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	<title>Osservatorio Psicologia &#187; Segnalazioni</title>
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	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
	<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 12:36:58 +0000</pubDate>
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		<title>Il mondo in una stanza: Internet addiction disorder e gli Hikikomori</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Dimitra Kakaraki]]></category>

		<category><![CDATA[hikikomori]]></category>

		<category><![CDATA[Internet Addiction]]></category>

		<category><![CDATA[Ivan Goldberg]]></category>

		<category><![CDATA[Sara Ginanneschi]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE
Vari articoli imperversano la rete nell&#8217;ultimo periodo, trattando in modo talvolta troppo superficiale il tema della dipendenza da internet.&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vari articoli imperversano la rete nell&#8217;ultimo periodo, trattando in modo talvolta troppo superficiale il tema della dipendenza da internet. Un esempio in questo articolo: <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2010/06/12/AM7eeBmD-ossessionato_videogame_carabinieri.shtml">Ossessionato da un videogame, la madre chiama i carabinieri</a>. È possibile avere un approfondimento?</p>
<p style="text-align: justify;">Lettera firmata.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ARTICOLO ORGINALE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">12 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">La madre di un ragazzo di 13 anni che si rifiutava di mangiare e di andare a scuola per non interrompere i videogiochi di guerra si è rivolta ai carabinieri. È accaduto a una donna di 40 anni che si è rivolta alla stazione dei carabinieri della Valpolcevera quando si è accorta che il figlio stava manifestando un&#8217;ossessiva dipendenza da &#8220;Wargames on line&#8221;, un sito riservato ai maggiorenni. Il ragazzo aveva da poco ricevuto in regalo la consolle e si era appassionato ai giochi di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ha scoperto la possibilità di collegarsi on line ad alcuni siti, formalmente accessibili solo a maggiorenni, ha iniziato a giocare con altri utenti a giochi di guerra che durano anche più giorni. La passione lo ha portato a saltare il pranzo in qualche occasione, ma quando la madre si è accorta che non era andato a scuola per non interrompere il gioco lo ha ripreso. Ogni tentativo di intervento da parte dei familiari si è però rivelato inutile, anzi provocava reazioni impulsive, nervose ed a tratti violente del giovane. Ieri, i carabinieri, in accordo con i genitori, hanno ritirato la consolle ed alcuni videogiochi avviando anche alcuni accertamenti sulle norme che regolano sia la vendita di videogames sia l&#8217;accesso a siti di giochi online.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ALTRI ARTICOLI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.notizie.yahoo.com/10/20100707/thl-computer-come-droga-psicologa-limita-deebc83.html">http://it.notizie.yahoo.com/10/20100707/thl-computer-come-droga-psicologa-limita-deebc83.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo485844.shtml">http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo485844.shtml</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mrwebmaster.it/news/aumentano-casi-dipendenza-internet_4112.html">http://www.mrwebmaster.it/news/aumentano-casi-dipendenza-internet_4112.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.opsonline.it/psicologia-23105-dipendenza-da-internet.html" target="_blank">http://www.opsonline.it/psicologia-23105-dipendenza-da-internet.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.opsonline.it/psicologia-23111-allarme-porno-sul-web.html" target="_blank">http://www.opsonline.it/psicologia-23111-allarme-porno-sul-web.