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	<title>Osservatorio Psicologia &#187; Editoriale</title>
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	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
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		<title>Il coraggio di osare</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 06:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Santi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Santi
Il coraggio di osare, di guardare oltre, di non fermarsi in facili e rigidi dogmatismi, ma di&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Chiara Santi</p>
<p style="text-align: justify;">Il coraggio di osare, di guardare oltre, di non fermarsi in facili e rigidi dogmatismi, ma di scrutare al di là, avendo come obiettivo finale sempre e solo la verità; i piccoli brandelli di essa, almeno, che riusciamo a cogliere. Questo è ciò che serve alla scienza &#8211; quindi anche alla psicologia &#8211; e a noi tutti.<br />
Ed è ciò che ci sta portando, che va regalando a chi ha voglia di spingersi sempre più in là, un passo oltre a ciò che la mente razionale può, al momento, spiegare.<br />
Spostare la barriera della conoscenza sempre più avanti può farci accedere a nuove interpretazioni, che introducono visioni altre della realtà, consapevolezze più profonde del nostro essere ed agire nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 23 settembre di quest’anno, su tutti i giornali si è diffusa la notizia che il team di ricerca del Cern e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, capitanato dal nostro Antonio Ereditato, aveva fatto una scoperta che, se confermata, sarebbe stata la più importante di questo secolo (1).  In apparente contraddizione con la regola d’oro della teoria della relatività speciale di Einstein, secondo cui nulla può viaggiare più veloce della luce (circa 300.000 km al secondo), l’esperimento del gruppo ha dimostrato che i neutrini, particelle fondamentali elettricamente neutre dalla massa infinitamente piccola, possono essere più veloci dei fotoni, i quali, nel vuoto, raggiungono la velocità che si riteneva essere la massima consentita.<br />
In estrema – e non tecnica – sintesi, un fascio di neutrini è stato “sparato” dal Cern attraverso la crosta terrestre fino ai Laboratori dell&#8217;Infn del Gran Sasso e si è misurato il tempo utilizzato per percorrere i 730 km di distanza (con una precisione di 20 centimetri). Fatti tutti i debiti calcoli e tenuto conto di un margine di errore che è stato quantificato in un massimo di 10 nanosecondi, la velocità dei neutrini è risultata comunque superiore a quella dei fotoni, giungendo a destinazione ben 60 nanosecondi prima di questi ultimi, quindi eccedendo di gran lunga il margine di errore.<br />
Per quanto alle nostre menti profane questi valori appaiano talmente infimi da sembrare inconsistenti, piccoli dettagli utili ad alte disquisizioni fra scienziati, hanno in realtà la capacità di stravolgere il mondo per come lo conosciamo e di avere effetti inimmaginabili.<br />
Se confermati i risultati, quei 60 nanosecondi potrebbero rappresentare, in linea assolutamente teorica, la linea di divisione fra un universo che ci pone notevoli barriere di tempo e spazio, e i viaggi nel tempo o le traversate interstellari.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dio non gioca a dadi con l’universo” è la famosa frase di Einstein (2) che esprimeva lo sconcerto del genio tedesco di fronte ai risultati della fisica e della meccanica quantistica (3) – al cui sviluppo lui stesso aveva dato un indiretto contributo &#8211; secondo i risultati e le interpretazioni portate avanti, più di tutti, dal gruppo di Copenaghen di Niels Bohr, alle cui scoperte ed interpretazioni diedero apporti fondamentali altre grandi menti come Werner Heisenberg e Wolfgang Pauli.<br />
Infatti, a differenza delle regole del mondo fisico, per come era stato conosciuto fino ad allora, dominato, prima di tutto, dalla legge di causa-effetto e da certezze quasi immutabili, l’universo quantistico sembrava mostrarsi refrattario ad ogni logica sino a quel momento normalmente accettata, mostrando un volto affascinante ed inquietante insieme, dove pareva quasi che tutto e il contrario di tutto potessero avere simultaneamente uno spazio in questo microcosmo: dagli elettroni che presentavano le caratteristiche sia di onde sia di particelle, agli eventi che accadevano non di per sé, ma in dipendenza dell’osservatore, fino all’impossibilità di calcolare con precisione, contemporaneamente, quantità di moto e posizione di una particella elementare, tutto sembrava contraddire la logica comune e scientifica. La più accreditata spiegazione di tali eventi divenne, nel tempo, proprio la famosa “interpretazione di Copenaghen” di Bohr e collaboratori, che riusciva a dare un senso a tutto ciò introducendo una visione probabilistica secondo cui di tutti i possibili stati di un evento, quello che si realizza dipende dell’osservatore e dallo strumento utilizzato e non è determinato a priori da leggi di causa-effetto. Un po’ come a dire che, se abbiamo un gatto in una scatola che ha le stesse probabilità di morire avvelenato in seguito al verificarsi o non verificarsi di un determinato evento, l’animale nella scatola è contemporaneamente vivo e morto, finché non si apre il contenitore e si effettua, quindi, l’osservazione (4).<br />
