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	<title>Osservatorio Psicologia &#187; I nostri articoli</title>
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	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
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		<title>Meno-pausa, più a lavoro&#8230;.</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I nostri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Fabbri]]></category>
		<category><![CDATA[innalzamento età pensionabile]]></category>
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		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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“L’archetipo del Senex trascende la senescenza
puramente biologica ed è dato fin dall’inizio
nella psiche e in&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di Ilaria Fabbri</p>
<p style="text-align: right;">“L’archetipo del Senex trascende la senescenza<br />
puramente biologica ed è dato fin dall’inizio<br />
nella psiche e in tutte le sue parti come possibilità<br />
di ordine, di significato, di realizzazione teleologica e di morte.<br />
E’ la morte che viene con la perfezione e con l’ordine.”</p>
<p style="text-align: right;">James Hillman</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho lavorato in fabbrica per 40 anni consecutivi&#8230;e adesso non ne posso proprio più! L’idea di rimanerci ancora dieci anni mi sconcerta&#8230;”. Da queste parole, pronunciate da un paziente appena cinquantacinquenne durante una seduta nella quale stavamo analizzando il senso di incertezza e di impotenza che il recente innalzamento dell’età pensionabile ha prodotto in lui, nasce questa riflessione. E non solo da queste sue parole, ma anche (e forse più) dall’analisi della sua personale esperienza, probabilmente comune a molte altre: quella di una persona anagraficamente e fisicamente giovane, entrata in fabbrica prestissimo sognando di uscirne in tempo per dedicarsi ad altro, la storia di una persona che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi i multiformi scenari economici, politici e sociali che hanno caratterizzato il mondo del lavoro durante tutti questi anni. La storia di una persona che cognitivamente ed emotivamente non si riconosce più nel sistema-fabbrica di oggi, nel suo precariato, nel dilagante individualismo operaio, nella perdita di potere contrattuale&#8230; Una persona che in altre parole si sente ormai troppo “vecchia” per questo sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente una collega, la dottoressa Sebastianelli, lanciava l’allarme contro le possibili ripercussioni psicologiche del prolungamento forzato dell’attività lavorativa (http://www.ilgiornale.it/interni/le_post-pensionate_donne_sulorlo_crisi_nervi/cronaca-lavoro-donne-pensioni-psicologia/07-12-2011/articolo-id=561088-page=0-comments=1), in particolare per quanto riguarda le donne della “generazione sandwich”, per usare una definizione della giornalista e scrittrice Loredana Lipperini (1), cioè quelle donne lavoratrici, schiacciate tra genitori anziani e bisognosi di essere accuditi, nipoti da guardare o figli non ancora sistemati e per questo dipendenti dai genitori. Se da un lato l’ennesimo innalzamento dell’età pensionabile rappresenta un altro passo verso lo smantellamento del welfare e quindi un potenziale fattore di rischio per lo sviluppo di disagio psicologico, disturbi psico-fisici o vere e proprie patologie depressive, dall’altro non possiamo provare a figurarcelo come un mezzo per rimanere più attivi più a lungo e quindi, paradossalmente, un aiuto utile ad invecchiare meglio?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel resto di Europa l’andamento del sistema pensionistico è del tutto coerente con quello italiano: in Francia la vita contributiva salirà a 41 anni entro il 2012 e a 42 entro il 2020, a breve in Austria i lavoratori riceveranno la pensione solo dopo i 65 anni, in Germania dopo i 67, nel Regno Unito e nei Paesi Scandinavi attualmente si va già in pensione a 65 anni, ma è previsto di innalzare la soglia del pensionamento fino a 67 anni. Questo andamento sembra procedere in modo direttamente proporzionale all’invecchiamento della popolazione. Nel 2009 la Commissione Europea parlava di “bomba sul futuro” in riferimento alle statistiche secondo le quali nel 2050 soltanto il 23% dei cittadini europei avrà meno di 25 anni, un terzo della popolazione sarà costituito da ultrasessantenni e gli ultraottantenni passeranno dall’attuale 4% all’11%. Le previsioni per l’Italia sono ancora più critiche: i giovani rappresenteranno appena il 20% della popolazione, mentre gli ultraottantenni ne costituiranno ben il 14%! Alla luce di questi dati sconcertanti, possiamo provare a tracciare l’identikit dei pensionati di oggi? E chi saranno i pensionati di domani?