SEGNALAZIONE

Ieri, 22 novembre 2009, ad Affari Tuoi, su RAI UNO c’è stata la testimonianza di una concorrente che da ragazza ha sofferto di anoressia. Ha parlato della sua esperienza e di come è guarita dicendo che ci vuole tanta buona volontà e l’aiuto dei familiari. Ha pure ringraziato i medici dell’ospedale presso cui è rimasta per parecchi mesi, ma non ha fatto nessun accenno ad una eventuale psicoterapia o intervento psicologico di altro genere. Ritengo errato affermare che dall’anoressia si guarisce solo con amore e buona volontà, si tratta di un disturbo di natura psicologica e come tale va trattato. Non è la prima volta che in televisione sento affermazioni del genere anche su altre problematiche come ad esempio le Tossicodipendenze. Insomma il messaggio che spesso passa è che dove non bastano i farmaci ci vuole solo buona volontà e la vicinanza di persona care, gli psicologi e gli psicoterapeuti praticamente non esistono e non vengono, se non raramente, nominati come esperti di certe problematiche.
Lettera firmata
PARERE DEL PROF. EMANUEL MIAN
Per molti, l’anoressia è unicamente un marcato sottopeso, tanto che, nel parlare comune, quando una ragazza è molto magra, la tendenza è quella di indicarla come “anoressica”, quasi a fornire una diagnosi di psicopatologia, basandosi solo sul peso corporeo.
L’anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare.
Descrive una psicopatologia complessa, in cui è caratteristico il marcato rifiuto di mantenere un peso corporeo salutare, unito ad una intensa paura di aumentare di peso, anche quando chi ne è colpito risulta già marcatamente sottopeso.
L’eccessiva influenza del peso e delle forme corporee sui livelli di autostima spinge le persone affette da anoressia ad operare un controllo su cibo e corpo per mezzo di diverse metodiche (digiuno, attività fisica protratta per molte ore durante la giornata, vomito autoindotto ecc). Questi comportamenti rappresentano sintomi di un disagio che ha radici profonde e, quando in compresenza di disturbi dell’umore, d’ansia e/o di personalità, rendono il quadro clinico molto complesso.
In molti soggetti, inoltre, è presente il rifiuto di ammettere la gravità della malattia, con il rischio di posticipare le prime cure.
I fattori predisponenti (secondo il modello bio-psico-sociale che al momento risulta il più adatto a spiegare l’eziopatogenesi della malattia) sembrano essere collegabili a condizioni familiari, socioculturali e particolari caratteristiche di personalità (perfezionismo clinico, insicurezza nelle relazioni interpersonali, bassa autostima nucleare, rigidità di pensiero, pensiero polarizzato o del “tutto o niente” ecc). Questi fattori rendono più probabile l’insorgenza della malattia, ma al contempo devono prevedere l’innestarsi di circostanze scatenanti (uno su tutti, ad esempio, l’adolescenza, età considerata critica).
Le informazioni che ho fornito sulla malattia, seppur sintetiche ed introduttive alla problematica, spesso non sono fornite ai telespettatori quando si parla di anoressia. La tendenza è di soffermarsi troppo, e troppo spesso, sul “caso umano”. La comunicazione riguardante l’anoressia nervosa, avviene sovente nei media senza spiegare i meccanismi del problema e/o proporre consigli in merito a “cosa fare e a chi rivolgersi” in caso d’emergenza: e i disturbi del comportamento alimentare sono un’emergenza sociale nel nostro Paese e, in quanto tali, argomento trattato dai media. Questo non significa però che, automaticamente, le informazioni siano sempre corrette e verificabili.
Raramente si permette, anche in virtù dei tempi televisivi, di informare chi si trova dall’altra parte dello schermo con la presenza di un “addetto ai lavori”. Solo nel 35-40% delle trasmissioni in cui si tratta l’argomento dei disturbi del comportamento alimentare, l’informazione è discussa insieme a psicologi, mentre sempre più spesso vengono interpellati coloro che hanno sofferto o soffrono della problematica: i cosiddetti “casi umani”.
L’anoressia nervosa non è l’unico disturbo del comportamento alimentare ma, “televisivamente parlando”, sembra essere il più degno di attenzione da chi deve gestire il palinsesto televisivo. Ne è una riprova il fatto che di rado si assiste a discussioni o testimonianze di persone che hanno sofferto di bulimia nervosa o di sindrome da alimentazione incontrollata (binge eating disorder).
