Luigi D’Elia
Che il discorso scientifico si confonda oggi continuamente con le regole del mercato non è certo una scoperta recente, né tanto meno nostra.
Innumerevoli ed autorevoli studiosi della contemporaneità si sono spesi nell’analisi degli intrecci tra economia, politica e cultura e su come questi intrecci costruiscano le attuali “verità” della scienza (in bibliografia solo alcuni esempi).
Laddove ci si addentra nelle regole esplicite ed implicite dell’attuale modo di costruire la verità, si vive al contempo la tentazione di scivolare in uno scetticismo radicale forse anche nichilistico: non esistendo più la possibilità di fare riferimento ad una Verità al di là delle convenzionali piccole verità di volta in volta determinate nell’agone del mercato, si può entrare facilmente in uno stato di disorientamento di difficile gestione personale. Se nemmeno la Scienza può essere in grado di fornire una parola relativamente più “certa” ad argine dell’inflazione delle opinioni, allora non abbiamo più scampo, siamo perduti (la nostra mente non tollera più di tanto il dubbio, incertezza e incredulità, ed il sostare a lungo in tali stati).
È quanto avviene nel momento in cui si scopre che non solo la divulgazione scientifica, ma anche la stessa ricerca scientifica è tutt’altro che pura, o indipendente, e che come ogni altro attore/discorso della contemporaneità tira l’acqua al mulino che, di volta in volta, gira a favore di questo o quell’interesse economico di parte.
Già qualcuno sta cominciando a segnalare, nell’ambito dell’industria della salute quanto questa continua invasione delle logiche mercantili nella ricerca non sia già troppo oltre i limiti di tossicità per tutti noi, avendo prodotto già incommensurabili costi, danni, distorsioni (Cosgrove L, e al., 2009; Garattini S, Chalmers I., 2009; Volpi R. 2008; Testart e Godin, 2004; Cosmacini e Satolli, 2003; Fantoni e al., 2002; Davidoff F. e al., 2001; Domenighetti G., 1995).
In tal senso questa piccola finestra dell’Osservatorio sulla Psicologia nei Media diventa una feritoia privilegiata dalla quale intravedere le stridenti contraddizioni del binomio Scienza-Marketing, laddove tale binomio inaugura una profonda divaricazione tra ciò che viene generalmente di-vulgato a tributo commerciale ed esperienze e saperi dei professionisti sul campo.
In questo immenso gap creatosi tra informazione ed esperienza, il nostro Osservatorio ha gioco fin troppo facile nel sorridere di questa o quella “verità” scientifica imbandita quotidianamente da tutti i media, sempre più spudoratamente con il retrogusto della marchetta. E non bastano ancora, purtroppo, i pochi ed encomiabili tentativi (come questo del portale PartecipaSalute) messi in opera da alcuni volenterosi, di difendere i fruitori dell’informazione mediatico-scientifica dalle sue trappole.
Non bastano in quanto non solo perché sono iniziative di nicchia e minoritarie, e non solo perché sono in ballo i meccanismi di ricezione dell’informazione e l’eventuale correzione/educazione dei potenziali riceventi e delle loro capacità critiche, ma perché sono in ballo i meccanismi, ben più pervasivi ed ubiquitari, di costruzione delle credenze e del consenso di massa operati dalla stessa industria della ricerca, della salute, tecnologica in genere: un nefasto cortocircuito, insomma.
Ed allora, evidentemente, dobbiamo cominciare a dotarci di nuovi strumenti conoscitivi per comprendere, smascherare (e difenderci da) gli attuali meccanismi di costruzione della realtà.
Una breve – ed assolutamente non esauriente – rassegna di alcune voci autorevoli a soccorso di questo tentativo.