Furono proprio paradossi come questi e le incredibili conseguenze che Bohr ricavò dagli studi quantistici, che portarono Einstein alla famosa frase che rappresentava il suo rifiuto di credere che, nel mondo subatomico, niente potesse essere deterministicamente definito e previsto, ma tutto fosse in balia delle probabilità e del metodo di misurazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le grandi domande che la fisica quantistica ha portato con sé vanno a toccare il senso più profondo della nostra esistenza e del suo senso. Scienza e filosofia, la struttura delle particelle elementari e le grandi domande della vita sembrano andare a braccetto. Se è vero che meccanica e fisica quantistica, per arrivare a dare un senso ai risultati delle ricerche, facendo combaciare teorie e dati, arrivano ad ipotizzare – in alcuni casi &#8211; persino l’esistenza di universi paralleli e la realizzazione di un risultato o di un altro a seconda di come e quando lo sperimentatore osserva l’evento (da un’infinità di eventi possibili, quello che si realizza, in pratica, dipende da chi osserva. Il gatto non è vivo o morto, è tutte e due le cose contemporaneamente finché non lo si guarda) che potrebbe anche significare, estremizzando, che il collasso della funzione d’onda delle probabilità, ovvero la realizzazione di una situazione e quella soltanto, non dipende da leggi deterministiche, ma siamo noi, in pratica, a creare la realtà che viviamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le rivoluzioni della scienza non si fermano qui ed altri settori ci stanno portando riflessioni e scoperte che sembrano sconvolgere tutte le norme finora accettate, che osano mettere in dubbio ogni logica dominante sino a questo momento.<br />
L’attribuzione dei premi Nobel di quest’anno non sono, in gran parte, approfondimenti e scoperte nella direzione di un solco già tracciato, ma una specie di inno all’audacia di sfidare le convenzioni e le certezze dominanti.<br />
Il Nobel alla chimica è stato conferito a Daniel Shechtman che, con la scoperta dei quasi-cristalli (forme strutturali ordinate ma non periodiche), ha “modificato dalla base la concezione di un solido», tanto che «la sua battaglia a difesa delle sue idee ha costretto gli scienziati a riconsiderare le loro concezioni sulla natura stessa della materia», come si legge fra le motivazioni al premio. Questo non prima di essere passato, purtroppo, attraverso aspre critiche e ostilità di colleghi, che lo costrinsero a trasferirsi presso una differente Università per proseguire i suoi studi, i quali potrebbero ora portare a diverse innovazioni nel campo dei materiali (5).<br />
Il Nobel alla fisica, invece, è stato assegnato ex aequo agli statunitensi Saul Perlmutter e Adam Riess e all’americano-australiano Brian Schmidt per la scoperta dell&#8217;espansione accelerata dell&#8217;universo attraverso l&#8217;osservazione dell&#8217;esplosione di un particolare tipo di stella, la supernova. In pratica, anche in questo caso contro a quanto finora comunemente accettato, si è scoperto che l’espansione dell’universo non avviene né a un ritmo costante né rallentando nel tempo ma, al contrario, accelerando. Tale scoperta ribalta i concetti fondamentali della cosmologia, secondo cui la spinta propulsiva dell’espansione dell’universo era destinata ad esaurirsi (6).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questo il più grande contributo che la scienza può darci, non solo in senso tecnico, ma anche e soprattutto umano. Spingerci ad osare, a non fermarci, a credere anche nell’impossibile, se abbiamo seri e fondati motivi per farlo. Ad indagare, andare sempre un po’ più in là, che a volte significa anche andare “contro”. Contro dogmi, “fedi” acquisite, “verità” intoccabili, facendosi guidare solo dall’amore per la conoscenza, in qualunque direzione essa ci porti.<br />
Questo coraggio, nella nostra psicologia, talvolta significa anche aprire i confini che mettiamo fra i vari settori di applicazione o, addirittura, fra i differenti orientamenti dello stesso settore, come in psicoterapia. Lo stesso spirito che ha permesso ad uno psicologo, Daniel Kahneman, di vincere il premio Nobel per l’economia, spingendo i suoi studi in un campo a cui la nostra disciplina era stata, fino ad allora, estranea.<br />
E, un po’, piace pensare che sia stato anche il suo lavoro di psicologo ad aver fatto vincere l’ambito premio per la letteratura, quest’anno, a Tomas Tranströmer, collega e poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vuole coraggio per continuare a cercare e per tenere la mente aperta all’ignoto. Ma se lo si ha, allora si scopre, citando Kafka, che “da un certo punto in avanti non c&#8217;è più modo di tornare indietro. E&#8217; quello il punto al quale si deve arrivare”.<br />
E’ il miglior augurio che si possa fare alla scienza e agli uomini.</p>
<p style="text-align: left;">(1) Cfr, fra gli altri: <a href="http://daily.wired.it/news/scienza/2011/09/23/einstein-neutrini-velocita-luce-13427.html#content" target="_blank">http://daily.wired.it/news/scienza/2011/09/23/einstein-neutrini-velocita-luce-13427.html#content</a><br />
(2) <a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Albert_Einstein" target="_blank">http://it.wikiquote.org/wiki/Albert_Einstein</a>. Pare, in realtà, che Einstein non abbia mai detto o scritto esattamente così, ma di certo ripeté in diverse occasioni la sostanza di questa affermazione, in forme più o meno simili.<br />
(3) Per un approfondimento della storia della fisica e meccanica quantistica, comprensibile anche ai profani della materia, si consiglia l’avvincente libro di Manjit Kumar, Quantum, Mondadori, Milano, 2010.<br />