</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il rapporto ISTAT di Luglio 2009, soltanto le famiglie che comprendono al loro interno almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di povertà (di un punto percentuale: dal 13,5% al 12,5%), che si fa ancora più evidente se in famiglia sono presenti due o più anziani (dal 16,9% al 14,7%). Sempre più spesso sono i così detti “nonni”, ad aiutare i giovani, soprattutto in contesti meno urbanizzati. Scrive la Lipperini: “&#8230;il 43% dei nonni contribuisce economicamente e fisicamente, sostituendosi allo Stato laddove gli asili nido e gli asili aziendali latitano&#8230;” (pag. 45) e ancora “&#8230;se venissero a mancare le nonne, crollerebbe quel sistema fragilissimo che sul volontariato femminile è basato&#8230;” (pag. 75). Altri dati smentiscono questo quadretto quasi idilliaco, descrivendo una realtà ben diversa in cui un pensionato su quattro percepisce meno di €. 500 al mese, mentre il 27,7% ha una pensione compresa tra 500 e 1000 €. mensili e, considerando che la soglia di povertà relativa è fissata a €. 999,67 mensili, possiamo ben dire che la metà dei 16,8 milioni di pensionati italiani si colloca sotto questa soglia (dati ISTAT  INPS di Giugno 2010). Risultati simili erano già stati evidenziati nel 2006 da un’indagine condotta a Torino (1), secondo la quale il 55% degli intervistati dichiarava di non riuscire a mettere da parte neanche un euro, destinando buona parte della pensione ad affitto, spese condominiali, riscaldamento, trasporti, alimentazione, telefono fisso o cellulare e naturalmente ai farmaci non coperti da ticket. Qualche volta i pensionati rubano piccole cose nei supermercati: scatolette di tonno, una vaschetta di prosciutto, un dolcetto di cioccolata: lo fanno  per fame, per disperazione, perché non arrivano a fine mese, ma qualunque sia la motivazione non può che essere straziante. I dati statistici descrivono la popolazione anziana come generalmente poco alfabetizzata e con un livello di istruzione molto basso, rappresentato per la maggioranza dalla licenza elementare. Non dobbiamo dimenticare poi che proprio i più anziani sono quelli maggiormente afflitti da patologie croniche e invalidanti, soprattutto a causa degli enormi progressi tecnologici e scientifici della medicina che, se da un lato è diventata particolarmente efficace ad intervenire sulla patologia acuta, dall’altro ha prodotto un aumento della disabilità totale o parziale: si muore meno e si vive più a lungo, certo, ma spesso la qualità di questa vita lascia molto a desiderare.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora chi sono i pensionati di oggi? Sono come ci mostrano gli spot televisivi, cioè allegri e gioviali vecchietti che sembrano godersi un sacco la vita dentro balere colorate e luminose, sgranocchiando noccioline e popcorn, incuranti delle loro dentiere? Sono anziani saggi e raffinati che possono permettersi di viaggiare in lungo e in largo grazie al loro fisso mensile? Sono “angeli del focolare” che tengono unite le famiglie, sostenendo economicamente i figli e occupandosi fisicamente dei nipoti? Oppure sono la porzione più fragile della società, quella maggiormente colpita da patologie croniche e invalidanti, dall’apatia della mancanza di stimoli, dalla solitudine che li porta durante il week-end (cioè nei giorni di libertà delle badanti e dei medici di base) ad affollare, spesso con un codice bianco, le sale di attesa del pronto soccorso? La risposta è complessa, almeno quanto lo è la materia umana. E’ sicuramente riduttivo cercare di rinchiudere le persone dentro una sola categoria per quanto vasta essa sia.</p>
<p style="text-align: justify;">I fermenti sociali di questi ultimi anni si stanno muovendo prevalentemente verso la negazione a tutti i costi della vecchiaia. Basta pensare a celebri personaggi dello spettacolo che sfoggiano pelli lisce come la seta e decolleté da ventenni (e questo vale per le donne) o carnagioni color mattone (riarso), merito delle tante lampade UV che dovrebbero garantire un aspetto salutare e giovanile (e questo vale prevalentemente per gli uomini). Le spinte sociali premono fortemente verso lo schiacciamento delle differenze anagrafiche: tutto si muove in direzione della giovinezza eterna, qualche volta anticipata, quando sono le bambine ad atteggiarsi già come piccole