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Dalla Stampa Tags | La Stampa, Psicoterapia, Rosalba Miceli, Stress, Vulnerabilità

La vulnerabilità allo stress

Posted on 22 settembre 2009 by

06/08/2009

GALASSIAMENTE

La vulnerabilità allo stress

ROSALBA MICELI

Non esistono determinismi, ovvero i fattori genetici non influenzano con uno stringente legame di causa-effetto alcuni meccanismi neurobiologici, quali la vulnerabilità allo stress. Reazioni chimiche, mentali e relazionali si integrano vicendevolmente. Un gruppo di ricerca dell’Istituto scientifico (IRCCS) “Eugenio Medea – La Nostra Famiglia” di Bosizio Parini (Lecco) ha dimostrato che le prime esperienze affettive (come una buona relazione mamma-bambino, costitutiva di uno stile di attaccamento “sicuro”) favoriscono una migliore gestione dello stress, anche in bambini che, sotto il profilo genetico, sono maggiormente predisposti a manifestare una iper-attivazione dei sistemi biologici implicati nella risposta agli stressor. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica “The Journal of Child Psychology and Psychiatry”, si avvale della collaborazione tra l’IRCCS “E.Medea”, l’University College di Londra e l’University of Reading (UK).
I ricercatori del Medea, per la prima volta, hanno esaminato il ruolo giocato dall’interazione tra alcuni geni e la relazione di attaccamento madre-figlio sulla risposta psicofisiologica agli stimoli stressanti in un campione di oltre 100 bambini tra i 12 ed i 18 mesi. In particolare, hanno investigato se i livelli di due importanti indicatori biologici di stress (l’ormone cortisolo e l’enzima alpha amylase), determinabili facilmente e in modo non invasivo attraverso la saliva, potessero variare nel bambino in seguito a brevi momenti di separazione dalla madre e se tali oscillazioni fossero correlate alla presenza di particolari geni legati allo stress, agli stili di attaccamento o ad entrambi i fattori.

In accordo alla teoria dell’attaccamento sviluppata dallo psicoanalista britannico John Bowlby , il legame di attaccamento del bambino alla figura che si prende cura di lui (caregiver) si manifesta e si attiva mediante la ricerca o il mantenimento di una vicinanza ogniqualvolta il bambino si trova in una situazione di difficoltà (paura ed ansia) e si attenua quando riceve conforto e protezione. Una delle funzioni primarie della relazione di attaccamento è la regolazione degli stati del bambino, in particolare degli stati affettivi. I bambini con un attaccamento “sicuro” sanno di poter contare sulla disponibilità del caregiver come “base sicura”, fonte di conforto e cure in situazioni di stress. Di contro, i bambini con un attaccamento “insicuro” sperimentano una condizione in cui la figura di attaccamento non è sufficientemente responsiva ai loro bisogni.
La valutazione delle configurazioni di attaccamento è stata effettuata mediante la “Strange Situation”, una metodologia di osservazione del comportamento del bambino durante momenti di separazione e riunione con il caregiver, messa a punto da Mary Ainsworth, allieva di Bowlby (i bambini con attaccamento “sicuro” protestano per la separazione, ma si rasserenano facilmente, e al ritorno della madre le corrono incontro, riprendendo il contatto fisico ed emotivo; i bambini con attaccamento “insicuro” sembrano non accorgersi che la madre si è allontanata e al suo rientro tendono ad evitare il contatto).

L’analisi genetica è stata condotta sui poliformismi di tre geni implicati nella risposta fisiologica allo stress: il gene trasportatore della serotonina (5-HTT) – è noto che sia nell’uomo che nei primati, i soggetti che possiedono un allele 5-HTT corto, “i piccoli trasportatori di serotonina”, tendono a vivere ogni avvenimento come un intenso stimolo e reagiscono dolorosamente alle separazioni e perdite affettive; il gene COMT che codifica per un enzima coinvolto nel metabolismo delle catecolamine ed il gene GABRA6, studiato per il ruolo svolto dal neurotrasmettitore GABA nell’inibire i sistemi di risposta allo stress.

I risultati mostrano che la qualità del legame di attaccamento, in interazione con due (5-HTT e GABRA 6) dei tre geni investigati, è associata a differenze individuali nei livelli di alpha amylase salivare mentre non sono emersi effetti rilevanti legati al tipo di attaccamento, ai geni e alla interazione tra questi due fattori sui livelli di cortisolo salivare.