(4) Per una spiegazione completa del famoso “paradosso del gatto di Schrödinger”: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schrödinger" target="_blank">http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schrödinger</a><br />
(5) <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_ottobre_05/nobel-chimica_b2effa54-ef37-11e0-a7cb-38398ded3a54.shtml" target="_blank">http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_ottobre_05/nobel-chimica_b2effa54-ef37-11e0-a7cb-38398ded3a54.shtml</a><br />
(6) <a href="http://www.asi.it/it/news/il_nobel_per_la_fisica_2011_torna_alla_cosmologia" target="_blank">http://www.asi.it/it/news/il_nobel_per_la_fisica_2011_torna_alla_cosmologia</a></p>
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		<title>Date agli psicologi ciò che è degli psicologi</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2011/09/24/date-agli-psicologi-cio-che-e-degli-psicologi/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 10:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Santi]]></category>
		<category><![CDATA[codice deontologico]]></category>
		<category><![CDATA[Counseling]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenza]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Santi
E’ un buon rientro dalle vacanze quello della psicologia italiana. Dopo il recente successo della sentenza definitiva&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Chiara Santi</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un buon rientro dalle vacanze quello della psicologia italiana. Dopo il recente successo della sentenza definitiva 14408/2011, ottenuta dall’Ordine degli psicologi dell’Emilia Romagna, che riconosceva la psicoanalisi come forma di psicoterapia (chiudendo quindi in futuro la possibilità di appellarsi al termine “psicoanalisi”, non ricompreso nella 56/89, per esercitare abusivamente l’attività di psicoterapeuta), settembre si apre con un incontestabile trionfo dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, grazie alla <a href="http://www.opl.it/media/normativa/sentenza_counselling_zerbetto/Sentenza_Zerbetto_vs_OPL.pdf" target="_blank">sentenza 10289/2011</a>, in merito all’annosa questione della piena applicabilità dell’art. 21 del nostro codice deontologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ironia della sorte, ai sostenitori del libero insegnamento (che, portato ai suoi estremi, ci ricorda un po’ l’indimenticabile gag di Corrado Guzzanti sulla Casa delle Libertà: “facciamo un po’ come c…o ci pare!”), i quali avevano sempre opposto l’art. 33 della Costituzione come baluardo contro le possibili sanzioni derivanti dall’applicazione dell’art. 21, è stato risposto, fra gli altri e numerosi rilievi, proprio con la stessa norma da loro così spesso invocata: “Questa necessaria riconduzione degli “atti tipici” della professione dello psicologo ad atti concreti di prestazione, rende ragione dei limiti dell’insegnamento (come tale libero in quanto manifestazione del pensiero) dell’uso degli strumenti di conoscenza necessari a rendere le sopra identificate prestazioni, volte a soddisfare bisogni collettivi rilevanti per l’interesse generale della comunità, a garanzia della capacità tecniche e morali occorrenti per il retto esercizio della professione anche ai fini dell’”abilitazione” di cui all’art.33 della Costituzione: è incontrovertibile che eventuali compromissioni del diritto all’insegnamento possono essere normativamente determinate per superiori esigenze costituzionali quali quelle di tutela della salute pubblica, in un settore di pregnante rilievo emotivo in continua evoluzione, con l’esigenza connessa di prevedere meccanismi che consentano una costante verifica delle metodiche validate dalla comunità scientifica in un dato momento storico”.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, una delle ambiguità su cui erano sempre state basate le opinioni dei formatori di counselor, era che insegnare aspetti psicologici ad altri professionisti (spesso il counselor svolge già un altro impiego che desidera arricchire con alcuni nuovi compiti e competenze o affiancare ad una vera e propria nuova attività) ha l’indubbia utilità di far loro svolgere al meglio il proprio lavoro, quando questo entra in contatto con sofferenza o aspetti psichici. Su tale affermazione non possiamo che concordare e nessuno, nella nostra categoria, ha mai sostenuto il contrario. Elementi di teoria psicologica possono sempre essere utili ad insegnanti, medici, educatori, infermieri, ecc. Il problema, ovviamente, nasce quando da elementi teorici si passa a strumenti operativi veri e propri che, per essere maneggiati adeguatamente e con cognizione di causa, richiedono una formazione lunga ed adeguata. Avere conoscenze “spot” su come somministrare un test, condurre un colloquio o effettuare una diagnosi senza possedere l’adeguato background di conoscenze psicologiche su cui vanno ad innestarsi questi singoli interventi, rischia veramente di arrecare danno in un campo molto delicato come quello della salute psichica.  Questo concetto, fra l’altro, non sfugge al giudice quando sostiene che “siffatta prospettazione si fonda sull’ambigua distinzione tra l’insegnamento della conoscenza e l’insegnamento dell’uso degli strumenti, per sostenere strumentalmente la legittimità della prima (la conoscenza) onde derivarne la legittimità anche del secondo (l’uso)”.