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Dalla Stampa Tags | Boris Cyrulnik, La Stampa, Resilienza, Rosalba Miceli

Autobiografia: il coraggio di scrivere la propria storia

Posted on 18 gennaio 2010 by Immacolata Patrone

ROSALBA MICELI

Perchè i libri del neuropsichiatra Boris Cyrulnik, coordinatore del gruppo di ricerca internazionale “Identità Culture e Resilienza” con sede a Parigi, riscuotono un successo straordinario in Francia e nel resto del mondo? Cosa li fa diventare dei best seller? L’ultimo nato, “Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare le esperienze traumatiche” (Raffaello Cortina Editore) è in testa alle classifiche francesi dei libri più venduti e si sta imponendo anche altrove. Eppure il dolore – solo il dolore è il protagonista assoluto – un dolore che lo stesso Cyrulnik ha definito “meraviglioso” in un altro celebre saggio.

Il libro costituisce un approfondimento sulla teoria e pratica della “resilienza” attraversando infiniti percorsi di vita di feriti nell’anima, persone che in qualche modo, anche a distanza di anni, sono riuscite a ritrovare se stesse, dopo aver superato tragedie familiari, lutti, catastrofi naturali o guerre. Una sorta di autobiografia corale.

Dicevamo, perchè il successo? Cyrulnik stesso propone una spiegazione indiretta. I costruttori di racconti (e lui ne fa parte) come romanzieri, giornalisti, cineasti, saggisti, possono adottare uno stile esplicativo che fornisce indicazioni utli a controllare una determinata situzione. A partire da ciò, le persone ferite potranno a loro volta aggiungere le loro riflessioni, o costruire altri racconti che danno impulso ad un processo di resilienza. Inoltre, osservava Freud, l’uomo felice non ha bisogno di fantasticare, ma apprezza le storie in cui un infelice racconta come ha fatto a diventare felice.

Allora: chi sono Pierrot, Emilie, Mugabo e gli altri? I loro nomi non contano, sono esseri umani che l’impatto del trauma ha dapprima trasformato in spaventapasseri. Bambini, in massima parte, che non potendo sottrarsi alla tragedia, hanno immaginato di essere diventati degli spaventapasseri, persone spaventate che spaventano anche gli altri, a volte immobili quasi senz’anima e apparentemente senza emozioni, in una agonia psichica che somiglia alla morte. Stanno lì come fantocci bloccati sul luogo mentale del trauma senza riuscire a muoversi, a prendere una direzione, attanagliati e divorati da un dolore taciuto, perfino negato, impossibile da dirsi, da definirsi.

Se è vero che per innescare il processo di resilienza contano alcune risorse individuali (il rifiuto del “ruolo della vittima” nonché dell’odio, del rancore, della vendetta), sono importanti anche le storie dell’ambiente familiare e culturale che circonda il ferito, ciò che si dice, come viene detto. Verosimilmente alcune società favoriscono la resilienza tutelando il ferito nel nuovo percorso di crescita (l’invito alla parola, il sostegno affettivo, l’aiuto sociale) mentre altre la inibiscono sul nascere (attraverso la costrizione al silenzio, il pregiudizio, il rimprovero o la condanna, l’abbandono), raccontando in modo diverso la medesima tragedia. Se la società impedisce di parlare, il soggetto traumatizzato può vivere a metà, nascondendo la propria ombra, mettendo in luce solo la parte che gli altri accettano di vedere. Ma le immagini dell’orrore torneranno a perseguitarlo.

La lacerazione può ricucirsi più agevolmente in un contesto familiare e culturale che accetta la persona con la sua ferita. Il dolore muto si trasforma nella rappresentazione del dolore, un dolore che ha un inizio (e forse anche una fine), fino ad essere narrato come una storia che appartiene, che diventa accessibile a se stessi e agli altri. Racconto di sé che racchiude e da cui si diramano infiniti racconti a mano a mano che la storia acquista senso e significato. E questa nuova rappresentazione può cambiare il sentimento che si prova per se stessi, dalla vergogna fino all’orgoglio. “Allora lo spaventapasseri comicia di nuovo a parlare e talvolta anche a scrivere la propria chimera autobiografica – scrive Cyrulnik – ogni racconto è un’iniziativa di liberazione”. E ancora: “Noi non siamo padroni delle circostanze che inscrivono nelle nostre anime il significato che attribuiamo alle cose. Ma ci resta una piccola libertà quando agiamo sulla cultura al fine di permettere ai feriti di riprendere un neosviluppo resiliente”.

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Commenti

  1. roberta guerrato febbraio 11th, 2011 at 11:54

    molto iteressante vorrei approfondire lavoro in una rsa faccio l animatrice

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