Foucault nelle sue lezioni al Collège de France del 1979, ci dice, senza troppi fraintendimenti e dubbi, che è il mercato, dal XVII secolo in poi – ma in maniera più penetrante nell’ultimo secolo – l’unico luogo di veridizione, cioè di costruzione della verità. L’homo oeconomicus, modello d’uomo contemporaneo, fonte e destinatario allo stesso tempo dello stile di vita neoliberale, è imprenditore di se stesso, e diventa nelle teorizzazioni prima di Victor Lebow già negli anni ’50[1], e poi di Gary Becker negli anni ’60-’70 (quest’ultimo citato dallo stesso Foucault) circolarmente protagonista del sistema economico e sociale: “il consumatore, nella misura in cui consuma, è un produttore. E che cosa produce? Produce, molto semplicemente, la propria soddisfazione. Si deve pertanto considerare il consumo come un’attività d’impresa attraverso cui l’individuo, a partire dal capitale di cui dispone, produrrà qualcosa che sarà la propria soddisfazione”.
Il salto concettuale che fa il neoliberismo americano ed il suo way of life è enorme e decisivo (oltre che attualissimo), si annulla la polarità dialettica produzione/consumo, il consumatore assume completamente le logiche della produzione, diventa egli stesso produttore (di felicità), si realizza una circolarità che diventa l’ossatura della società: economia e stile di vita trovano qui un’eccellente saldatura, una quadratura del cerchio che esalta il mercato come pietra angolare e fonte di costruzione della verità. Il cortocircuito produttore-consumatore conduce perciò il consumatore a diventare responsabile dell’andamento stesso della sua economia, psichica e nazionale: la sua ricerca di soddisfazione è la bussola che modella il senso della vita estraendone “verità”. Molto più e molto meglio di una nuova religione.
Baudrillard, con piglio più iconoclastico, ci suggerisce invece come nell’era postmoderna è il simulacro che domina la scena, la simulazione ed il suo iperrealismo si sono impiantati profondamente in noi: “il simulare inficia la differenza tra vero e falso, tra reale e immaginario”. L’informazione mediatica si propone quindi come massima forma di simulazione: “i segni si evolvono, si concatenano e producono se stessi, sovrapponendosi l’uno all’altro in modo che non esiste un punto di riferimento assoluto che possa servir loro da appoggio”.
Si viene a creare perciò un’inflazione di segni che non rimandano più ad alcun contenuto se non a se stessi, in una sorta di continua riproduzione cancerogena in cui, come nelle opere del visionario Warhol, l’originale viene disperso e distrutto, e valgono solo le infinite riproduzioni.
A partire da queste considerazioni, non esiste voce autorevole della scienza che possa ergersi come super partes sul rumore di fondo, divenuto assordante, che domina l’infosfera.
Siamo lontanissimi dal tentativo del vecchio Kant di realizzare attraverso la ragione “la distruzione delle illusioni originate da premesse erronee” dichiarando “inammissibili” le opinioni, ossia i concetti non confermati dalla ragione. Quel sogno, agli albori dell’era moderna, di coltivazione della ragione umana e redenzione dalle false credenze, si è infranto strada facendo prima sugli orrori delle guerre mondiali dello scorso secolo, dei totalitarismi e nazionalismi, e poi, definitivamente, nell’imperialismo dell’opinione pubblica, della doxa, delle indagini di mercato, della pubblicità e della politica, dove è l’annacquamento il principio ispiratore e ordinatore retto dalla logica del mercato.
Scrive infatti Heidegger, in un’ideale risposta a Kant: “il senso comune è cieco a tutto ciò che la filosofia propone come essenziale”, inutile, e forse ingenuo, provare a educarlo in alcun modo. O ancora Rorty che definisce la filosofia (e la ricerca della verità) un genere letterario: abbandonata per sempre la ricerca del vero e del falso, non ci rimane che l’ironia.
Impossibilitati a rintracciare ogni parvenza di verità ultima, di parola definitiva, dilaniati tra scetticismo radicale e fideismo conformista, tra spaesamento e ossessione identitaria, pare non affacciarsi altra soluzione se non quella dell’attesa. Eterni spettatori della dea Finzione (detta anche Fiction), di sua figlia Verosimiglianza, di suo marito Simulacro.