adulte, oppure fuori tempo massimo, quando persone mature si comportano ancora come “giovanotti”, ma comunque sempre modellata sull’immagine di “..adulti magnifici, sani, magrissimi, possibilmente ricchi, obbligatoriamente felici&#8230;” (Lipperini, pag. 24). E a questo proposito mi tornano in mente le parole di Francesco Guccini che qualche anno fa scriveva in una canzone: “..e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati, ai ceroni ed ai parrucchini per signore, alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati&#8230;”. Già, come se davvero fosse possibile dissociarsi da un condizionamento sociale di queste proporzioni (che niente ha a che vedere con il sano prendersi cura di sé!) quando, a dispetto dell’età anagrafica reale, il 35% degli italiani si definisce “adolescente” (5%) oppure “giovane” (30%) (2007- Indagine Demos-Coop).</p>
<p style="text-align: justify;">Sembriamo dimenticarci sempre più spesso che ogni cosa vivente ha un suo ciclo vitale. Negare l’invecchiamento significa negare il senso biologico della nostra esistenza che poi è semplicemente quello di nascere, riprodursi, morire. Anche se c’è modo e modo di invecchiare. Secondo alcuni autori si può parlare di invecchiamento positivo quando si riscontra la presenza di buone risorse fisiche e cognitive, oltre al mantenimento di una vita socialmente attiva (2) (3). Altri descrivono un invecchiamento primario, legato ai processi fisici geneticamente determinati di deterioramento graduale, e un invecchiamento secondario, risultato di fattori non genetici, sul quale ogni persona può intervenire attivamente mantenendo uno stile di vita salutare (4). Ma in fin dei conti a fare la differenza sembrano essere soprattutto i mezzi che si hanno a disposizione, vale a dire le condizioni di partenza: se si possiedono cultura, denaro e relazioni sociali, banalmente, allora non si invecchia.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, per concludere, altri dati. In Italia il tasso di occupazione tra i lavoratori così detti “anziani”, cioè di età compresa tra 50 e 64 anni, si attesta intorno al 38%, contro il 72% della Svezia e il 65% della Danimarca, anche quando ormai molti studi hanno dimostrato che la produttività è ancora molto elevata dopo i 55 anni (1). Allora, per rispondere alla domanda iniziale, onestamente io non saprei dire se l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenti più un rischio per lo sviluppo di disagio psicologico oppure una risorsa utile a mantenere le persone più attive più a lungo, ma sicuramente, giusto o sbagliato che sia, rappresenta uno strumento necessario ad arginare la spesa sociale. Come psicologi, a mio avviso, l’obiettivo che non possiamo proprio perdere di vista è la qualità dell’invecchiamento, che include una buona capacità di adattarsi ai tempi. Vivere meglio, non solo più a lungo. Questo aspetto è particolarmente evidente nella scelta delle parole: “vecchio” e “anziano” sono due aggettivi praticamente equivalenti dal punto di vista dell’età anagrafica e delle sue manifestazioni esteriori (rughe, capelli bianchi, acciacchi, debolezza fisica..), ma suonano completamente diversi dal punto di vista della connotazione emotiva. Ragionare in termini di anzianità significa infatti valorizzare quella condizione di esperienza e prestigio che le persone raggiungono solo in età avanzata, una dimensione interiore, psicologica e intellettuale che manca completamente nel concetto di vecchiaia (5). E io posso semplicemente augurarmi che qualsiasi riforma politica ragioni sempre più in termini di anzianità e meno di vecchiaia.</p>
<p>Riferimenti bibliografici:</p>
<p>(1)     Lipperini, L. (2010). <em>Non è un paese per vecchie</em>. Feltrinelli Editore, Milano<br />
(2)     Rowe, J. W. &amp; Khan, R. L. (1996). Successful Aging, <em>The Gerontologist</em>, 37(4): 433-440<br />
(3)     Depp, C.A. &amp; Jeste, D.V.(2006). Definitions and predictors of successful aging: a comprehensive review of larger quantitative studies. <em>American Journal of Geriatric Psychiatry</em>, 14, 6–20<br />
(4)     Pietrantoni, L. (2001). <em>La Psicologia della Salute</em>. Carocci Editore, Roma<br />
(5)     Cosenza, G. (2008). La donna trans-age, in <em>Visioni di moda</em>, a cura di Mascio A. Franco Angeli Editore, Milano</p>
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		<title>2012? La fine del mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
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Chissà cosa ne avrebbe detto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tacito" target="_blank">Tacito</a>.