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro convincimento &#8211; che da sempre gli oppositori di tali corsi sostengono &#8211; assolutamente confermato dal Giudice è che non solo non sia corretto insegnare strumenti tipici della professione a chi non ne fa parte, ma che questo equivarrebbe addirittura all’istigazione ad un reato: “deve convenirsi con la difesa del resistente che l’insegnamento dell’uso degli strumenti a persone estranee equivale in tutto e per tutto a facilitare l’esercizio abusivo della professione”. Il Giudice, fra l’altro, non si limita a sottolineare la scorrettezza di tale operazione, ma definisce la gravità particolare della stessa, trattandosi di un ambito che “richiede, se possibile, una sensibilità ancora maggiore trattandosi della personalità di ciascun individuo e la necessità di un lavoro di ristrutturazione dell’intimo e di riorganizzazione del sistema cognitivo-emotivo”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’importanza particolare che riveste questa sentenza, rispetto ad altre precedenti e pur importanti che si muovevano in qualche modo già in questa direzione, è la scrupolosa attenzione che il Giudice ha riservato alla questione, analizzando estesamente tutte le sfaccettature del problema, dimostrando una piena conoscenza dell’ambito di lavoro dello psicologo, della sua delicatezza, nonché della netta differenza (chiarissima per noi, ma da non dare affatto per scontata in coloro che non sono addentro alla professione) che esiste fra conoscenza teorica ed applicazione operativa di tecniche. Siamo perfettamente consapevoli dell’attuale provvisorietà di tali enunciazioni e delle possibilità di fare ricorso contro questa decisione che potrebbe portare a modifiche della stessa nei successivi gradi di giudizio. Tuttavia, la precisione con cui è stato analizzato il problema e la chiara espressione delle motivazioni che hanno portato alla sentenza rende piuttosto difficile immaginare che essa potrebbe essere totalmente ribaltata in appello. Difficile, insomma, distruggere la ferrea logica che ha portato a tali conclusioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi preme sottolineare come il motivo di esultanza per tale risultato non risieda in un banale corporativismo, in una vittoria di lobby. Si tratta di qualcosa di molto più importante ed eticamente rilevante e, cioè, di ridare alle persone il loro diritto, in ambito di salute, di essere curati con competenza e conoscenze adeguate; consiste anche, in definitiva, nel ribadire la delicatezza della sfera psichica, la cui comprensione è troppo complessa per essere costretta in qualche centinaio di ore di formazione e sdoganata in pillole alla Bignami maniera. Viene riaffermata, quindi, l’importanza della tutela dell’utente, insieme al riconoscimento dell’assoluta rilevanza della nostra disciplina e della necessità che essa venga condotta con mezzi e formazione adatti. Non significa riconoscere tout court un primato ai colleghi dato dal possesso di un “semplice” pezzo di carta; sappiamo bene come non sia sufficiente la laurea, il tirocinio e l’iscrizione all’Albo per fare di una persona un professionista competente. Ma se non è condizione sufficiente, è decisamente necessaria per garantire un minimo di basi su cui il sapere tecnico-procedurale deve andare ad inserirsi.<br />
Sembrerebbe ovvio; eppure, in un mondo sempre più basato su superficialità della conoscenza, velocità e mancanza di senso del limite, occorrono sentenze per ribadirlo.</p>
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		<title>Fuori di test(a)</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 04:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Test psicologici]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Santi
Anche quest’anno siamo arrivati all’ultima uscita prima della pausa estiva. C’è una tendenza diffusa a pensare che&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Chiara Santi</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quest’anno siamo arrivati all’ultima uscita prima della pausa estiva. C’è una tendenza diffusa a pensare che col caldo debba andare in vacanza non solo il corpo, ma anche il cervello. A cui noi di OPM, certo, non vogliamo dare credito, continuando a mantenere alto il livello dell’informazione. Purtroppo non possiamo dire altrettanto dell’utilizzo generale della Psicologia che, già spesso fraintesa, banalizzata e male utilizzata nei media, d’estate sembra venire sfruttata ai più bassi livelli quando veniamo bombardati di favolosi test da autosomministrarci; al mare come in montagna, al nord come al sud, nella vita reale come, ormai, in quella virtuale, dai media scopriamo che non c’è segreto della vita psichica che tenga.</p>
<p style="text-align: justify;">In giro, infatti, c’è veramente di tutto. Eravate rimasti agli obsoleti test di affinità di coppia? O al vetusto quiz che ti svela la tua sessualità? Ma no, il mondo gira in fretta e i gusti cambiano, perciò chiunque può trovare una risposta a qualsiasi domanda gli passi per la testa. Provate a porvi dei quesiti assurdi, iniziate a cercare una curiosità che, in realtà, non vi incuriosisce per niente, e vi sarete leggermente avvicinati al magico mondo dei test del solleone. Ad esempio, non ditemi che non morite dalla voglia di sapere a quale personaggio de “Il Mondo di Patty” assomigliate? O a quale dei Cesaroni (per i più caserecci)? E che non perdete le nottate chiedendovi se foste un cane, che razza sareste? O quanto il make up rispecchi la vostra personalità? Tutti test realmente disponibili in giro, niente di inventato!