Nel caso specifico oggetto della segnalazione, siamo di fronte all’ esternazione di una concorrente di un quiz a premi che ha parlato, oltre del ricovero, di “buona volontà ed amore dei propri cari” al fine di “guarire” dall’anoressia della quale ha sofferto in passato.
Nulla da eccepire sul bisogno di parlare apertamente del proprio disagio, ma in questo caso, l’informazione fornita contiene tre inesattezze.
La prima è che siano sufficienti l’amore o i buoni rapporti interpersonali al fine di debellare una problematica così complessa e perniciosa quale è l’anoressia nervosa.
L’uscita dall’isolamento, cui solitamente si sottopongono le ragazze anoressiche, è una componente importante nella gestione della malattia che deve essere presente al fine di favorire un buon esito, ma non è, da sola, elemento terapeutico sufficiente. Inoltre, la famiglia (alcuni stili comunicativi e le interazioni fra i membri) come preannunciato, rappresenta uno dei fattori che possono predisporre all’insorgenza della problematica e, nei casi gravi, il ricovero con l’allontanamento da essa si rende necessario proprio per interrompere le dinamiche in grado di mantenere il disturbo.
Inserire una terapia familiare, insieme a quella individuale, è una scelta che, di solito, viene fatta in base all’età del soggetto, dato che vengono coinvolti i membri della famiglia qualora si abbia a che fare con soggetti minorenni o con giovani adulti che vivono ancora all’interno del nucleo familiare.
Detto questo, migliorare ed anzi, come spesso accade, riavviare i contatti con gli altri, sono elementi importanti nel trattamento dell’anoressia nervosa, che però devono avvenire di converso alla riabilitazione nutrizionale e dell’immagine corporea.
Le linee guida più accreditate indicano che la terapia d’elezione per il trattamento dell’anoressia nervosa è l’intervento psicoterapeutico a matrice cognitivo-comportamentale, al fine di correggere alcune convinzioni e comportamenti disfunzionali, unita ad una eventuale terapia farmacologica, anche se trattamenti ad indirizzo interpersonale e familiare vengono utilizzati in modo da poter rendere partecipi anche gli altri (familiari e non) nella problematica (NICE cg9, 2004).
La maggior parte dei pazienti necessita di un approccio multidisciplinare, in cui vi sia la compresenza di psicologo, psichiatra, medico internista e dietista. Raramente, senza cure adeguate, si assiste ad una remissione spontanea della problematica.
Asserire quindi che grazie all’amore ed alla famiglia se ne esce, significa negare la gravità e complessità della malattia, fornendo l’illusione che si possa “guarire” senza alcun tipo di supporto psicologico. Supporto che, essendo l’anoressia nervosa una psicopatologia, non può prescindere in alcun modo dall’ausilio di un trattamento psicologico come detto poc’anzi.
Probabilmente, quando la ragazza durante il programma televisivo ha ringraziato i medici, si riferiva anche agli psicologi dello staff che l’avevano in cura, in quanto membri di una probabile equipe multidisciplinare che non può non includere la figura dello psicologo che molto spesso coordina la terapia e fa da anello di congiunzione fra la paziente e le figure del team.
La seconda inesattezza è asserire che dall’anoressia nervosa si possa “guarire”.
Guarire significa un recupero della situazione fisico-psichica premorbosa. Chi è stato colpito dalla malattia, anche se per poco tempo, porta con se segni sia fisici che psicologici, molti dei quali purtroppo irreversibili, che sono frutto della denutrizione, della malnutrizione e di altre problematiche psichiatriche che si sono sommate (le cosiddette comorbilità).
L’essere asintomatici non significa non dover fronteggiare, sicuramente in maniera meno problematica dei momenti di crisi, una certa sensibilità verso cibo e corpo per tutto il resto della propria esistenza.
Dobbiamo inoltre pensare a chi ascolterà il messaggio dall’altra parte dello schermo: da una parte questo messaggio può fornire una speranza di vita totalmente identica a persone sane, dall’altra, in chi sta attraversando il problema, può infondere ulteriore insicurezza sul proprio percorso terapeutico o sul proprio desiderio di uscire dalla problematica.
Infine la terza e più grave inesattezza è attribuire unicamente alla “buona volontà” il potere di sovvertire i meccanismi posti in atto dalla psicopatologia.