114 eventi selezionati, dei quali il 72% è fortemente&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gabriella Alleruzzo</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/Xxh-sS8Qoco" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">Chissà cosa ne avrebbe detto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tacito" target="_blank">Tacito</a>.<br />
114 eventi selezionati, dei quali il 72% è fortemente avversativo, una decina dei rimanenti sono positivi &#8211; e parecchi di essi sono piuttosto inconsistenti rispetto a una ricostruzione storica &#8211; mentre per i restanti é difficile esprimere un giudizio univoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà cosa ne avrebbe detto Tacito. La sua ingenua dichiarazione di neutralità, riassunta nella celebre affermazione “<em> Il mio proposito è riferire [...], senza ostilità e parzialità, dalle cui cause sono lontano</em>”, sembra mal applicarsi a questo video &#8211; di cui purtroppo non ho potuto reperire l’autore, ma forse non a caso &#8211; che ha raccolto in poco tempo molte visioni, molti commenti e molti “like” o “dislike” su YouTube.<br />
Il punto di vista di Tacito in ogni caso è stato decisamente sorpassato, e oggigiorno è condivisa l’idea che nel momento in cui si scrive (o si legge) la storia occorre porsi alcune domande essenziali sulla sua natura, quali che cos’è la storia e cos’è un fatto storico.<br />
La storia non è una scienza, anche se il senso comune ha l’immagine che la storia sia una serie di “fatti” accertati: non tutti i “fatti” sono uguali e lo storico compie sempre a priori un processo di selezione e di interpretazione seguendo dei criteri, più o meno impliciti, che mettono in luce quelli che a suo avviso sono i fatti fondamentali di una data epoca. In qualche modo, le nostre risposte implicano un giudizio sulla società in cui viviamo.<br />
Questo è particolarmente vero con la storia dell’antichità, in quanto i fatti sopravvissuti al trascorrere del tempo per questa sola ragione assumono autorevolezza e sembrano già di per se stessi formare una “storia”. Tuttavia la circostanza che siano giunti ai giorni nostri riflette sia le selezioni di chi li ha raccolti al tempo &#8211; e quindi la sua concezione della società e i motivi per cui scriveva, per chi e perché &#8211; sia l’influenza di fattori più “casuali” che possono aver determinato la conservazione di certi documenti mentre altri sono andati irrimediabilmente perduti. Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore?</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico moderno e soprattutto contemporaneo ha ben altro compito. La massa di eventi e informazioni è imponente e aumenta esponenzialmente con la disponibilità e la diffusione di tecnologie a basso costo, al punto che abbiamo assistito a numerosi eventi ripresi in diretta e varie volte anche da diverse angolature &#8211; l’effetto psicologico di questo fenomeno sulla mente sarebbe tutto da sviscerare. Il problema dello storico contemporaneo è quello di non annegare in un oceano di fatti o, per restare nella metafora silvestre, di non riuscire a vedere la foresta perché ci sono troppi alberi. A proposito del progetto <a href="http://research.microsoft.com/en-us/projects/mylifebits/" target="_blank">MyLifeBits</a> &#8211; che è supportato nientemeno che da Microsoft &#8211; Sherry Turkle osserva acutamente nel suo <em>La Vita Nascosta degli Oggetti Tecnologici</em> che l’archivio digitale completo di una vita dà uguale peso a ogni persona, a ogni cambiamento di fortuna, segue le cronologie e le categorie mentre la domanda interessante è “che cosa è che le future generazioni potrebbero voler sapere di noi?”. E chissà se, al contempo, una volta coscienti che tutto nella nostra vita viene registrato, non si inizi a vivere la vita che vorremmo fosse archiviata&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La questione tuttora irrisolta è quanta parte della “realtà” è creazione della nostra mente e quanto è realmente “reale”? La psicoanalisi di Meltzer ha estremizzato questo dilemma risolvendolo nella direzione di considerare tutto ciò che dice il paziente come se fosse un sogno, e indicando ai terapeuti di lavorare sul materiale d’analisi con gli strumenti di interpretazione dei sogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tornare al nostro video, la conclusione alla quale sembra volerci portare la visione di una teoria di catastrofi e disgrazie è che la fine del mondo sia vicina, come sembra indicare la profezia Maya ormai entrata nel lessico quotidiano.<br />
Ma a questo punto della nostra digressione possiamo affermare che questo destino funesto non è basato su “fatti” incontrovertibili e che la suggestione millenaristica rimane, nonostante le buone &#8211; o cattive &#8211; intenzioni dell’autore, una costruzione teorica astratta. E possiamo dire anche che la maggioranza della gente e dei governi non ci crede, tanto che continua a mettere al mondo dei figli, studia e progetta il proprio futuro, si interessa della conservazione del patrimonio ambientale e artistico, investe nella ricerca energetica, nella salute e nella scuola.<br />