Ma la mente umana, come detto prima, non tollera tutti questi dubbi, non tollera questa eccessiva fluidità, né l’attesa sine die, non sopporta il disancoramento assoluto a cui la postmodernità e le sue regole ci obbligano. Per questo rimane conservatrice nello stabilire vero e falso, funziona attingendo ad automatismi più primordiali, taglia di netto l’ipercomplessità, fa il cut-off dell’inflazione informativa in cui naviga alla deriva. I pubblicitari sanno bene come attirare l’attenzione del consumatore, una volta tramortito, una volta cioè che le sue capacità critiche e decisionali si siano significativamente indebolite.
Dice Bauman, citando Umberto Eco e la sua concezione del romanzo e della finzione artistica: “leggiamo romanzi perché essi ci danno la sensazione confortevole di vivere in un mondo dove la nozione di verità non può essere messa in discussione, mentre il mondo reale sembra un luogo ben più insidioso”. Per entrare nella suggestione del romanzo, continua Bauman, si deve “sospendere l’incredulità”, invece “per stabilire che cosa sia vero o falso nel mondo reale, bisogna prendere una serie di difficili e quasi mai del tutto affidabili decisioni circa il grado di fiducia da prestare a certe informazioni e da negare ad altre, esplicitando chiaramente, in modo attivo o passivo, diretto o indiretto, le nostre propensioni oppure accettando per buone le premesse che conferiscono alle affermazioni provenienti da certe fonti un carattere di verità, in quanto possiedono gli attributi della correttezza”.
Alla Verità, di cui siamo tutti orfani (seppure non addolorati), si è sostituita l’obiettività scientifica la cui sede di veridizione è diventata non più la parola sacramentale o la parola maestosa ed identitaria del capo carismatico, e nemmeno la verifica del metodo scientifico, ma la parola dell’opinione pubblica, la cui essenza è il convenzionalismo dei sondaggi. Obiettività e opinione pubblica si sono avvicinate a tal punto da fondersi l’una nell’altra.
L’informazione cosiddetta scientifica si ritrova così, in questa epoca, ad occupare il posto lasciato vacante dalla Verità utilizzando surrettiziamente l’opinione pubblica come sinonimo di obiettività e la logica del mercato come unica validazione e veridizione.
Non siamo nostalgici della Verità, siamo solo in trepidante attesa della grande assente: la conoscenza.
Bibliografia:
- Baudrillard J.: Lo Scambio Simbolico e la Morte, Feltrinelli, 2002
- Bauman Z.: Il Disagio della Postmodernità, Bruno Mondadori, 2002.
- Becker Gary: The economic approach to human behaviour, University Chicago Press, 1976
- Cosgrove L, Bursztajn HJ, Krimsky S, Anaya M, Walker J.: Conflicts of Interest and Disclosure in the American Psychiatric Association’s Clinical Practice Guidelines. Psychotherapy and Psychosomatics 2009; 78: 228-232
- Cosmacini, Satolli: Lettera a un Medico sull’avvenire degli uomini, Laterza, 2003
- Davidoff F. e altri: Sponsorship, Authorship and Accountability, International Commitee of Medical Journal Editors, http://www.icmje.org/sponsor.htm, 2001
- Domenighetti G.: Il mercato della salute: ignoranza o adeguatezza?, Roma, CIC edizioni internazionali, 1995
- Fantoni S. e altri: Osservatorio permanente sulla comunicazione scientifica attraverso i media, volume I, Ilesis, Ricerca & Formazione per i Sistemi Sanitari, Italpromo Health, Group, Roma, http://jekyll.sissa.it/jekyll_comm/commenti/foc03_02.htm, 2002
- Foucault M., Nascita della Biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, 2007.
- Garattini S, Chalmers I.: Patients and the public deserve big changes in evaluation of drugs. British Medical Journal, 338: b1025, 2009.
