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I nostri articoli Tags | Baker, Davide Dèttore, Federico Zanon, Girolamo Lo Verso, Lucio Sibilia, Luigi D'Elia, McFall, Piera Serra, Piero Porcelli, Santo Di Nuovo, Shoham

Dibattito sulla Scientificità della Psicologia Clinica

Posted on 22 febbraio 2010 by Sara Ginanneschi

Una bussola per i lettori

L’articolo di Timothy B. Baker, Richard M. McFall, Varda Shoham “Stato dell’arte e prospettive future della psicologia clinica. Verso un approccio scientificamente fondato alla salute mentale e comportamentale” comparso in Psychological Science in the Public Interest (PSPI) Volume 9 Number 2 November 2008 e da noi tradotto, dal quale parte il nostro dibattito, è un’occasione unica per riflettere come comunità scientifica e professionale su alcuni snodi che caratterizzeranno sicuramente lo scenario della psicologia clinica anche qui in Italia nel prossimo futuro.

Per semplificare il compito del lettore proveremo a mettere sul tappeto i punti-chiave sollevati direttamente e indirettamente dall’articolo in questione e che a nostro parere aprono questioni, interrogativi, riflessioni su cui è diventato indispensabile ed urgente confrontarsi, sia all’interno che all’esterno della nostra comunità:

  • A) Quale statuto scientifico-epistemologico per la psicologia clinica? La psicologia clinica ha aspetti sui generis come scienza oppure no?
  • B) Quale ricerca empirica per la psicologia clinica? A che punto è il dibattito sulla ricerca basata sull’evidenza? Quali altre tipologie di ricerca empirica sono considerate attendibili?
  • C) Quale rapporto esiste tra il mondo della ricerca empirica in psicologia clinica ed il mondo della pratica clinica in Italia? Perché i clinici diffidano spesso della ricerca empirica? Perché i ricercatori dialogano poco e niente con i clinici?
  • D) Qual è il rapporto della psicologia clinica con la medicina, analogie e differenze? Perché Baker et al. considerano la psicologia clinica nello stesso solco storico della medicina?
  • E) Qual è il ruolo e l’incidenza dell’economia sanitaria e assicurativa sulla ricerca in psicologia clinica? Quali effetti di azione e retroazione si producono sulla ricerca e sul suo linguaggio laddove la pressione di interessi economici elevatissimi spinge in alcune direzioni anziché altre?
  • F) Quale formazione di qualità per gli psicologi clinici? Quale accreditamento possibile? È possibile in Italia controllare la qualità della formazione dentro un sistema unicamente autorizzativo?
  • G) Qual è la situazione italiana in relazione a questo dibattito USA?
  • H) Cosa sanno i media, i cittadini, l’opinione pubblica di quali sia il valore aggiunto del lavoro dello psicologo clinico?

Perché è fondamentale confrontarsi pubblicamente su questi punti

Abbiamo chiesto a noti docenti e professionisti del settore di esprimersi liberamente sull’articolo di Baker et al., ed alcuni hanno cominciato a risponderci con importanti argomenti di riflessione.

Invitiamo però tutti coloro che vogliono dare un loro contributo di pensiero a questo dibattito in corso di scrivere direttamente nella zona commenti di questa pagina (o della pagina di ciascun commento tra quelli ricevuti) le loro opinioni. La zona commenti è moderata (passa un po’ di tempo dall’invio del commento e la sua comparsa sul sito) e darà ospitalità solo agli interventi non anonimi, contestualizzati e degnamente argomentati.

La scelta di attivare un dibattito pubblico qui sull’OPM è motivata da molte ragioni:

  1. Innanzitutto la Psicologia Clinica anche qui in Italia ha assunto proporzioni tali da non poter essere più ignorata, e del resto non ci pare un caso che sia stata negli anni scorsi e a più riprese terreno di scontro corporativo.
  2. Le tendenze sociali e culturali che l’articolo di Baker et al. indica e il duro confronto che esso inscena le ritroviamo e/o le ritroveremo in Italia nei prossimi anni.
  3. In Italia ruolo e funzione sociale dello psicologo clinico ed il suo utilizzo anche pubblico nella prevenzione e cura della salute psicologica della cittadinanza soffrono di un notevole ritardo storico e culturale.
  4. La crescita numerica degli psicologi non corrisponde ad una proporzionale crescita della vivacità scientifico-culturale della medesima comunità.
  5. Anche in Italia si assiste allo scollamento tra il mondo (in verità molto ristretto) della ricerca empirica, per la maggior parte ospitato nelle accademie, e il variegato mondo della clinica pratica disperso nelle centinaia di sedi formative di ogni orientamento, d’indistinguibile qualità.
  6. Anche in Italia esiste un analogo problema d’individuazione di criteri qualitativi della formazione e degli enti formativi.
  7. Le politiche sanitarie europee (ed italiane di conseguenza) andranno sempre più verso un’omologazione/standardizzazione delle pratiche ed una razionalizzazione della spesa sanitaria nella quale il ruolo della Psicologia Clinica è ancora tutto da scoprire.