La volontà, come viene comunemente intesa, ossia in quanto “tenacia”, nelle persone affette da anoressia nervosa è l’unica cosa che non manca, ma essa viene indirizzata unicamente al controllo di peso e forme corporee.
È ormai appurato che per gestire debitamente un disturbo del comportamento alimentare sia necessario un percorso di cambiamento; quello maggiormente adottato per spiegare ciò che avviene è il modello di Prochaska e Di Clemente (modello transteoretico del cambiamento) che descrive le fasi attraverso le quali passa la motivazione del paziente al cambiamento.
Il soggetto deve trovarsi quindi già in una specifica fase delle sei introdotte dagli studiosi, al fine di ottenere successo dalla terapia, altrimenti ogni sforzo potrebbe essere vano.
Quindi, l’informazione corretta da fornire è che oltre alla consapevolezza, e non alla buona volontà, vi debba essere un team di esperti che operino per aiutare il paziente a ristabilire l’equilibrio psicofisico che la malattia ha perturbato.
La figura di riferimento dovrebbe essere proprio quello psicologo/psicoterapeuta, che così tanto si fatica a riconoscere come ausilio in casi come quello della segnalazione.
In futuro, è auspicabile che nei media vi sia spazio per parlare nei tempi e modi adeguati di disturbi che ormai rappresentano la prima causa di morte fra gli adolescenti ed i cui numeri sono sempre più elevati, in quanto prendono in causa anche individui di sesso maschile oltre a soggetti sempre più giovani.
L’adeguatezza della comunicazione fornita dai media deve prevedere necessariamente la presenza di uno psicologo in grado di esplicitare tutti i meccanismi che compongono una malattia multideterminata e multifattoriale quale è l’anoressia nervosa.
È fondamentale fornire informazioni sui primi campanelli d’allarme e sulle azioni da compiere affinché il disturbo sia riconosciuto, diagnosticato e curato tempestivamente, in quanto la malattia viene curata con maggior successo quando trattata ai primi segnali.
Il consiglio nel valutare la qualità dei messaggi forniti dai media è di osservare da chi provenga l’informazione e considerare se, oltre all’amplificazione delle emozioni che la dura “legge dell’audience” impone, vi sia, oltre ad un paziente, anche un esperto di comprovata esperienza nel campo dei disturbi alimentari.
È importante informare sul percorso di cura, facendo attenzione che ottenere unicamente la compassione mediatica non può portare ad un maggiore grado di consapevolezza e di azione in chi si trova dall’altra parte dello schermo.
Dr. Emanuel Mian
Psicologo
Responsabile Unità per i Disturbi del Comportamento Alimentare
Clinica Salus Alpe Adria
Consigliere Onorario della Corte d’Appello di Trieste, Sezione Minorile












Gentili Signori,
concordo in linea di massima con i commenti del dr. Mian sul tema dei DCA. Osservo solo che le ragazze che hanno attraversato una fase così problematica della loro esistenza, quando sono interrogate al proposito degli elementi che hanno influito sui cambiamenti intervenuti in seguito ai periodi di patologia, più che istituire una graduatoria degli interventi risultati efficaci, tendono a mettere in rilievo quanto si è modificato dei loro sentimenti nei confronti dei familiari e quindi, di converso, tendono ad attribuire ai simmetrici cambiamenti di quelli un fattore determinante della cura. Un modo di mettere in rilievo senza parlare di sé, potremmo concludere. D’altra parte, siamo abituati alla constatazione che talvolta proprio i fenomeni maggiormente correlati alla psicopatologia sono considerati di tutt’altro ordine! Diverso, certamente, è il discorso per ciò che riguarda la divulgazione scientifica e i risvolti mediatici della cosa, su cui concordo proprio. Una domanda al riguardo: quando il dr. Mian afferma che tali disturbi rappresentano “la prima causa di morte tra gli adolescenti”, a quali dati statistico-epidemiologici fa egli riferimento? E qual’è l’estensione del concetto di adolescenza che egli utilizza? Pur essendo io conscio dell’importanza dell’argomento ed avendo una certa pratica nel campo, non ritengo infatti che giovi accentuare oltre misura i termini della questione, già seria di per sé. Conosciamo, infatti, anche l’effetto di attrazione che certi argomenti esercitano sui soggetti sensibili.