</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, sono domande esistenziali, le cui risposte ci possono decisamente dare un’indicazione sulle direttrici da prendere nella vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo voglia di scherzare, certo, ma neanche troppo. Diciamo che partiamo dai test estivi per affrontare, una volta di più, un argomento che ci è caro, cioè la serietà professionale da cui dipende l’immagine che diamo al mondo di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio che nessuno si augurerebbe di trovare un Rorschach, un Big Five o un MMPI, magari con relativa spiegazione, in un giornaletto da spiaggia o sulle pagine di un quotidiano a tiratura nazionale. Né, ovviamente, si può chiedere che la Psicologia seria abbia l’ultima parola su qualsiasi prodotto che vagamente abbia a che fare con i sondaggi sul nostro mondo interno, anche quando questi sono fatti in modo palesemente e volutamente scherzoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, però, sta proprio nella fragile linea di confine fra il gioco e il facile fraintendimento. Perché nel mezzo, fra il quiz chiaramente ironico e il reattivo mentale scientifico, si situano infinite sfumature non sempre così evidenti, ai non addetti, nella loro distanza fra l’uno e l’altro estremo. In questi casi ci si potrebbe chiedere, infatti: quanti si rendono conto che molti test non hanno nulla di scientifico? Nulla che abbia a che vedere con un lungo e rigoroso lavoro che si preoccupi di validità, attendibilità, analisi degli items, ecc.? Quanti comprendono che non sono stati elaborati da uno psicologo? E che gli psicologi utilizzano il loro tempo in impegni più seri?  E, ancora peggio: quanti sono, invece, i colleghi che si prestano a diffondere test non scientifici, dando attraverso il loro nome e il loro titolo professionale una parvenza di autorevolezza agli stessi? Purtroppo non si tratta di processo alle intenzioni, ma di semplice constatazione della realtà; basta farsi un giro veloce su internet per scoprire un mondo di questionari “fatti in casa” che vengono definiti psicologici e che, non troppo raramente, compaiono sulle pagine web degli stessi colleghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché il problema è sempre quello; la serietà della nostra disciplina deve passare, innanzi tutto, dalla serietà dei colleghi che la diffondono, oltre che dei media che ne parlano. Prima di puntare il dito contro i giornali e i siti di informazione, insomma, iniziamo a guardare noi stessi. La promozione della professione non può che arrivare, in primis, dalla correttezza con cui noi psicologi la trattiamo e ne parliamo; se siamo noi a farne cattivo uso, difficilmente possiamo sperare che all’esterno si comprenda il senso e l’utilità del nostro lavoro.<br />
Il compito dell’Osservatorio è proprio quello di supervisionare l’informazione psicologica nei mezzi di informazione per “correggere il tiro” laddove essa viene distorta o mostrata in modo eccessivamente banale e semplificato (e, nondimeno, anche di divulgare quei lavori che fanno un buon servizio alla nostra scienza, così come alla comunità). Questo non tanto per il piacere fine a se stesso di scovare errori e imperfezioni, quanto perché crediamo realmente nell’utilità della psicologia in ogni suo campo di applicazione, valore che può essere tutelato solo da una diffusione corretta dei suoi principi e delle sue scoperte. Confondere il lettore, divulgare un’immagine semplificata di ricerche e applicazioni non è solo un torto fatto a questa meravigliosa disciplina, ma anche una riduzione della possibilità di avvantaggiarsene da parte dell’utente finale, così come un <em>vulnus</em> all’immagine della categoria (e gli ultimi due aspetti non sono certo indipendenti fra loro).</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro che è un discorso scomodo; nella nostra epoca non va di moda guardare “al di là del proprio naso” e ciascuno cerca di attrarre clienti e pazienti come può. Insomma, la pubblicità è l’anima del commercio. Se fatta male, però, può diventare la tomba della professione.  Divulgazione corretta, attraverso un linguaggio diretto e semplice, che non snaturi l’oggetto del nostro lavoro, si può fare. È quello che realizziamo, articolo dopo articolo, qui all’Osservatorio. Con il contributo di tanti colleghi che hanno la nostra stessa immagine della professione. E con quello dei lettori che, uscita dopo uscita, continuano a rinnovarci la loro fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie e…Buone Vacanze!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Memoriale per Giovanni Bollea</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2011/03/29/dossier-su-giovanni-bollea/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[a cura di Gabriella Alleruzzo
Giovanni Bollea, un nome che non ha bisogno di presentazioni. La sua scomparsa è recente&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Gabriella Alleruzzo</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Bollea, un nome che non ha bisogno di presentazioni. La sua scomparsa è recente e come Osservatorio abbiamo deciso di pubblicare un dossier in omaggio a colui che è senza dubbio il fondatore della neuropsichiatria infantile in Italia.<br />