Appare chiaro che se la nostra comunità professionale non mostra un impegno a confrontarsi apertamente su tutti tali snodi, non potrà essere parte in causa dei processi sociali che la riguardano, delegando implicitamente ad altri il proprio futuro.

Gli accademici hanno quindi, dal nostro punto di vista, una responsabilità particolare dal momento che presiedono sulla qualità formativa della comunità professionale, sulla qualità della ricerca, e sono nella posizione privilegiata di usufruire di punti di osservazione “grandangolari”, avendo anche spesso il polso della situazione internazionale. Cosa questa che manca alla maggior parte dei clinici.

Questo appassionante dibattito assume perciò il significato di un’occasione irripetibile, visto l’uditorio che raggiunge, di un primo confronto tra mondi fino a ieri di fatto incomunicanti.

Buona lettura a tutti!

Luigi D’Elia

Coordinatore OPM

Commento dei nostri esperti sull’articolo di Baker, Mac Fall, Shoham

Santo di Nuovo

Laureato in Filosofia nel 1972 e in Psicologia nel 1976. Dal 1992 al 1995 Direttore del Dipartimento di Psicologia di Palermo. Dal 1995/’96 Direttore dell’Istituto di Scienze Pedagogiche e Psicologiche dell’Università di Catania. Dal 1998/’99 trasferito alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Catania, eletto Presidente del Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione. Per il biennio 1998-’99 componente il Consiglio Direttivo e Coordinatore delle attività scientifiche della S.P.R. Italia, sezione italiana della ‘Society for Psychotherapy Research’. Nel 2001 eletto alla Presidenza della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Catania.

Leggi il commento del Prof. Santo Di Nuovo

Piero Porcelli

Psicologo psicoterapeuta, responsabile del Servizio di Psicodiagnostica e Psicoterapia dell’IRCCS ospedale gastroenterologico “Saverio de Bellis” di Castellana Grotte (Bari).

Leggi il commento del Prof. Piero Porcelli

Girolamo Lo Verso

Ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università di Palermo, past president della sezione italiana della Society for Psychotherapy Research (S.P.R.), già preside della Scuola di specializzazione in psicoterapia della COIRAG e coordinatore di attività formative e di ricerca sui temi della gruppoanalisi e della “psicoterapia come scienza” in Europa e Sud America.

Leggi il commento del Prof. Girolamo Lo Verso

Davide Dèttore

Professore associato di Psicologia Clinica, Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Firenze; docente, supervisore ed attuale Past President dell’Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento e di Terapia Comportamentale e Cognitiva (AIAMC). Presidente della Scuola di Specializzazione in psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, Istituto Miller di Genova.

Leggi il commento del Prof. Davide Dèttore

Federico Zanon

Specialista in Psicologia Clinica – Psicoterapeuta
Responsabile Terapeutico Centro Diurno per le Dipendenze “Il Laboratorio” di Vicenza
Consigliere di Indirizzo Generale ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per Psicologi)
Consigliere Ordine degli Psicologi del Veneto

Leggi il commento del Dr. Federico Zanon

Lucio Sibilia

Psichiatra e psicoterapeuta. Professore aggregato di Psicologia Clinica, incaricato del Corso di Psichiatria della Facoltà di Filosofia dell’Università Sapienza di Roma, membro del Consiglio Didattico del  Dottorato di Ricerca in Pedagogia Sperimentale. Fondatore, presidente e docente del Centro per la Ricerca in Psicoterapia (CRP), docente e co-fondatore della Soc. Ital. di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC). Fondatore e presidente della Società Italiana di Medicina Psicosociale (SIMPS). Membro del Board di 2 riviste internazionali (J. of Health Psychology, e J. of Psychopathology, Psychopharmacology & Psychotherapy) e 4 nazionali (Psychomed, Rivista di Tossicologia, Psicoterapia Cognitiva e  Comportamentale, Idee in Psicoterapia).