Edward H. Carr, a proposito delle profezie di disastro universale, osserva che esse sono geograficamente nate prevalentemente nell’Europa occidentale e dalle sue propaggini d’oltreoceano. Le epoche che registrano rifiuto e ribellione crescenti rispetto alla pretesa di questi territori di dominare il mondo suscitano angoscia e conseguentemente la convinzione che il ribaltamento dello <em>status quo</em> non possa che portare alla fine del mondo (sì, di quello conosciuto). Egli vede queste ondate di disperazione come l’espressione di una forma di elitarismo, prodotto di gruppi di élite la cui sicurezza e i cui privilegi vengono intaccati dalla crisi.<br />
Un po’ più consapevoli, possiamo prendere le distanze da questo genere di tendenze, non farci spaventare e cercare di avere una considerazione del futuro più equilibrata?</p>
<p>Turkle, Sherry (2009) <em>La Vita Nascosta degli Oggetti Tecnologici</em>, Ledizioni, Milano<br />
Carr, H. Edward (1966) <em>Sei lezioni sulla storia</em>, Einaudi, Torino</p>
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		<title>IN VETRINA</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vetrina di OPM ospita le pubblicità a pagamento dei nostri inserzionisti.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La vetrina di OPM ospita le pubblicità a pagamento dei nostri inserzionisti.</p>
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		<title>Mamma mi compri CiccioBello?</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/01/28/mamma-mi-compri-cicciobello/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sara Ginanneschi
Ogni Natale tra gli scaffali dei negozi di giocattoli non posso evitare di inorridire quando vedo quanto&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Sara Ginanneschi</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni Natale tra gli scaffali dei negozi di giocattoli non posso evitare di inorridire quando vedo quanto ancora sia radicato il concetto di “balocco da maschio” e “balocco da femmina”, ma soprattutto, nel vedere quali sono i giocattoli in questione:<br />
se per le bambine abbiamo la Barbie (notoriamente una donna bellissima che se fosse vera “ribalterebbe” date le dimensioni del seno rispetto alla corporatura) che se le premi il bottone sulla schiena dice “andiamo a fare shopping”; per i maschietti ci sono armi di ogni modello e misura!<br />
E ancora… come farsi mancare il kit della perfetta casalinga: aspirapolvere rosa, ferrino da stiro e vario ciottolame; mentre i maschietti possono spaziare dai mostri, alle avventure all’Indiana Jones, piuttosto che ai vari tipi di “meccano”. Naturalmente queste differenze assurde, che ritenevamo obsolete, si possono riscontrare anche per i videogames.<br />
Cosa significa? È la cultura che dice ai nostri figli con cosa devono giocare e con chi devono identificarsi o siamo noi a plasmare la cultura su certi preconcetti?<br />
Questo mese abbiamo deciso di iniziare una discussione sull’<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2011/04/27/glossario/#Identita di genere" target="_blank">identità di genere</a> e sul <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2011/04/27/glossario/#Ruolo di genere" target="_blank">ruolo di genere</a> (trovate la descrizione dei lemmi nel nostro glossario infatti) in maniera un po’ leggera e provocatoria, per approfondire il tema in maniera più scientifica nei mesi a seguire.<br />
Lanciamo quindi, oltre che alla provocazione anche uno spunto di riflessione sul significato che possa avere per un bambino l’identificarsi con un piccolo meccanico (o idraulico o elettricista), mentre per una bambina con una casalinga, una mamma, oppure una donna bellissima che ha come unico pensiero l’andare a comprarsi vestiti alla moda.<br />
Durante l’attività clinica mi è capitato molte volte di sentire bambini che, alla fatidica domanda: “cosa vorresti ti portasse quest’anno Babbo Natale?” rispondono intimiditi di volere giocattoli che non possono però chiedere, altrimenti i genitori si arrabbierebbero; proprio questo Natale un maschietto avrebbe infatti voluto Ciccio Bello! Stiamo quindi parlando di cultura, che distingue le preferenze maschili o femminili, di ignoranza o di omofobia?! Premesso che “ignoranza” e “omofobia” spesso sono così strettamente collegati da essere sovrapponibili, forse veramente sono i pregiudizi a dire ai nostri bambini NON cosa possono diventare (che già sarebbe grave), ma cosa NON possono diventare! Sono messaggi sottili, quelli che vengono passati dai genitori ai bambini. Ad esempio, quando un genitore nega un gioco a causa del prezzo &#8211; situazione piuttosto comune -, implicitamente lo giudica “appropriato” per il figlio, mentre se lo nega dicendo &#8220;Non è adatto ai maschietti&#8221; spiega al figlio cosa ci si aspetta da lui. Ed ecco che aumentano sia l’appetibilità del primo che il disagio (se non proprio la vergogna o addirittura la colpa) di desiderare l’altro. Il messaggio che passa è quindi che se un maschietto vuole Cicciobello, in qualche modo fa una richiesta “sbagliata”.<br />