Abbiamo deciso di muoverci secondo due linee: raccogliere una rassegna stampa degli articoli commemorativi che sono apparsi sulle maggiori testate, (<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=4627" target="_blank">vai alla Rassegna Stampa</a>, a cura di Davide Lacangellera)  e chiedere ai nostri esperti un ricordo o un commento personale che ci restituisca come Bollea è rimasto nella loro mente e nei loro cuori. Inoltre, per rendere più vivido il suo ricordo, abbiamo deciso di utilizzare l&#8217;abituale spazio video per proporre un video che ne offre un suo bel ritratto (<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=4643" target="_blank">vai al video</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo che i contributi raccolti siano molto intensi; a volte toccanti e diretti, legati a una conoscenza personale, altre volte frutto della rielaborazione del pensiero di Bollea. Si potrebbe dire che l’Osservatorio in questo caso si è assunto la funzione di custode della memoria, mentre la sua figura assume le connotazioni archetipali del Senex, il saggio che sa, che sostiene e insegna, e che è fonte di ispirazione. Colui che, grazie alla sua esperienza, quando viene ascoltato può aiutare coloro che come noi cercano di svolgere una delle tre “professioni impossibili” a districarsi dalle difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciao, Giovanni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Il ricordo di Giorgio Blandino</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai avuto la fortuna di conoscere personalmente il professor Bollea, per motivi di età, geografici e di aree di ricerca in campo psicologico. La mia unica conoscenza di lui è connessa alle sue opere scritte (non tutte) ed ad alcune interviste. Dalle quali ho potuto ammirare non solo lo studioso ma la sua profonda umanità e provare un istintivo e profondo rispetto per un maestro nelle scienze della psiche (normale e patologica) e nello studio dell&#8217;infanzia. Un maestro che univa al sapere  un garbo e una attenzione relazionale ormai, drammaticamente e sconsolatamente, raro nel nostro paese. Pertanto l&#8217;unica testimonianza che posso portare, essendo la testimonianza di una non testimonianza, e quella del rammarico di non aver mai potuto incontrare  e frequentare personalmente una persona di così raro valore. Voglio però auspicare che non capiti anche a Giovanni Bollea ciò che è capitato ad altri maestri nella scienza e nella cultura italiana (compresa quella psicologica) ovvero che vengono dimenticati dopo qualche mese dalla loro morte e messi nel dimenticatoio, magari per seguire il pensiero superficiale di qualche pensatore di moda al quale &#8211; soprattutto se d&#8217;oltreoceano &#8211; siamo  sempre disposti a dare acritiche aperture di credito  dimenticando disinvoltamente i molti valorosi e spesso misconosciuti contributi nostrani.<br />
<strong><br />
Il ricordo di Roberto Cafiso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molti anni fa, iscritto in Psicologia a Roma, feci esami di neuropsichiatria infantile. Era nel mio piano di studi, come complementare. Il prof. era Giovanni Bollea, un nome che già allora incuteva rispetto tra noi studenti. Non timore, perché il prof. era una persona curiosa, cordiale che riusciva a mettersi in simmetria con gli studenti senza perdere di prestigio. Uno scienziato umile eppure autorevole di una umanità smisurata. Credevo che come complementare avrei fatto un esame veloce. Durò più di un&#8217;ora, perché Bollea mi fece capire che la Neuropsichiatria infantile era una complementare &#8221;per caso&#8221;. Il suo 30 fu uno dei voti più guadagnati e apprezzati di tutto il mio corso di studi. Questo lo ricordo ancor oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ricordo di Santo Di Nuovo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per me la neuropsichiatria, e Bollea come simbolo di essa, vuol dire tornare indietro al primo congresso cui partecipai come giovane neolaureato, presentando una comunicazione. Vicino casa mia: Taormina, ottobre 1974. Ci affascinò parlando sui nuovi (allora) aspetti della psicopatologia adolescenziale.<br />
Poi lo incontrai ancora nei suoi scritti, che si cercavano sempre quando bisognava ricordare che si pensasse ai bambini più che agli adulti se si voleva davvero un mondo migliore.<br />
Ricordo come durante la mia esperienza di giudice onorario al Tribunale dei minorenni il nome di Bollea fosse sempre il più citato nelle riunioni con i magistrati, nelle udienze, nelle camere di consiglio.<br />
Ricordo i suoi paralleli fra alberi e bambini, entrambi si generano e si coltivano ma si possono anche distruggere in nome della (presunta) civiltà. In un mondo che &#8211; segretamente innamorato di Erode mentre si finge amico dei bambini &#8211; segue sempre più la strada del loro genocidio psicologico, un coltivatore di bambini sani come Giovanni Bollea ci mancherà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ricordo di Nicola Materassi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I motivi per voler ricordare Giovanni Bollea sono numerosi. Molti riguardano il suo lavoro come neuropsichiatria di fama internazionale e le sue indiscutibili doti umane.<br />
Un aspetto che trovo particolarmente significativo e suggestivo riguarda il suo impegno concreto nell’ambito dell’ecologia intesa come vero e proprio stile di vita.<br />