Leggi il commento del Prof. Lucio Sibilia

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Commenti

  1. fulvio vignoli marzo 4th, 2010 at 22:55

    Gli argomenti affrontati dagli studiosi americani sono senz’altro di grande attualità. Nel mio piccolo, posso dire di aver affrontato i medesimi argomenti di fondo, inerenti la psicologia clinica, nel libro: “Pensare il modello standard in psicologia clinica. Fare psicologia superando in via definitiva le scuole di pensiero” (Boopen editore, Napoli, 2009). Ormai la psicologia clinica non si può più sottrarre ad una precisa assunzione di responsablità nei confronti della sua utenza: nella contemporaneità non è più possibile affrontare temi riguardanti la salute partendo da presupposti filosofici, e quindi di natura speculativa. La psicologia clinica si trova nella necessità di uscire dallo “sperimentalismo” epistemologico, teorico e tecnico, che l’ha contraddistinta lungo tutto il ’900, per portare a compimento l’evoluzione verso un’autentica scientificità. Quando si parla di cultura della scienza, non intendiamo la pura scienza galileiana, la scienza improntata all’assoluto determinismo e riduttivismo.Intendiamo invece la scienza filtrata attraverso la “cultura della complessità, che d’altra parte già pervade, nella contemporaneità, gli altri ambiti disciplinari di natura scientifica. A mio avviso, deve finire lo scetticismo di certa psicologia nei confronti della cultura della scienza. Uno scetticismo che, nell’intento di preservare la dimensione della individualità e dell’unicità di ogni uomo, ha finito per traghettare la psicologia clinica nell’ambiguo dominio dell’ermeneutica, con ciò facendo calare quella famosa notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere.In poche parole, l’intento di preservare l’individualità non ha fatto altro che produrre infiniti “soggettivismi” culturali, producendo al contempo innumerevoli weltanshauung sulla mente, tutte sostanzialmente rigide, tutte sostanzialmente a detrimento di quella individualità che si sarebbe voluto preservare. Si tratta di un paradosso, un paradosso che a mio avviso può essere risolto solo con l’unificazione della psicologia clinica attraverso la costruzione, da parte della comunità scientifica, di un modello standard per la disciplina. In caso contrario, ho proprio l’impressione che il suddetto paradosso avrà lunga vita, una vita lunga come quella dei paradossi del buon Zenone.

    [Rispondi]

  2. Donato Santarcangelo, psicologo e psicoterapeuta, già docente a contratto facoltà di psicologia, Torino marzo 7th, 2010 at 20:51

    Solo qualche breve considerazione soprattutto di carattere epistemologico.

    Sostanzialmente mi sentirei di iniziare dicendo che una definizione non può in linea generale che assumere un significato ed un valore limitato nel tempo e nello spazio, ma il sostanziale polimorfismo teorico, metodologico, tecnico e linguistico che contraddistingue la psicologia clinica ne rende ancora più ardua una chiara ed univoca definizione.
    Soprattutto perché ci si “scontra” con il nodo dell’esplicitazione del tipo di teoria della conoscenza con la quale ci sentiamo autorizzati a indagare o “curare” la nostra stessa soggettività.

    Per quanto riguarda la frammentazione in più teorie psicopatologiche, ci si può chiedere se essa possa corrispondere ad una parcellizzazione in più scienze diverse tra loro e non semplicemente a differenti ipotesi esplicative.

    Secondo questa impostazione, così come ogni scienza ritaglia il proprio ambito di oggetti e di predicati specifici, attraverso i quali poter costruire ipotesi e proposizioni vere; allo stesso modo, da un argomento comune, come il comportamento umano, anche ciascuna teoria psicopatologica ritaglia un “oggetto” attraverso l’uso dei suoi predicati, questi ultimi individuano i dati, dando loro una specifica interpretazione, elaborandoli secondo metodi ben definiti.

    Una conseguenza di tutto ciò, essendo diverso l’orientamento teorico, è che uno stesso disturbo psichico può dare luogo ad interpretazioni patologiche differenti e altrettanto possono, quindi, essere anche i modelli diagnostici e le strategie di trattamento.

