Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura: Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Scenografia: Paola Comencini
Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi
CON: Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo, Maria Pajato
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musiche: Nicola Tescari
Produzione: Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema con il supporto della Film Commission Campania
Distribuzione: 01 Distribution
Paese: Italia, 2009
Uscita Cinema: 16/10/2009
Genere: Drammatico
Durata: 98 Min
di Chiara Santi
Il film è la storia di Maria, una madre non più giovane, una “primipera attempata” che vive nel mondo d’oggi, un mondo fatto di relazioni fugaci, di amori veloci, di donne abituate ad essere sole o ad essere lasciate sole di fronte alle necessità. Ed è la storia della sua bambina che deve ancora nascere, anche quando è già nata, perché dalla vita la separano quei tre mesi di prematurità il cui svolgersi decreteranno il limite tra la vita e la morte, fra la “normalità” e la disabilità.
Ma questo margine fra il prima e il dopo, ancora più che il tempo utile a Irene, la piccola, per presentarsi definitivamente alla vita, è il tempo che serve a Maria per nascere al mondo come madre, per crearsi uno spazio interno per una visione totalmente diversa di sé, qualcosa a cui, forse, prima di allora non aveva mai pensato. E probabilmente non è un caso che la protagonista porti il nome della Madre per antonomasia.
Quello della Comencini è, soprattutto e prima di tutto, un film sull’attesa, quello spazio bianco fra il qui e ora e la realizzazione di un desiderio, che andrebbe riempito di sogni, riflessioni, passioni, speranze e che oggi non ci viene più concesso, presi come siamo nel turbinio della vita moderna dove tutto nasce e muore in fretta, persino i rapporti umani. E’ lo spazio che permette a Maria di rendere viva nella sua mente la piccola Irene, desiderarla, attenderla, volerla e iniziare a costruirsi un suo sacro luogo interno come madre, donna responsabile non solo della propria vita, ma di quella di un altro essere umano totalmente dipendente da lei.
In una società in cui tutto gira velocemente, dove ogni brama è facile da realizzare e ogni desiderio si può facilmente comprare (o così ci fanno credere), dove le relazioni nascono e si distruggono nell’arco di mesi, a volte settimane o giorni, attendere sembra diventato un sacrilegio, una deprivazione più che un’occasione di crescita e arricchimento. L’amore richiede tempo, cura, dedizione, non può essere qualcosa che si assaggia e si butta via al primo boccone; e un figlio costringe, inevitabilmente, a fermarsi, a pazientare e a costruire questo momento di sospensione pezzo dopo pezzo, riempiendolo di ansie, aspettative, timori, gioie, lacrime, sogni.
A volte l’attesa è quello spazio bianco da lasciare fra la fine di una storia di vita che non sappiamo più come far proseguire e l’inizio di qualcosa di completamente diverso, come metaforicamente viene lasciato intendere nel film quando Maria (insegnante alle scuole serali) consiglia all’alunno che sta svolgendo l’esame di terza media - che la chiama preoccupato, perché si è bloccato e non riesce più ad andare avanti nel tema - di lasciare uno spazio bianco e ricominciare da lì.
La vita e i ruoli che la società ci attribuisce vogliono che i genitori insegnino ai figli, che li istruiscano e li forniscano di competenze e capacità; troppo spesso, però, ci si dimentica di quanto un figlio possa insegnarci su noi stessi, quanto possa educarci a migliorare e a conoscerci meglio, anche nei primi mesi di vita, persino ancora prima di nascere, grazie al momento di elaborazione che l’attesa del figlio ci regala.
Giuliana Steri, su FilmUp, scrive che “colpisce, nella storia, la totale assenza degli uomini. Assenza non fisica, ma morale”. Certo, c’è uno sguardo anche a questo mondo maschile che sempre più spesso, oggi, scappa e non si assume le proprie responsabilità. Ma io credo che questo argomento resti, volutamente, a margine; penso che sia molto più una riflessione ed un’esortazione non tanto ad evitare gravidanze senza padri, ma “gravidanze senza madri”, cioè genitrici che non si ritagliano il loro spazio bianco per vivere il figlio fuori e dentro se stesse.











Sono molto d’accordo con il commento al film, lo “spazio bianco” come spazio-processo di nascita nella protagonista di un Sé materno prima sommerso in un susseguirsi di pezzi di identità che Maria consumava con fretta nei comportamenti, non consentendole di sentire “chi sono”.
Penso che non riguardi solo lo sviluppo del senso materno ma che possa essere visto anche come un richiamo all’attenzione, nel trattamento analitico, a quegli aspetti “non nati” del Sé che in alcuni pazienti sono rimasti sotto traccia, sommersi da un turbine di esperienze non elaborate attorno a cui si è coagulata la loro personalità.
[Rispondi]
Bellisismo il film, e bellisisma la recensione.
Non bellissimo dal punto di vista cinematografico, certo. E’ una storia minimalista, ridotta all’osso, che regge proprio perchè ci sono almeno due bravissime attrici, la Buy e la piccola napoletana (che non mi ricordo chi è).
Però non sono molto d’accordo sul fatto che siau n film semza uomini … E’ un film sulla funzione paterna, che effettivamente è asoslta, molto spesso, dalla madre. Cioè una madre “barrata” da un desiderio. Maria fa fatica a trovare questa “barra”. Di qualòe desideiro è figlia questa bimba? Forse qui tre mesi, in questo provvidenziali, le permettono di interrogare questo punto. Inizialmente, maria è sostenuta dall’amico-collega, che le dice, davanti all’ecografia “è un bellsisimo bambino” “ma va là .. è un’ombra …”, e lui “e beh, è una bellsisima ombra”. In seguito, c’è il sostegno offerto dal discorso medico umanizzato, incarnato nel giovane neonatologo che le fa cantare la ninna nanna (”il cielo in una stanza”), momento davvero commovente, che mi è sembrato un po’ copiato dall’analoga scena del “grande cocomero”, altro belliismo film di una donna, su che cos’è il sostegno all’anima.
Infine, verso la fine, quando ormai la bimba sta per donarsi alla madre, si vede di che cifra è questa barra, questo desiderio di madre/donna: è fatto della tenacia della donna magistrato, del profondo senso di giustizia che la porta (grande paradosso!) ad abbandonare il figlio di 10 anni. Il desiderio di una madre che è sempre in dialettica con quello di essere donna. E’ lei, la donna magistrato, che, davanti alla bellissima metafora delle formiche, si preoccupa quando Maria dice “non lo so … mi sa che mi sono arresa ….”. C’è posto, invece, dopo la nascita legale della picola Irene, per la rivolta di Maria contro la società ingiusta,ma anche per la sua dedizione al lavoro contro l’emarginazione, c’è posto persino per una scheggia di puro lirismo (l’interrogaizone fugace sul “canto notturno del pastore errante dell’Asia minore”), e poi, ancora, per il “padre putativo”, che giustamente chiosa “ma la spesa qualcuno la deve pure fare….”.
[Rispondi]
Grazie x la recensione, del tutto esustiva.
Mi ha fatto venire voglia di andarlo a vedere e poi vi dirò.
[Rispondi]