In particolare, è stato rilevato che i bambini con un attaccamento insicuro e portatori di una o due coppie dell’allele corto del gene 5-HTT mostravano un maggiore incremento nei livelli di alpha amylase a seguito dello stress legato alla separazione dalla madre rispetto ai bambini con lo stesso genotipo ma con un attaccamento di tipo sicuro; allo stesso modo, i bambini con un attaccamento insicuro ed omozigoti per l’allele C del gene GABRA6 evidenziavano un aumento dei livelli di alpha amylase a seguito dell’evento stressante rispetto ai bambini con lo stesso genotipo ma che avevano sviluppato un attaccamento di tipo sicuro.
Il mancato effetto dell’attaccamento in interazione con i geni investigati sulla risposta del cortisolo allo stress può indurre a diverse interpretazioni, quali la presenza di una soglia più alta di reattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (di cui il cortisolo è un marker) rispetto al sistema nervoso simpatico (di cui l’alpha amylase è un marker), l’esistenza di variazioni diurne dei livelli di cortisolo nell’infanzia e l’ampiezza del campione.
I dati raccolti indicano dunque che tra i bambini maggiormente predisposti dal punto di vista genetico allo stress, coloro che hanno stabilito una relazione di attaccamento “sicuro” con la madre sono più abili a regolare la loro risposta emotiva e non mostrano una iper-reattività dal punto di vista psicofisiologico..
“Questi risultati possono avere significative implicazioni cliniche, considerato l’impatto che lo stress esercita sulla salute sia fisica sia mentale dell’individuo” – afferma Alessandra Frigerio, responsabile dello studio – pertanto abbiamo deciso di ri-testare, in un progetto di ricerca corrente ministeriale attualmente in corso, lo stesso campione di bambini per comprendere maggiormente l’impatto che le prime esperienze relazionali esercitano sul funzionamento psicofisiologico del bambino. Vogliamo cioè capire se una buona qualità della relazione madre-bambino possa continuare a rappresentare, anche a distanza di tempo, un fattore protettivo capace di difendere chi possiede una predisposizione genetica avversa”.

Massimo Molteni, direttore sanitario e responsabile della linea di ricerca in psicopatologia dell’IRCCS Medea di Bosizio Parini, suggerisce una duplice lettura dei risultati: “Se da un lato è possibile affermare che la presenza di buoni geni conferisce resilienza nei bambini che hanno sperimentato una qualità delle cure materne non ottimale, dall’altro è altrettanto possibile ipotizzare che una relazione di attaccamento sicuro può costituire resilienza nei bambini che hanno cattivi geni. Sebbene queste due interpretazioni non siano mutualmente esclusive e sono necessarie ulteriori evidenze empiriche per identificare e comprendere i processi implicati in questo tipo di interazione gene-ambiente, i risultati ci incoraggiano ad avere speranza: è possibile evitare l’ineluttabilità delle conseguenze negative legate a particolari fattori biologici, se operiamo per sostenere le capacità genitoriali, in particolare della madre: che piaccia o no il benessere passa sempre dalla famiglia”.

+ Istituto scientifico “E.Medea -La Nostra Famiglia”

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Commenti

  1. maria marzo 6th, 2010 at 16:40

    In risposta alla frase “Vogliamo cioè capire se una buona qualità della relazione madre-bambino possa continuare a rappresentare, anche a distanza di tempo, un fattore protettivo capace di difendere chi possiede una predisposizione genetica avversa”, penso che una madre non potrà sempre proteggere il suo bambino quando andrà avanti negli anni per quanto abbia instaurato una buona relazione. Secondo me bisognerebbe
    fare al bambino una risonanza magnetica dai 2 anni e ogni 2 anni per vedere il suo cambiamento cerebrale, fino al 25esimo anno di età che rapresenta la maturazione biologica. Come mai hanno messo la maggiore età a 18 anni?

    [Rispondi]

  2. Francesca marzo 6th, 2010 at 16:58

    Come fanno a dire che una buona relazione con la madre allontana lo stress del bambino se questo ha origine genetica? Un buon rapporto con la madre ha modificato i geni, la struttura crebrale del bimbo? Se si può essere, se no questa tesi non è valida! solo facendo una RMN si può vedere tutto ciò.

    [Rispondi]

  3. fulvio vignoli marzo 11th, 2010 at 15:30

    Vorrei aggiungere qualche considerazione al commento di Francesca.
    Per quanto possa sembrare strano le ultime ricerche, in merito al rapporto tra geni e ambiente, dimostrano non solo che in risposta agli eventi di vita si registrano modificazioni nell’espressione genica, ma anche che i geni possono arrivare a produrre versioni di proteine alternative, dipendentemente dall’azione delle modificazioni neurobiologiche e neuroendocrine stress-correlate. E non finisce qui. Riporto qui di seguito questo stralcio tratto dal manuale di Psichiatria e Psifarmacologia clinica a cura di Carlo Altamura: “Recentemente è stato dimostrato che l’ambiente è in grado di apportare cambiamenti epigenetici nel nostro genoma e tali cambiamenti possono essere stabili, cioè mantenuti nelle successive generazioni cellulari o, addirittura, se presenti nelle cellule germinali, trasmessi alla progenie e quindi avere un effetto transgenerazionale.”
    Per trovare studi più specificamente rivolti all’interazione geni-psiche, consiglio la lettura di altri due testi nei quali vengono riportati molti risultati di ricerca a proposito, ovvero: “La mente relazionale” di Daniel Siegel; e “Discorso tra geni” di Ernest Lawrence Rossi.

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