    A tal proposito M. Lang così si esprime: «la complessità e, se vogliamo, la tortuosità delle vicende della diagnosi del disturbo psichico, unite alle difficoltà inerenti alla scelta dei parametri, possono indurre lo psicologo clinico ad assumere due posizioni estreme quali: sostenere la totale inutilità della diagnosi, in quanto strumento medico, o ricondurre sempre ed unicamente il disturbo psichico alla teoria della personalità in cui l’operatore si riconosce maggiormente. Nel primo caso si tende a sottovalutare l’importanza dell’aspetto tassonomico della diagnosi, nel secondo si rischia di far coincidere il processo diagnostico con la presa in carico psicoterapeutica».

    Il problema di fondo per la psicologia clinica potrebbe infatti consistere nella sua collocazione epistemologica e nella determinazione del limite tra il concetto di sanità e quello di patologia, nel contesto del confronto tra un modello medico con metodo diagnostico-nosografico a logica nomologico-deduttiva e un modello ermeneutico con metodo clinico-interpretativo basato sulla circolarità del comprendere.

    I termini del rapporto esistente tra i due modelli succitati, sono ancora oggetto di acceso dibattito, così come i concetti di sanità e patologia, e per quanto riguarda la posizione epistemologica della psicologia clinica (e della psicologia), la discussione non sembra sostanzialmente considerare a fondo l’aspetto relativizzante, che pur emerge nella riflessione critica nell’ambito delle “scienze della natura”.

    L’intervento psicologico clinico, in altri termini, non può essere fondato su una motivata ipotesi del processo etiopatogenetico che ha dato origine al “disturbo”, alla “sofferenza” o al “disagio” denunciati»(Circolo del Cedro).

    Mi sembrano interessanti per la psicologia clinica le riflessioni “ermeneutico-cliniche di Zucchini, (Zucchini G., 1991) «poiché l’oggetto della psicologia, è un altro soggetto, cioè un interlocutore immediato, va contestato uno statuto epistemologico di tipo psicologico-clinico (…) alla psicologia delle facoltà o funzioni, ad una psicologia che isoli il comportamento umano dai suoi contenuti (…) a quegli indirizzi di ricerca che isolano la sincronia (o cronaca immediata) dalla diacronia (o biografia o storia) della personalità (…). La soggettività intera (emozioni, sogni, fatti, parole e musica) viene dunque rigorosamente accolta nell’oggettività del reciproco ascoltare e farsi ascoltare, modello quanto mai suggestivo di accoppiamento generante».

    Forse è auspicabile una maggiore “integrazione” (in gran parte da costruire) tra le diverse “anime” della psicologia clinica.
    Pensando a Napolitani:”Ma se poi pensiamo al particolare terreno relazionale in cui si muove ogni pratica psicologica, possiamo comprendere ancora di più la predilezione mostrata dagli psicologi nei confronti del pensiero diagnostico: questo pensiero, nell’oggettivare il paziente nei termini dei suoi “complessismi”, semplifica la complessità del campo interattivo totale, mette tra parentesi la soggettività dello psicologo come residuo dell’ideologia della neutralità della scienza, e principalmente consente di includere la prassi analitica nella consolidata area della terapeuticità».

    Nell’ambito della psicologia clinica, sia pure con impostazioni differenti, nell’ambito di un modello prevalentemente clinico-ermeneutico, si è andata considerando, mi pare come prioritaria la riflessione sulla terapia intesa come relazione psicoterapeutica (M.W. Battacchi, D. Napolitani(7)), e come principale oggetto di lavoro il binomio relazione-soggettività (Lo Verso, 1992).
    Il modello clinico, però, non può eludere un confronto più approfondito con le questioni più propriamente metodologiche, con i dati empirici e con il problema della comunicabilità scientifica (Lo Verso, 1992).

    Occorre, però precisare che: «nel pensare ad una necessaria contestualizzazione dell’agire clinico (idiografico) all’interno di un sistema di riferimento più generale (nomotetico)», come sostiene Grasso, la psicologia clinica, anche se di vocazione clinico-ermeneutica, potrebbe, comunque, correre il rischio di scivolare più o meno inconsapevolmente verso approdi epistemologicamente spuri e, probabilmente, connotati da una non sopita voglia di “dignità scientifica” a tutti i costi.

    Questi rischi li corre, ad esempio, l’ambito psicodiagnostico e quello del rapporto tra psicologia clinica e psicologia generale, non solo rispetto alle riflessioni sui metodi, ma anche sui fattori che determinano l’efficacia terapeutica, e sulla verificabilità dei risultati. Quest’ultima operazione è plausibile, ma, naturalmente, anche possibile di incongruenze epistemologiche, teoriche e metodologiche che occorre riconoscere e problematizzare, per evitare di (Lo Verso, 1992) «…andare al di là di una verifica realizzata all’interno dei singoli orientamenti e costruire delle griglie, degli schemi di categorizzazione e di inquadramento più ampi», che siano solo la riproduzione di una sterile e tutto sommato “positivistica” categorizzazione.