La sua attenzione all’ambiente-natura, insieme alle molteplici qualità che hanno distinto il grande medico, mi evocano la figura di un sapiente della Grecia antica</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ricordo di Paolo Migone</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho conosciuto Giovanni Bollea di persona. Ma è come se l’avessi conosciuto, perché dai suoi scritti mi ero fatto l’idea di una persona generosa, non solo appassionata del suo lavoro ma anche gentile e disponibile con chiunque. Tanti anni fa mi fu chiesto di scrivere una <a href="http://www.autismoonline.it/coselautismo/cenni.htm" target="_blank">storia della psichiatria infantile</a> per un trattato di psichiatria e, dato che volevo approfondire alcuni eventi storici di cui era stato testimone, immediatamente gli telefonai senza preoccuparmi del fatto che non mi conoscesse. Il padre della neuropsichiatria infantile italiana, con tono caloroso e gentile, rimase al telefono con me per una buona mezz’ora. Proprio come l’avevo immaginato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ricordo di Chiara Morandi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ronald Laing ha detto che la famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello; Giovanni Bollea ha insegnato a tutti i bambini che la ragnatela è un labirinto con un’uscita, il fiore una pianta fiorita, la tomba è un luogo dove seppellire ma anche ricostruire la propria storia, la prigione e il castello sono due facce della stessa medaglia: la sfida di crescere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ricordo di Girolamo Lo Verso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho mai lavorato con bambini. Mi sono sempre chiesto se non mi angosciasse, inconsciamente, l&#8217;idea dei bimbi malati, visto che con quelli sani gioco con gioia. Per questo, ho grande ammirazione per chi lo fa e lo sa fare.<br />
I grandi maestri sono un bene prezioso. Pensandoci, hanno in comune delle cose: spessore, tenacia, desiderio di crescita dell&#8217;altro, etica ed onestà interiore, distacco dalle miserie del denaro, del potere, del narcisismo, della manipolazione.<br />
Che tristezza le concezioni della cura del bambino che lo vedono &#8220;oggettivamente&#8221; come qualcosa di autoconchiuso da trattare con farmaci o isolatamente. Bollea portò molto avanti il winnicottiano &#8220;non conosco l&#8217;infante&#8221; e la consapevolezza che un bambino è, in primo luogo, il frutto di un concepimento familiare e che l&#8217;essere amanti con saggio amore (e cioè rispettando la sua differenza) è la chiave della sanità psichica.</p>
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		<title>La società del Grande Fratello</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/11/27/la-societa-del-grande-fratello/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 11:00:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Avetrana]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Lacangellera]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi D'Elia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Santi
Nella società dell’immagine, i nuovi idoli sono la TV e i media in generale, cioè tutto ciò&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>di Chiara Santi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella società dell’immagine, i nuovi idoli sono la TV e i media in generale, cioè tutto ciò che consente di apparire. Non importa per cosa e come, l’importante è quanto.<br />
I media dovrebbero essere, come spiega l’etimologia stessa della parola, un mezzo, ma oggi come oggi sembra siano diventati il fine: “<em>Appareo</em>, <em>ergo sum</em>”.<br />
Laddove vigessero ancora buon gusto e serietà, un giornalista dovrebbe informare, il più oggettivamente possibile, su fatti ed eventi, un professionista dovrebbe fornire considerazioni nel rispetto di decoro e deontologia e un utente dovrebbe desiderare conoscere ciò che capita nel mondo in cui vive. Ma in una mondo rivolto all’esteriorità più che all’interiorità, all’esibizione più che alla riflessione, tutto viene stravolto. Il pensiero da complesso si fa rigido e settorializzato, i sentimenti non sono percepiti, ma mostrati e resi oggetto di spettacolarizzazione.<br />
Volendo sorvolare sull’asservimento di alcuni giornalisti alla morbosità di un pubblico che sempre più desidera sbirciare, ben oltre il bisogno di informazione, nelle vite altrui, che vengono messe in piazza come se si fosse in un continuo talk show, non possiamo però sottacere la collusione dei professionisti della psiche rispetto al desiderio di essere tutti dentro alla casa del “Grande Fratello”, dove con diagnosi o riflessioni azzardate e definitive, prive di quelle sfumature e complessità che il nostro lavoro – a contatto con persone, sistemi, organizzazioni, relazioni &#8211; sempre ci porge di fronte, partecipano al grande gioco delle nomination ed eliminazioni (di personaggi di vita vera e vissuta, però).</p>
<p style="text-align: justify;">La psicologia apporta, nei campi in cui si applica, prima di tutto il valore aggiunto della riflessione, dell’interposizione di un pensiero fra lo stimolo e la risposta, del differimento della gratificazione, dello spazio di elaborazione che si frappone fra un impulso e l’agito. Ma quando è un professionista della psiche il primo ad evacuare, come possiamo pensare di aiutare questa società sempre più dedita all&#8217;idolo della velocità ad orientarsi verso il tempo della ponderazione e dell&#8217;analisi critica? Che immagine stiamo dando di noi e, purtroppo, dell’intera categoria, accogliendo lo spirito generale dell’immediatezza e della sua, conseguente, superficialità? Non stiamo forse dicendo che la vita, le persone, le dinamiche sono categorie chiare, definite, senza sfumature, dove alla causa A corrisponde sempre l’effetto B, dove basta imparare a memoria una serie di classi ed etichette per fare lo psicologo ed avere pronta ogni soluzione nello spazio di pochi secondi?<br />