Se il gioco infatti è un motore importante per lo sviluppo intellettivo dei bambini, certi veti castrano certamente una rosa di possibilità che non sono il “fare da grande la mamma” per il maschietto che vuole cicciobello, ma “diventare babbo”, fare il pediatra, l’educatore, il maestro, lo psicologo…<br />
Diverso invece sembra l’approccio al gioco per la femminuccia (posto che potrebbe essere anche una mia visione personale di donna) che invece resta attaccata allo stereotipo di “ragazza bella e scema” (perché magari qualcuno ti sposa) o che sa fare “i mestieri” (identico motivo). Penso proprio che dovremmo superare questa etichetta… anche perché quanti uomini vorrebbero una bella moglie che oltre a saper dare l’aspirapolvere e sfornare bambini, sa anche riparare un rubinetto? Ma non sarà certamente possibile perché non le hanno mai regalato un meccano!<br />
Scherzi a parte, esistono delle differenze strutturali e funzionali nei cervelli di maschi e femmine, è un dato assodato scientificamente e come preannunciato andremo anche noi dell’Osservatorio ad approfondire presto, ma certe attività, predisposizioni, passioni, non sono scritte nel nostro genoma e sono solo certi limiti culturali a creare prigioni per la nostra fantasia.</p>
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		<title>La cura psicologica dell’anoressia tra natura e cultura</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emma Comensoli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[Immagine Corporea]]></category>
		<category><![CDATA[lobo temporale]]></category>
		<category><![CDATA[neurobiologia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’immagine corporea distorta, sintomo portante dell’anoressia nervosa, è dovuta al difetto di volume dei lobi parietali cerebrali che sono implicati&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’immagine corporea distorta, sintomo portante dell’anoressia nervosa, è dovuta al difetto di volume dei lobi parietali cerebrali che sono implicati nell’elaborazione delle immagini.<br />
Questo, in sintesi, afferma la ricerca realizzata al Dipartimento di neuroscienze dell&#8217;ospedale Bambino Gesù di Roma dallo psichiatra Santino Gaudio (1).<br />
Vorremmo soffermarci su questa notizia apparsa ripetutamente sul web: <a href="http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2011/02/04/news/anoressia_il_cervello_ci_mostra_diversi-12064750/ " target="_blank">http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2011/02/04/news/anoressia_il_cervello_ci_mostra_diversi-12064750/ </a>(L’articolo di ricerca originale è reperibile su: <a href="http://www.psyn-journal.com/article/S0925-4927(10)00225-8/fulltext" target="_blank">http://www.psyn-journal.com/article/S0925-4927(10)00225-8/fulltext</a>)<br />
La ricerca segnalata mi porta al seguente interrogativo: il conoscere che esiste un’alterazione neurobiologica correlata all&#8217;immagine distorta del corpo, costituisce un mezzo di aiuto per la psicoterapia dei soggetti anoressici?<br />
Dal mio punto di vista, la risposta è affermativa in ambito, per ora, solo prospettico. Si potrebbe vedere se attraverso i percorsi psicoterapeutici si riesce a variare il rapporto disturbo alimentare/massa cerebrale: ad esempio se dopo l’intervento curativo si riscontra o no la normalizzazione dei volumi cerebrali in difetto. Il confronto neurobiologico oggettivo dell’agire psicoterapeutico permetterebbe di valutare l’efficacia dell’intervento e nello stesso tempo offrirebbe un contributo di conferma alla nuova asserzione scientifica del dottor Gaudio. In questo modo le ipotesi a vari livelli possono co-evolvere correggendosi e completandosi a vicenda.<br />
In campo più specifico, non è così chiaro il ruolo attribuito alla funzione psicoterapeutica dal dottor Gaudio quando dice “… per esempio a terapie più centrate sulla riorganizzazione dell&#8217;immagine del sé e del proprio corpo&#8221;.<br />
Prendendo spunto da queste poche parole, conviene interrogarsi sul fondamento teoretico diverso che muove la ricerca neurobiologica e la pratica psicoterapeutica per evitare il rischio di adattamenti errati tra le due parti o di scivolare sul terreno di tecniche psicoterapeutiche frammentarie, nate sull’onda dell’immediatezza.<br />
Modernissime tecniche neuroradiologiche permettono di studiare le basi cerebrali delle manifestazioni psicopatologiche e psichiatriche con riduzione dei costi e degli errori. Il volume &#8220;ridotto&#8221; delle aree lobo-parietali inferiori e superiori presenti nelle anoressiche di cui parla la ricerca, presuppone la misurazione (ovverossia la correlazione tra l’insieme misurato e il sistema di riferimento applicato) che risponde alla logica della fondazione naturalistica dei disturbi mentali.<br />