    Si propone, allora, forse, anche la possibile traccia che, se il sintomo è (anche) simbolo, rimando, apertura fenomenologica di senso, allora la definizione di terapia e correlativamente di realtà, avranno un’altra significazione, trascendendo così quella sorta di bisogno umano di “certezze replicative” che spinge ad individuare al di là del divenire, l’identico ed il fondato.
    Un ripensamento epistemologico più profondo, forse si impone, proprio anche alla luce degli impasse concettuali delineati, affinché il termine “metodo” clinico-ermeneutico non risulti essere solo un’impraticabile costruzione ossimora.

    [Rispondi]

  3. fulvio vignoli marzo 8th, 2010 at 12:49

    Vorrei fare qualche riflessione su quanto proposto dal professor Santarcangelo.
    A quanto proposto con le “circonvolute” riflessioni di certi epistemologi e di certi psicologi con il gusto della vertigine ontologica, vorrei rispondere con le parole di Erick Kandel:(…) ritengo che pochi potrebbero mettere in discussione il ruolo di Freud di grande pensatore moderno sulle motivazioni umane o negare che il nostro secolo sia stato indelebilmente segnato dalle idee di Freud su questioni psicologiche che da sempre hanno occupato il pensiero occidentale, da Sofocle a Schnitzler. Se però si adagia sui risultati del passato, la psicoanalisi è destinata a rimanere una filosofia della mente; in questo caso gli scritti di psicoanalisti- da Freud ad Hartmann, da Erickson a Winnicott- andranno letti come tesi filosofici o poetici comparabili alle opere di Platone, Shakespeare, Kant, Schopenhauer Nietzsche e Proust”. Tutto qui. La cultura della scienza è caratterizzata da certi presupposti epistemologici e da determinate coordinate di metodo. Fosse anche vero, quindi,che ogni espressione di conoscenza parte da presupposti che sono del tutto arbitrari ( i presupposti metafisici Kuhniani), si tratta semplicemente di fare una scelta: o si decide di approcciare la mente dal punto di vista scientifico, oppure no. Una scelta che, nell’uno come nell’altro senso, si associa inevitabilmente a pregi e difetti. Casomai sarebbe però importante informare l’utente dei servizi di salute mentale della propria posizione: Psicologo scientifico o Psicologo umanistico. Penso che, almeno su questo, dovremmo essere tutti d’accordo: è una semplice questione di onestà, ed in quanto questione di onestà si tratta di un problema ETICO. Per il resto, credo che ognuno sia libero di impegnare la mente, o trastullarla, con le questioni che vuole, anche quindi con annose ed inutili questioni di filosofia teoretica: inutili, almeno al fine di supportare le persone nel momento del bisogno, così come in teoria dovrebbe fare uno psicologo. Sicuramente delle questioni non inutili, invece, come tema di discussione all’interno della gipsoteca universitaria.

    [Rispondi]

  4. Lucio giugno 9th, 2010 at 19:32

    Donato Santarcangelo sostiene con buoni motivi che vi è un “sostanziale polimorfismo teorico, metodologico, tecnico e linguistico che contraddistingue la psicologia clinica”. Questo stato che – se non si vogliono usare eufemismi – bisogna chiamare *confusionale*, è un fatto reale. Ma è proprio la legittimazione di questo stato della psicologia clinica che costituisce un ostacolo all’avanzamento delle conoscenze e alla maturazione di questa disciplina in una vera e propria scienza.

    L’esplicitazione del tipo di teoria della conoscenza non è un problema se ci poniamo nell’ambito della ricerca logico-empirica, cioè quella tipica delle scienze in generale. Diventa invece un problema se si vogliono abbracciare posizioni di tipo costruttivista e postmoderno che vedono nella conoscenza scientifica una mera costruzione sociale.

    In queste posizioni si colloca l’”ermeneutica”, anche citata da Santarcangelo. Questo termine significa semplicemente “interpretazione”, quindi, a rigore, sarebbe la scienza della interpretazione (da Hermes, il messaggero o interprete degli dei). Tuttavia, “ermeneutica” può essere sia la divinazione sciamanica o del chiromante, che la traduzione di un testo antico; qualunque traduzione inoltre può essere sia più o meno fedele o corretta, che totalmente fantasiosa.