Lenio Rizzo, Primario di Neuropsichiatria infantile, Treviso-Docente di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Facoltà di Psicologia, Padova.
[Rispondi]
La ringrazio dei quesiti che pone in quanto mi permettono di puntualizzare ulteriormente su un tema che mi sta molto a cuore.
Nel mio parere non ho teso a discutere sulla “graduatoria” dei cambiamenti intervenuti, quanto della mancata informazione da parte della ragazza riguardo la necessaria presenza, su cui sicuramente anche lei converrà, di un supporto psicologico quando trattasi di DCA.
In merito al cambiamento che per la paziente è risultato il fattore determinante (rapporto con la famiglia in primis), ciò non toglie che la specifica testimonianza della ragazza rappresenti “quel” caso e non “tutti” i casi. Cosa che la televisione dovrebbe adeguatamente sottolineare per i motivi che ho già esplicato nel mio scritto.
In quanto ai dati statistico epidemiologici che mi richiede, quando asserisco che i disturbi alimentari sono la prima causa di morte fra gli adolescenti, ho ampliato quanto principalmente riferito dal Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute che cita a sua volta l’American Psychiatric Association e dall’ultima indagine della SISDCA (Società Italiana per lo Studio sui Disturbi del Comporamento Alimentare) presentata da Roberto Ostuzzi e ripresa da molti (http://blog.panorama.it/italia/2009/03/12/anoressia-e-bulimia-prima-causa-di-morte-tra-le-ragazze/ e inoltre http://www.affaritaliani.it/cronache/anoressia-bulimia-morte150309_pg_2.html ).
Inoltre, anche l’AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso) nel convegno di maggio 2009 dal titolo “Infanzia e Adolescenza: il disagio espresso dai Disturbi dell’Alimentazione e dall’Obesita’” ha asserito lo stesso allarme riguardante i DCA.
Personalmente non faccio parte di nessuna di queste associazioni, ma stimo coloro che vi operano e sono ben conscio, come lei sicuramente, che qualsiasi indagine epidemiologica risulterà sempre manchevole in quanto mediamente solo una persona su tre (1 su 3) affetta da anoressia nervosa e solo una su diciassette (1 su 17) affetta da bulimia nervosa, richiede un trattamento/intervento presso un centro dove sia possibile monitorare ingressi ed esiti e possibili drop-out (abbandoni del trattamento).
Tutti gli altri che ne soffrono (oppure hanno un quadro subclinico) sono “invisibili” ad ogni ricerca statistica.
La mancanza inoltre di una adeguata rete, fra i centri pubblici e/o privati che si occupano di DCA (o fra coloro, medici di base in primis che dovrebbero inviare ad essi), non permette stime adeguate.
Stime che permetterebbero, una più forte e forse motivata (fra le istituzioni) azione di coordinamento ai fini di prevenzione, diagnosi e cura di un fenomeno presente fortemente fra i giovani del nostro Paese.
Per quanto riguarda l’estensione del concetto di adolescenza, riferendomi a quanto detto dal Centro Nazionale, dalla SISDCA e dall’AIDAP che prende in esame un range dai 12 ai 25 anni, ritengo personalmente l’adolescenza un intervallo fra i 12 anni d’età non andando oltre i 20/21 anni.
(per i lettori, vi è una prima adolescenza che va solitamente dagli 11 ai 15 anni ed una seconda adolescenza dai 15 anni sino ai 21\22 circa, cioe’ fino al termine dello sviluppo psichico/fisico)
Quindi, anche se può sembrarle molto forte, mi assumo personalmente la responsabilità della mia asserzione riguardo i disturbi alimentari “in toto” (non unicamente l’anoressia come si può ben evincere dal mio scritto) come causa di decesso in adolescenza ed in particolare fra i giovani.
La frase, oggetto delle sue perplessità, quindi potrebbe essere ampliata, indicando precisamente che i disturbi alimentari sono la prima causa di morte per malattia psichiatrica fra i giovani.
Ed i disturbi alimentari sono una psicopatologia.
Entrambe quindi, da clinici, non possiamo che vedere a ciò con preoccupazione e spirito collaborativo, quale mi è parso l’intento del suo commento.
Infine, in merito alla sua chiosa finale, le rammento che proprio perché conosco perfettamente l’effetto di attrazione della questione, il parere mi è stato richiesto.
Emanuel Mian
[Rispondi]