I lobi parietali (2) sono strutture cerebrali specializzate nell’elaborazione delle informazioni somatosensoriali primarie (derivate dalla cute, dai muscoli e articolazioni) e nei compiti di attenzione spaziale come la<br />
percezione di posizione delle diverse parti corporee.<br />
Il concetto medico di malattia psichica conclamato oggi dalle neuroscienze, era già stato sostenuto con anticipo da E. Kraepelin. “Non è impossibile sperare di poter giungere a una vera fisiologia della psiche, che darà certo una base utile per la psichiatria; essa ci servirà a scomporre nei loro più semplici elementi le manifestazioni più complicate, e in questa scomposizione della vita psichica normale troveremo gli elementi per poter giudicare e spiegare i diversi disturbi morbosi&#8221; (3).<br />
Secondo la visuale esclusiva di questo tipo, le scienze psicologiche si troverebbero in radicale dipendenza dalla dimensione neurofisiologica.<br />
In pratica la ricerca speculativa come pure la classificazione diagnostica e la pratica terapeutica di queste discipline, non si conformano pacificamente ai fondamenti oggettivi delle discipline mediche. Resta in essere la domanda etiologica: perché le giovanissime anoressiche sono portatrici del fenomeno cerebrale rilevato?  È genetico, è culturale? Tutte le giovani donne portatrici di una massa ridotta dei lobi parietali sono anoressiche o lo diventeranno?<br />
A tale riguardo, K. Jaspers osserva: “ … la conoscenza della coincidenza regolare delle stesse cause con gli stessi fenomeni, evoluzione, esito e reperto cerebrale, presuppone una completa conoscenza di tutte le singole coincidenze, conoscenza che sta in un futuro straordinariamente lontano&#8230; L&#8217;idea dell&#8217;unità morbosa non è un compito raggiungibile, ma il punto di orientamento più utile&#8221; (4).<br />
Il punto di vista di K. Jaspers diventa ancor più stringente se applicato alla psicoterapia che è il tema pertinente di questo testo. Per il momento, si può affermare che nella pragmatica psicoterapeutica la spiegazione cognitiva di una dissonanza tra pensiero e realtà, per quanto utile e rilevante, non sostiene da sola la funzione d’aiuto se non in stretta compagnia della comprensione derivata da una metodica dialogica. Elementi come l&#8217;esperienza interna dell’anoressica, l’analogia degli stati interni che il terapeuta cerca nella propria stessa esperienza, il suo atto di temporanea identificazione psicologica sono accessibili attraverso il tessuto integrante della relazione terapeutica. Una relazione in cui paziente e terapeuta hanno “Una capacità di autodeterminarsi e di evolvere in una visuale nuova che cambia il concetto di ‘realtà’ e ‘osservatorÈ. Ciò ha comportato una radicale trasformazione nel modo con cui si guarda alla relazione ‘osservatore con osservato’: non si accetta più che l&#8217;osservatore abbia accesso a una realtà che è unica e che gli sia indipendente, e si adotta invece la posizione contraria, vale a dire quella di accettare tante realtà come forme del vivere emergente da ciascun essere&#8221; (5).<br />
La varietà (o l’assenza) del disturbo anoressico distribuito sulle zone geografiche e le diverse interpretazioni psicopatologiche confermano che la psicoterapia è un’azione specifica situata nella situazione in cui opera. Secondo gli studi di Sing Lee, ad esempio, le anoressiche cinesi rifiutavano il cibo a causa di spiacevoli sensazioni addominali, come il gonfiore, senza rifarsi all’immagine corporea distorta dalla paura di ingrassare (6).<br />
Con il concetto d&#8217;immagine corporea entriamo nello specifico della pratica psicoterapeutica. L’immagine corporea (7) è l&#8217;idea che il nostro corpo possa avere una sua specifica rappresentazione mentale; richiama subito la raffigurazione mentale del corpo, come lo ricordiamo e come lo sentiamo.<br />
L’immagine del corpo si basa sulla percezione (interpretazione dei dati sensoriali) e va soggetta all’influenza di fattori plurimi di natura soggettiva e contestuale.<br />
In specifico, il soggetto anoressico ha una percezione alterata del corpo vissuto in perenne difetto di magrezza.<br />
Il dibattito per spiegare come il soggetto riesca a costruire la rappresentazione coerente e flessibile del proprio corpo non può eludere le componenti neurali portate a conoscenza dalle neuroscienze, tanto più che il concetto d&#8217;immagine corporea è nato in seno ai neurologi, nei primi del &#8217;900, alle prese con l&#8217;arto fantasma (Schilder 1935).<br />
Si sono susseguite numerose teorie su quel “misterioso salto” (Deutsch, 1959) dalla mente al corpo, all’incrocio degli input sensoriali, dell’ambiente socio-culturale e dall&#8217;elaborazione psicologica.<br />
Per Nicola Lalli “&#8230; L’immagine corporea, corredata in adolescenza dall’immagine ideale di sé, ha un’origine … legata alle percezioni esterne, all’apprendimento dei rimandi relazionali. “ … il bambino deve imparare a riconoscere le correlazioni tra immagini esterne ed espressioni mimiche dell&#8217;altro; ovverosia percepire l&#8217;intenzione dell&#8217;altro oltre la facciata. E deve collegare questa percezione con le proprie sensazioni interne affettive.<br />