L’effetto finale è quello di un danno all’immagine della categoria ma, anche peggio, al cittadino stesso. Perché non è solo l’utente ad abusare nella ricerca di un’informazione esaltata, morbosa ed esasperata che, in quanto tale, è già di per sé una cattiva notizia, alterata, la quale nel suo essere così estrema non lascia spazio alla riflessione critica. E’ anche questa cattiva informazione ad abusare di lui, sconvolgendone i criteri di pensiero, instillando la tendenza a dicotomizzare e semplificare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo del nostro Osservatorio Psicologia nei Media è da sempre quello di proporre relazioni scientificamente e culturalmente corrette nell’ambito della nostra scienza, intervenendo anche a correggere laddove i dati diffusi non siano esatti. Per questo sentivamo di non poter evitare di intervenire sul clamore mediatico creatosi intorno al caso di Avetrana e, in particolar modo, sugli interventi scorretti di diversi colleghi. Non ci interessa focalizzarci sull’uno piuttosto che sull’altro, quanto sulla tendenza generale. Anche per questo la tragedia di Avetrana (e “tragedia” non per l’impianto scenografico che gli si è voluto dare, quanto per i sentimenti delle persone coinvolte) rappresenta per noi solo uno spunto per riflettere insieme sulla triste tendenza attuale che, ahinoi, investe non solo il pubblico, ma anche i professionisti che dovrebbero aiutare a capire più che a confondere.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo quindi sentito come nostro dovere quello di diffondere il seguente comunicato, ripreso in diverse agenzie di stampa e pubblicazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">L’Osservatorio Psicologia nei Media, un’associazione composta da esperti su tutto il territorio nazionale al fine di migliorare gli standard qualitativi dell’informazione psicologica nei mass-media italiani, ha ricevuto negli ultimi giorni numerose segnalazioni sulla vicenda di Avetrana circa interviste di questo o quell’esperto, spesso spocchiose quando diffondono presunte verità cliniche che tali non sono, se vengono fondate solamente su un materiale del tutto giornalistico. Accanto a professionisti seri che, di fronte a certi eventi, vengono interpellati per fornire pareri scientifici e i quali il più delle volte, pur svolgendo il loro lavoro seriamente, rimangono in ombra, c’è un continuo fiorire di altri personaggi (quasi tutti frequentatori del piccolo schermo) che cadono nel solito gioco mediatico dove vige la regola: siamo in ballo e dunque balliamo, e visto che mi avete invitato/intervistato e devo dire qualcosa d’intelligente sparo le prime cose verosimili che mi vengono in testa. Mai nessuno che dica: “non mi azzardo a esprimere nemmeno uno straccio di considerazione su una vicenda di cui non ho alcuna conoscenza diretta (che tra l’altro non si potrebbe rivelare pur sapendola), o comunque alcuna informazione fondata”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ed ecco allora dove una riflessione può essere svolta con efficacia  &#8211; afferma il  Presidente dell’Osservatorio Psicologia nei Media Dr. Luigi D’Elia. Qui siamo di fronte, tutti -  protagonisti, pubblico, giornalisti, inquirenti, esperti – ad un accumulo di irrealtà e di simulazione dove è diventato impossibile osservare e comprendere fenomeni propriamente umani. Ci troviamo di fronte cioè ad una fenomenologia particolare per la quale la finzione intrinseca al media TV, per come la vicenda s’è sviluppata, ha di fatto inglobato in sé tutto ciò che dell’uomo esisteva al di fuori dei media colonizzando con le proprie regole irreali ciò che di realistico sopravviveva in precedenza. Provare a cercare la “realtà” in questo caso è operazione viziata in partenza. Dovremmo più propriamente quindi parlare di una nuova forma di umanità del tutto fusa e confusa col mezzo mediatico, ma ad essere ancora più precisi, da esso regolamentata”.</p>
<p style="text-align: justify;">“È ancora più inquietante – afferma per l’Osservatorio Psicologia nei Media il Dr Davide Lacangellera, psicologo e giornalista – constatare giorno dopo giorno come la tragica vicenda di Avetrana diventi contesto in cui ognuno si sente legittimato a fare considerazioni specifiche, si pensi a quelle cliniche che necessiterebbero di ben altri approfondimenti prima di essere “confezionate”. Si crea quindi una situazione in cui qualsiasi professionista si sente autorizzato a sollevare questioni e fare domande che spesso oltrepassano il proprio ambito e, in fondo, tengono poco conto dell’aspetto emotivo di profondo dolore che vivono gli interessati alla vicenda” .</p>
<p style="text-align: justify;">“Ciò che impressiona – sottolinea la Dr.ssa Chiara Santi, coordinatrice interna dell’Osservatorio  &#8211; è il clamore mediatico sulla vicenda, il quale  va ben al di là della necessità di informazione e viene originato piuttosto da una certa morbosità, da una parte, unita al bisogno di apparire a tutti i costi, dall’altra. Necessità che, francamente, ci piacerebbe non investisse anche professionisti della psiche umana, i quali questi fenomeni dovrebbero studiarli, più che soggiacervi. Su tale aspetto dovrebbero centrarsi, al limite, i pareri di colleghi afferenti all’area psy, piuttosto che azzardare ipotesi e diagnosi basate su informazioni riferite dai media. Conclusioni non fondate su dati oggettivi che, fra l’altro, sarebbero anche vietate dal nostro stesso codice deontologico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per informazioni e chiarimenti consultare il sito  <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/">www.osservatoriopsicologia.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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