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Cinema Tags | Chiara Santi, eternal sunshine of the spotless mind, Jim Carrey, Kate Winslet, Michel Gondry, Se mi lasci ti cancello

Se mi lasci ti cancello

Posted on 18 Gennaio 2010 by Chiara Santi

 

Titolo originale: “Eternal sunshine of the spotless mind”
Regia: Michel Gondry
Sceneggiatura: Charlie Kaufman
Scenografia: Dan Leigh
Costumi: Melissa Toth
Interpreti: Jim Carrey, Kate Winslet, Elijah Wood, Mark Ruffalo, Kirsten Dunst
Fotografia: Ellen Kuras
Montaggio: Valdis Oskarsdottir
Musiche: Jon Brion, James Warren,  Charles-Auguste de Beriot
Produzione: Anthony Bregman, Steve Golin
Distribuzione: Eagle Pictures
Paese: USA, 2004
Uscita Cinema: 22/10/2004
Genere: Commedia drammatica
Durata: 108 min.

di Chiara Santi

E’ possibile cancellare i ricordi dolorosi? Sarebbe bello o utile se potessimo, con un solo gesto, annullare le ferite d’amore? Qualcuno sta forse provando ora a dare una risposta di tipo scientifico a questo desiderio umano (leggi qui), ma il regista Michel Gondry lo fece, in modo decisamente più poetico, circa 5 anni fa, attraverso un film gioiello che mi sento di dire rappresenti una delle produzioni più intelligenti ed evocative (di pensieri, ricordi, sensazioni) degli ultimi anni.

Peccato per quella pessima abitudine, tutta italiana, di tradurre i titoli originali in una maniera a dir poco vergognosa, oltre che non fedele (ma, in questo caso, potremmo quasi dire “infedele”). Peccato, sì, perché se al posto di questo nome che fa pensare ad un filmetto stupido per quattordicenni - e che ha indotto a suo tempo più di un adulto a disertare la sala, anche se ha attratto orde di ragazzini poi rimasti delusi -  ci fosse stato l’originale “Eternal sunshine of the spotless mind”, saremmo stati affascinati fin dall’inizio dal significato di questo verso di “Eloise to Abelard” di Pope, che avrebbe aperto nelle nostre menti uno squarcio sul messaggio che l’autore voleva darci.

Il film è un caleidoscopico susseguirsi di immagini tutto centrato su ricordi e sentimenti e sul loro inestricabile rapporto, laddove il sentimento fissa il ricordo, rafforzandolo, e il ricordo, a sua volta, evoca il sentimento. E’ come se il regista girasse continuamente e vorticosamente attorno alla domanda iniziale: “E’ possibile cancellare memorie dolorose e ferite d’amore”? E ne desse una sua risposta attraverso il disvelarsi della trama, ricca di flashbacks e di incroci azzardati, ma affascinanti, che ci portano a capire come sia impossibile liberarsi del nostro passato, poiché c’è un destino che, quando noi cercheremo di aggirarlo, ci girerà intorno formando traiettorie sinuose che ci riportino lì, da dove tentiamo di fuggire.
Perché noi siamo le nostre esperienze e la nostra memoria; quell’insieme assolutamente unico di pensieri, emozioni, atteggiamenti e valori che è ciascun essere umano, è tale solo in quanto edificato, pezzo per pezzo, sul proprio passato, sulle vicissitudini della vita che ci hanno plasmato ed indirizzato verso le nostre scelte e conoscenze.
Come potremmo immaginare di essere senza memoria, fosse anche solo delle esperienze dolorose? Per quanto allettante prospettiva al primo impatto, sarebbe la nostra sciagura. Soggetti eternamente ingenui che girano nel mondo inconsapevoli, facili prede di ogni pericolo che, senza reminiscenze, non potrebbero schivare od interpretare. Ogni persona sarebbe, come la vestale di Pope, “dimentica del mondo, dal mondo dimenticata”. Come un corpo senza rughe e segni del tempo, devastato dalla chirurgia estetica, saremmo solo apparentemente perfetti, ad un primo sguardo, ma in realtà artificiali, artefatti e privi di espressione.
Spesso ci muoviamo nel mondo tentando di evitare la sofferenza, erigendo difese contro ogni esperienza spiacevole e troppo raramente ci fermiamo a considerare quanto la nostra essenza si basi anche e soprattutto su quel dolore e sulla capacità di saperlo attraversare.

