tranquillità.

In seconda battuta Brunetta (… E splendean le stelle) risale alla mitopoiesi, prima che Hollywood scoprisse di essere tale. Il divismo cinematografico al femminile nei primi vent’anni del secolo XX: ingrandimento su ciò che la parola ” vintage” oggi sintetizza.

Infine Luciano Arcuri (Il cinema in una società che cambia) mette in luce l’utilizzo stigmatizzante del cinema contestualizzato alla rappresentazione mass-mediatica.

Il difetto, per ultimo: la copertina meno accattivante degli ultimi anni.

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  1. elena marchiori says:
    marzo 20th, 2010 at 04:17

    [...] Boa tarde, gostaria de obter informa§es sobre embarca§es e lista de passageiros que …La mente altrove. Cinema e sofferenza mentale | Osservatorio …Massimo De Mari, Elisabetta Marchiori, Luigi Pavan (a cura di) Franco Angeli Editore Collana [...]

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