È da quest&#8217;associazione-fusione che si crea l&#8217;immagine corporea. Evidente che in quest&#8217;ottica è importante non solo come il bambino si sente e si vede, ma anche e soprattutto come gli altri lo vedono, lo apprezzano e lo giudicano… L&#8217;Io si sviluppa sulla base primaria della sua vitalità e nella relazione di rispecchiamento di Sé negli altri” (8).<br />
Seguendo questo filo conduttore, la dispercezione di sé, potrebbe consistere nel fraintendimento causato dall’identità psicologica di ‘apparire sentirÈ, in rispondenza alla vigente relazione oggettuale dell’organizzazione narcisista.<br />
Allo stesso flusso d&#8217;idee appartiene la concezione del corpo come struttura dialettica. Per M. Merleau-Ponty il ‘contorno del corpo è una frontiera’ che permette di sperimentare il corpo come soggetto e oggetto. Questa interpretazione del corpo implica l’ambiguità del vissuto corporeo ambiguo, in particolare della percezione e del significato di confine corporeo. La pelle, poichè è la superficie del corpo, è vissuta nella duplice funzione di contenitore invalicabile del corpo intimo e di apertura verso altro da sé.<br />
Secondo M. Merleau-Ponty, “Il corpo umano appare sempre sotteso come da uno schema sessuale irriducibile ad altri” (9).<br />
Proprio nell’esperienza sessuale duale, il corpo vivo e il corpo oggetto dovrebbero tendere all’unità. Nella maggior parte dei casi anoressici, invece, il corpo sessuale si fa corpo oggetto opponendosi radicalmente all’incontro.<br />
In quest’ambito di riflessione, resta da avvalorare se il sintomo patognomico dell’anoressia è la dispercezione corporea o una vera e propria addiction della magrezza.<br />
Se l’immagine di sé è frutto dello scambio io-altro, allora sarà la struttura della relazione interna stessa al centro dell’indagine psicologica più che il dato riduttivo dell’immagine corporea.  È così che nella pratica clinica integrerei l’input curativo del dottor Gaudi “ … per esempio a terapie più centrate sulla riorganizzazione dell&#8217;immagine del sé e del proprio corpo&#8221;.<br />
NOTE<br />
(1) L’articolo di ricerca è pubblicato su “Psychiatry Research: Neuroimaging Vol. 191, Issue 1, 30 Gennaio 2011, Pagine 24-30”.<br />
Per ricercare un rapporto tra dimensioni del cervello e insorgenza dell&#8217;anoressia nervosa, il gruppo del professor Gaudi ha condotto un’indagine su 32 adolescenti femmine, 16 con anoressia restrittiva da meno di un anno e 16 sane. È stata utilizzata la tecnica della morfometria basata sui voxel , un evoluto sistema di analisi in neuroimaging.  La precisazione dello strumento ha consentito di calcolare il volume di specifiche aree cerebrali.<br />
Dall’indagine è emerso che le 16 ragazze con anoressia restrittiva portano un volume più ridotto del lobo parietale inferiore e superiore del cervello rispetto al gruppo di controllo. Queste strutture cerebrali dovrebbero essere coinvolte nell’elaborazione delle immagini mentali e della rappresentazione corporea.<br />
(2)Il lobo parietale, nella parte postrolandica ha la funzione di integrare gli stimoli somestesici per il riconoscimento e il ricordo di forme, strutture e pesi; nell’area posterolaterale elabora le relazioni visuo-spaziali, integra la propiocezione con le altre sensibilità e genera Il coinvolgimento del le aree parietale potrebbe spiegare la distorsione dell&#8217;immagine corporea presente nei soggetti anoressici.(1)<br />
(2)http://www.multilingualarchive.com/ma/enwiki/it/Parietal_lobe#Function<br />
(3) Kraepelin E. (1901), p. 1; (1904), Vol. I, p. 4; (1904), Vol. II, p. 1; (1904), Vol I p. 5.<br />
(4) Jaspers K. (1959), pp. 610, 608, 612<br />
(5) Contributi di Humberto Maturana alla scienza della complessità e alla psicologia, Journal of Constructivist Psychology&#8221; 9: 4 (oct.- nov. 1996) pp.283-302.<br />
(6) Il rifiuto di sé: b studio sui meccanismi dell’anoressia mentale, elena Castelluccio, Pshycofenia – vol.IX, n°15, 2006<br />
(7) L’immagine corporea nei disturbi anoressici è chiamata in causa dai criteri diagnostici:<br />
•    del ICD-10 :  “È presente una distorsione dell’immagine corporea, sotto forma di una specifica psicopatologia per cui il terrore di diventare grassa persiste come un’idea prevalente, intrusiva e il paziente si impone un limite di peso basso”.<br />
•    del DSM IV, criterio C: “Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del  corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.<br />
Sottotipo con restrizioni secondo il DSM IV: “In questo sottotipo la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno o l’attività fisica eccessiva”.<br />
(8) Nicola Lalli, Lo spazio della mente, Saggi di psicosomatica, 2a, Liguori Editore, Napoli 1997<br />
(9) Merleau-Ponty M., Phénoménologie de la perception, Paris, Gallimard, 1953, 14, p.239.</p>
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