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Cinema Tags | chiesa cattolica, Codice da Vinci, film, Giuseppe Preziosi, Nanni Moretti, Psicoanalisi

HABEMUS PAPAM

Posted on 29 maggio 2011 by

HABEMUS PAPAM

Regia: Nanni Moretti
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli
Attori: Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Urlich Von Dobschutz, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti, Margherita Buy
Paese: Italia
Uscita Cinema: 2011
Genere: commedia
Durata: 104 minuti
Formato: colore

di Giuseppe Preziosi

Io sto con Moretti. Mi schiero dalla parte di quelli che molto hanno apprezzato questo suo ultimo lungometraggio e che valutano l’invito a boicottare il film fatto da una parte del mondo cattolico come l’ennesima mossa di anacronistica miopia.

Habemus papam descrive un’istituzione, la Chiesa cattolica (ma come discorso sulle istituzioni può valere anche per altre come per esempio l’esercito) parte integrante della nostra cultura occidentale ridotta a rituali vuoti, alla vecchiezza, alla inattualità. Circondata da media che cercano di aggrapparsi a qualche indiscrezione, qualche gossip per alimentarne la vendibilità televisiva, per fare notizia, qualcosa che importi al pubblico catodico. Una processione vuota che va avanti senza un senso se non quello di una convenzione. Una istituizone che ha paura di prendersi la responsabilità del nuovo millennio e delle domande a cui le solite risposte non bastano; ciò che preme, ciò che spinge è la regola istituzionale, la norma che prescrive ciò che va fatto, come e quando; non un rinnovamento, una critica interiore, una presa di posizione ma rispetto per la procedura. La procedura può ancora dare sicurezza; forse anche alle milioni di persone che attendono una parola del nuovo papa, forse.

Naturalmente questo riguarda una parte della Chiesa cattolica, uno sguardo su di un aspetto dell’istituzione e degli uomini che la compongono che fa da specchio alla visione  di film come Il Codice da Vinci che ne descrive gli aspetti cospirativi. La Chiesa cattolica non si esaurisce in queste due descrizione ma non ne è estranea.

Anche la psicanalisi descritta da Moretti sembra doversi interrogare sulla sua capaicità di essere uno strumento utile all’uomo moderno. Una modernità che non ha tempo per domande sulla mamma, i sogni, l’infanzia; i pazienti vogliono soluzioni immediate. Quali risposte può fornire la psicanalisi, quali cambiamenti tecnico-teorici può permettersi senza snaturarsi?  Piegarsi e deformarsi a queste nuove richieste imparando a declamare risposte vuote e ripetive come deficit di accudimento (Margherita Buy) o chiudersi in un sterile narcisismo del “migliore di tutti” che  sa solo essere geloso della sua ex moglie o organizzare un pò di intrattenimento spicciolo?

In tutta questa incertezza emerge l’uomo, il cardinale Melville. Ciò che interroga questo mite personaggio che si ritrova a essere quasi un agnello sacrificale della paura altrui è il suo sintomo.  Qualcosa di sconosciuto, inedito frena il suo cammino verso lo sguardo della folla che lo consacrerà papa. Non un sintomo di fede nè un sintomo medico ma qualcosa che chiama in questione addirittura la psicanalisi; nè il dottor Moretti nè la dottoressa Buy saranno capaci di dare ascolto  ma sapranno offrire solo domande e risposte scontate. Il cardinale non si lascia sedurre dagli psicofarmaci che pure abbondano tra le file del Vaticano ma si affida al suo sintomo lasciandosi condurre da esso; prendendosi tempo, giocando con le maschere e con Pirandello si da la possibilità di fissare un limite, di definire ciò di cui è capace e ciò di cui è incapace; proprio il suo “malore” gli permette di fare un passo indietro, rallentare e conoscersi; ciò che i cardinali, i medici, gli psicanalisti hanno chiamato sintomo, malattia permette al soggetto di emanciparsi dal giogo delle istituzioni e di accedere al proprio desiderio.

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Commenti

  1. luisa mori giugno 1st, 2011 at 16:20

    condivido ma non tutto il pur bel commento al bel film di Moretti,chissà se non dir nulla di veramente psicoanalitico non sia invece un resto dell’analisi del regista come di altri pur altrettanto famosi,forse anche di più………..un residuo di onnipotenza,una non accettazione del limite che fa uscire dalla nevrosi il protagonista L.M.

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