    Pertanto, rivendicare la validità di qualunque interpretazione, sulla base dell’assunto che essa non può che essere soggettiva, conduce soltanto ad allontanarsi dal metodo scientifico. Questa, purtroppo, è esattamente la strada imboccata da S. Freud, nonostante le ottime intenzioni iniziali. E’ noto che il fondatore della psicoanalisi, che ha sedotto un così gran numero di intellettuali, credeva che la validità dell’interpretazione consistesse semplicemente nel fatto che il paziente la accettasse! Infatti, non si è mai preoccupato di fornire riscontri empirici delle ipotesi psicopatogenetiche proposte.

    La “scienza dell’interpretazione”, quindi, viene ritenuta un sapere sufficiente per fondare alcune pratiche psicoterapiche e gli assunti che le giustificano. Chi sostiene l’esclusività dell’ermeneutica come base della psicoterapia tende a squalificare la necessità o perfino l’utilità del metodo sperimentale per la verifica delle ipotesi.

    Si tratta di una scelta di fondo. Tale scelta tuttavia non ha nulla a che vedere con i diversi orientamenti teorici. La scelta è tra utilizzare criticamente conoscenze specifiche raccolte con il metodo osservativo-sperimentale, qualunque sia la teoria da cui sono state prodotte, oppure mettersi nella posizione di osservanza di ideologie con scarsa o nulla giustificazione empirica, ma fondate fermamente sulla soggettività epistemica, e perpetuarne i linguaggi. Fornendo così l’illusione di possedere un sapere.

    Non è una scelta, quella logico-empirica, che possa essere giustificata con argomenti scientifici. Ha a che vedere invece con un preciso orientamento etico, come anche fa osservare Vignoli. Possiamo anche non vedere il mondo, compresi i nostri simili, con gli occhi della scienza. Qui vorrei citare Antiseri: “L’atteggiamento razionalistico è caratterizzato dall’importanza che si attribuisce all’argomentazione e all’esperienza. Ma né l’argomentazione logica né l’esperienza possono di per sé dar vita all’atteggiamento razionalistico; infatti, saranno sensibili ad esso soltanto coloro che sono disposti a prendere in considerazione l’argomentazione o l’esperienza e che quindi hanno già adottato questo atteggiamento. In altri termini, un atteggiamento razionalistico dev’essere già preventivamente adottato se si vuole che l’argomentazione e l’esperienza risultino efficaci, e quindi non può esso stesso essere fondato sull’argomentazione o sull’esperienza”. D.Antiseri (Keiron)

    D’altra parte anche C. Popper ci ricorda che la scienza presuppone una scelta etica: “benché non esista una “base scientifica razionale” dell’etica, c’è una base etica della scienza e del razionalismo”.

    E, a proposito di etica ed onestà intellettuale, vorrei anche ricordare la beffa di Sokal (da P. Lucisano, Validità e affidabilità delle pratiche valutative: a proposito del Progetto Pilota 2. Suppl. Legambiente Scuola News. 2004): “Qualche anno fa il fisico Alan Sokal ha messo in luce con uno scherzo, che ha provocato innumerevoli polemiche, i rischi di mancanza di rigore anche all’interno di comunità scientifiche molto consolidate. Sokal inviò un saggio corposo dal titolo impegnativo Violare le frontiere: verso un’ermeneutica trasformatrice della gravità quantistica, ad una rivista prestigiosa, Social text, che lo pubblicò. Contemporaneamente Sokal provvide a fare pubblicare su un’altra rivista, Lingua franca, un secondo articolo in cui spiegava che il primo articolo era un inganno, una sorta di esperimento per verificare l’attenzione della prima rivista sul fondamento scientifico di ciò che viene proposto al pubblico. Il primo saggio era infatti cosparso di errori grossolani che qualsiasi esperto che si fosse applicato con attenzione avrebbe dovuto scoprire facilmente. L’inganno era facilitato dal fatto che la tesi sostenuta era vicina alle impostazioni postmoderne e antiscientiste della rivista Social Text. Successivamente Sokal ha pubblicato assieme a Jean Bricmont Imposture intellettuali. Quale deve essere il rapporto tra filosofia e scienza (1997). In questo lavoro vengono sottoposti a critica rigorosa gli scritti di studiosi di grande prestigio, come ad esempio Lacan, dimostrando come molte delle loro asserzioni non siano in alcun modo giustificate ed in alcuni casi rappresentino autentici strafalcioni.”

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