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE DIMITRA KAKARAKI E SARA GINANNESCHI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono ormai anni che si dibatte sul tema dell&#8217;internet addiction e vari ricercatori attraverso studi ed inchieste si sono schierati con forza su due fronti distinti: la letteratura americana e gran parte degli studi italiani, principalmente propendono per una definizione diagnostica classificatoria del problema; altri autori, principalmente a favore delle indagini iberiche sostengono che la teoria della dipendenza da internet sia &#8220;una bufala&#8221; e che, anche se possiamo osservare il fenomeno, esso può venir spiegato in maniera altrettanto completa senza andare a definire uno specifico caso di addiction, ma conseguenza di una più complessa personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente il fenomeno dell&#8217;internet addiction viene reso ancora più intrigante grazie all&#8217;ultimissimo accostamento con gli <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/glossario/#Hikikomori">hikikomori</a>, persone che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di vari fattori personali e sociali (su questo argomento leggi la recensione del testo di M. Zielenziger, <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/">Non voglio più vivere alla luce del sole</a> di Manuela Materdomini). Questo fenomeno descritto in Giappone, ricorda alcune caratteristiche del soggetto con ansia sociale ed agorafobia, sebbene non venga esplicitato tale contenuto fobico ed esso appare spinto da una più consapevole ricerca dell&#8217;isolamento in sé, piuttosto che dall&#8217;evitamento del mondo sociale. Analizzando questo concetto, rileviamo certamente che esso è specificatamente meglio inquadrato nel contesto sociale Giapponese e che certo può configurarsi come conseguenza di un utilizzo accentuato (patologico o meno) di internet.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fine di definire il concetto di internet addiction, non ci rimane quindi che suonare entrambe le campane e lasciare al lettore la decisione se questa sia una sindrome autonoma rappresentata e diagnosticabile attraverso determinati sintomi o se sia soltanto la conseguenza di patologie o predisposizioni preesistenti.. il vecchio dilemma dunque: è nato prima l&#8217;uovo o la gallina?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come &#8220;quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall&#8217;interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione&#8221; (cit. in Pigatto, 2003). Anche nell&#8217;ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-IV-TR (APA, 2000) e del Manuale di Classificazione delle Sindromi e dei Disturbi Psichici e Comportamentali, ICD-X (OMS, 1994) la nozione di dipendenza presuppone esclusivamente l&#8217;uso di sostanze psicoattive. Secondo alcuni autori, la ripetitività compulsiva di alcune attività comportamentali, seppur lecite, non solo sottendono gli stessi sintomi di una classica dipendenza da sostanze, ma ne determina conseguenze drammatiche (Del Miglio, Corbelli, 2002).</p>
<p style="text-align: justify;">Queste nuove dipendenze o dipendenze comportamentali si riferiscono a una vasta gamma di comportamenti, tra esse le più note e maggiormente indagate sono il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico (GAP), lo Shopping Compulsivo, la Dipendenza da Lavoro e da Studio, le Dipendenze da Tecnologia, le Dipendenze Relazionali e alcuni Disturbi Alimentari (Marganon e Aguaglia, 2003; Muredda, 2007). Tra queste però soltanto il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico è stato classificato nel DSM-IV, mentre per gli altri non è previsto l&#8217;inserimento neanche nel prossimo volume DSM-V, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Dipendenze da sostanze e nuove dipendenze condividerebbero alcuni sintomi fondamentali come la sensazione di impossibilità di resistere all&#8217;impulso di mettere in atto il comportamento (compulsività);  la sensazione crescente di tensione che precede immediatamente l&#8217;inizio del comportamento (craving);  il piacere ed il sollievo durante la messa in atto del comportamento;  la percezione di perdita di controllo sul comportamento agito;  e la persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative (Cantelmi et al., 2000). Sono certamente gli esiti di tali comportamenti a far risuonare un campanello di allarme socio-sanitario e se nel gambling l&#8217;effetto negativo per eccellenza era l&#8217;indebitamento del giocatore, fino alla sua caduta in rovina, l&#8217;internet addiction vede certamente una serie di esiti disastrosi più psicologici, sia personali che sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Come preannunciato, se il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico ha determinato la nascita di una classificazione nosologica specifica, anche le altre nuove dipendenze hanno provato a farsi spazio con una personale nosologia; per quanto riguarda la dipendenza da internet, il primo a farsi per lei portavoce è stato certamente Ivan Goldberg che nel 1995 ha coniato il termine Internet Addiction Disorder, associando questa dipendenza