- Lebow Victor: The Real Meaning of Consumer Demand, Journal of Retailing, 1955
- Rorty R., Il Pragmatismo, Davidson e la Verità, Laterza, 1994
- Testart J., Godin C.: La vita in vendita. Biologia, medicina, bioetica e il potere del mercato, Lindau Editore, 2004
- Volpi R.: L’amara Medicina, Mondadori, 2008
- http://www.partecipasalute.it/cms_2/informati_bene?q=trappole
[1] “Our enormously productive economy demands that we make consumption our way of life, that we convert the buying and use of goods into rituals, that we seek our spiritual satisfactions, our ego satisfactions, in consumption. The measure of social status, of social acceptance, of prestige, is now to be found in our consumptive patterns. The very meaning and significance of our lives today expressed in consumptive terms. The greater the pressures upon the individual to conform to safe and accepted social standards, the more does he tend to express his aspirations and his individuality in terms of what he wears, drives, eats- his home, his car, his pattern of food serving, his hobbies. These commodities and services must be offered to the consumer with a special urgency. We require not only “forced draft” consumption, but “expensive” consumption as well. We need things consumed, burned up, worn out, replaced, and discarded at an ever increasing pace. We need to have people eat, drink, dress, ride, live, with ever more complicated and, therefore, constantly more expensive consumption. The home power tools and the whole “do-it-yourself” movement are excellent examples of “expensive” consumption”. Victor Lebow, The Real Meaning of Consumer Demand, Journal of Retailing, 1955.











ti ringrazio, tutto quello che scrivi è sempre ben accetto e leggerti è sempre interessante e purtroppo veritiero. Cosa pensi si possa fare perchè tutto questo possa cambiare ? Dirlo non basta perchè la conoscenza del problema esiste, non esiste una …. soluzione. Purtroppo ognuno di noi ha la propria verità e le cose si distorcono a secondo di come le percepiamo e quella diventa la ” nostra verità” , continuando così abbiamo miliardi di verità.
Simonetta
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Luigi D’Elia è un pensatore acuto e una penna raffinata. Trovo interessantissimi i suoi interventi. Riuscirò, un giorno o l’altro, a trascinarlo ancora una volta a filosofare dietro un piatto di bucatini… ?
Un caro saluto
[Rispondi]
Io non sono d’accordo.
[Rispondi]
X Simonetta:
aumentare il senso critico senza cadere nello scetticismo è operazione di equilibrismo nella nostra epoca. Oggi però c’è ancora la possibilità di formarsi opinioni non convezionali, ad esempio utilizzando la rete…
Hai ragione quando dici che non c’è una soluzione definitiva alla confusione/collusione scienza-marketing e alla latitanza della conoscenza, il problema è a monte ed è sistemico, come provavo a illustrare nell’articolo. Penso che le discipline psicologiche possano aiutare molto, assieme alla cultura in genere, a districarsi e a formare una coscienza critica.
X Rattus
troppo buono, carissimo :o) Quando vuoi per il bucatino-filosofico.
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Al di là della filosofia proposta da questo articolo, mi congratulo per le squisite conseguenze pratiche che esso comporta. Purtroppo la mercificazione della scienza è ormai un dato di fatto, quanto più critico quando coinvolge la “conoscenza” dell’essere umano e la sua crescita. Siamo ormai tutti più o meno frastornati dal ricorso del termine “quantistico”, ad esempio, usato anche per condire l’insalata: medicina quantistica, guarigione quantistica, evoluzione quantistica e simili. Utilizzato, naturalmente, sia da figure professionali improvvisate che da veri e propri addetti ai lavori. Che la conoscenza non abbia prezzo non è solo un gioco di parole: sono portata a pensare che, come tradizionalmente accadeva in effetti, sia proprio così. Inoltre, a convalidare questa sensazione di amarezza riguardo al binomio scienza-marketing, basta pensare alla deprimente condizione in cui si ritrova la ricerca scientifica: esiste ancora un angolino di spazio per quella che svincola da obiettivi di mercato? Un saluto a tutti.
[Rispondi]