Nel film, Joel appare colui che più fatica a liberarsi dal passato, perché in realtà non lo desidera veramente, non vuole, in quanto percepisce che significherebbe disfarsi anche di ciò che di bello c’è stato, poiché il dolore prende corpo e senso solo nella sua relazione con la felicità. Eliminare i ricordi negativi significa anche, in qualche modo, livellare ed appiattire quelli positivi, se non cancellarli del tutto. Clementine si mostra più nelle vesti dell’”inconsapevole vestale” di popiana memoria, che facilmente elimina ciò che non le piace e vaga dimentica del suo passato. Ma è solo un’apparenza, poiché tracce di sensazioni in qualche modo irrompono in lei subdolamente, anche laddove non riesce a darvi un significato, e il passato si pone continuamente di fronte per riplasmare il futuro a sua somiglianza. La differenza fra Joel e Clementine sta, effettivamente, solo in un diverso modo di affrontare la vita; essenzialmente, in modalità difensive differenti che nulla possono, veramente, contro l’imporsi della realtà della propria esperienza e del proprio passato, il quale scivola fuori sgusciando attraverso ogni pertugio non sorvegliato, come ben sa chi lavora con inconscio, sintomi e simboli.
Così Joel, quando si rende veramente conto di ciò che sta perdendo, delle emozioni che sta facendo scivolare via, fugge disperato nei labirinti della sua mente per ingannarla e nascondere ciò che gli rimane di più prezioso. Metafora meravigliosa anche del lavoro terapeutico: quando la persona si accorge di avere cercato di ingannare se stessa per difendersi dal dolore- senza aver risolto, ma anzi generando nuova sofferenza - la sua motivazione a cambiare e “guarire” lo porta ad una battaglia contro gli inganni della sua psiche. Battaglia aspra, dove a volte si cade, ci si perde, ci si rialza, ma in cui si può di nuovo ritrovare un senso, che è personale, intimo e da difendere dal senso che altri ci vorrebbero attribuire, appropriandosi delle nostre vite come un po’ fanno, nel film, gli operatori di Lacuna, i cancellatori di ricordi.

Il regista ci dice, attraverso tutti i suoi personaggi, sia quelli più consapevoli sia quelli meno, che non ci si può liberare del passato e di emozioni, sentimenti, percezioni inscindibilmente legati ad esso. E che non si sfugge al proprio destino che tutto - o in buona parte - ha già deciso, almeno nel campo degli incontri di anime. Non a tutti può piacere questa visione che pare togliere il libero arbitrio alle persone nel riplasmare l’esistenza in forme nuove; ma, alla fine, anche questa va presa come metafora dell’impossibilità di sfuggire alla propria vita, di come il non voler essere in contatto con la parte più intima di sé sia una soluzione che, alla lunga, è peggiore di ciò da cui si sta tentando di scappare.
Fare i conti col destino è, essenzialmente, null’altro che fare i conti con se stessi. Perché, in fondo, solo chi non ha il coraggio di confrontarsi con la realtà può mantenere l’”infinita letizia della mente candida”.

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Commenti

  1. cettina Gennaio 25th, 2010 at 11:14

    Sono assolutamente d’accordo con l’interpretazione che si legge in questa pagina e faccio i complimenti per la critica.
    E’ interessante notare come la verità della propria memoria avvenga attraverso quei fashback che ci aiutano a fare la strada a ritroso nella vita dei nostri pazienti.
    C’è anche, a mio parere, un messaggio che passa attraverso il video ed è quello per cui per cambiare la propria vita si può anche tentare di cancellare una persona, ma esistono parti di lei/lui che continuano a riempire i momenti della giornata, invaso altri ambiti dell’esistenza diventando “esperienza dell’altro” (magistralmente mostrati dal regista) con un unica vera soluzione la “correzione del comportamento” permessa solo dopo l’elaborazione dei propri errori che paradossalmente diviene meno dolorosa dell’assenza nei ricordi dell’oggetto da lui ma anche dalla protagonista amato.

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