al gioco d&#8217;azzardo patologico appunto, già presente nel DSM-IV come disturbo da discontrollo degli impulsi e nel DSM-IV-TR come disturbo da discontrollo degli impulsi non classificato altrove. In Italia la discussione è stata a lungo dibattuta da Tonino Cantelmi, che ha sempre definito l&#8217;IAD come categoria di disturbi non omogenea: la Cybersexual addiction (utilizzo di pornografia sulla rete), la ciber-relational addiction (stringere amicizie o relazioni sentimentali on-line), la net compulsion (gioco d&#8217;azzardo on-line o aste), l&#8217;information overload (ricerca ossessiva di informazioni e notizie) e la computer addiction che prevede la creazione di identità fittizie in quelli che vengono definiti multi user dungeon (o dimension o domani), giochi di ruolo virtuali in cui ogni giocatore interpreta un personaggio in una realtà virtuale, parallela a quella reale; di questo argomento si rimanda alla recensione di <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/gamer/">Gamer</a> di Giuseppe Preziosi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Al contrario l&#8217;Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (ADUC) definisce Golberg &#8220;uno psichiatra burlone&#8221; che si è semplicemente inventato la sindrome elencandone una serie di sintomi senza considerare la possibilità che la rete non induca una patologia ma, più semplicemente, canalizzi quelle già esistenti. Molti studi infatti avvalorerebbero questa tesi, sostenendo che sulla base della classificazione di Golberg allora si dovrebbero elencare una serie infinita di sindromi da dipendenza, una fra tutte quelle per il telefono cellulare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se su un punto sono tutti concordi è certamente quello della comorbilità: le personalità più esposte alla dipendenza da Internet sono quelle caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro nelle relazioni sociali, con problemi di inibizione nei rapporti interpersonali (Del Miglio et al, 2003); molti Internet-dipendenti hanno infatti problemi di vergogna e di intimità nelle relazioni interpersonali e vi sono strette correlazioni con vari disturbi psicologici come la Depressione, (Young, 1998).</p>
<p style="text-align: justify;">Una corretta classificazione è certamente il modo migliore per comunicare tra professionisti e scambiarsi risultati e tecniche di intervento efficaci da applicare poi nella clinica, ma certamente, in casi come questo è forse meglio concentrarsi sul problema da un punto di vista operativo ed andare ad intervenire su tutti quei comportamenti che nel giovane e nell&#8217;adolescente, piuttosto che sull&#8217;adulto che ha una personalità già sviluppata, vanno ad inficiarne la socializzazione ed il sano confronto con l&#8217;altro e la società, che ben sappiamo sono fondamentali per lo sviluppo della personalità. Causa od effetto che sia, il rapporto dei giovani con internet, la tv ed i videogames ci deve ricordare che il modo di comunicare attuale è totalmente cambiato e che l&#8217;attualità rischia di diventare una fonte di evitamento delle situazioni sociali che, per quanto difficili e talvolta frustranti, costituiscono sempre una palestra di vita. Se da una parte i ragazzi sono quindi attratti da questo mondo fittizio, che in realtà è comunque protetto rispetto a quello reale, anche i genitori spesso si rendono loro complici, trovando più rassicurante averli a casa che saperli fuori.. ed ecco che la smania di controllo perde totalmente il controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma certamente internet è uno strumento che ha avvicinato, ritrovato ed unito moltissime persone, che ha permesso certamente l&#8217;azzeramento di differenze e pregiudizi; uno strumento con regole formali e di buon senso comune, forse basterebbe utilizzarlo seguendole.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">American Psychiatric Association (2001), Diagnostic and Statistical Manualof Mental Disorders (DSM-IV-TR), A.P.A, Washington, DC.</p>
<p style="text-align: justify;">Cantelmi T., Del Miglio C., Talli M., D&#8217;Andrea A., (2000), La mente in internet. Psicopatologia delle condotte online, Piccin, Padova. A contribution to the study of Internet use/abuse-related psychopathological variables. Giornale Italiano di Psicopatologia, Vol. 8, June 2002, Issue 2.</p>
<p style="text-align: justify;">Del Miglio C., Corbelli S. (2003), Le nuove dipendenze, Attualità in Psicologia, 18, pp. 9-36.</p>
<p style="text-align: justify;">Muredda, G.M., (2007), Tesi di Laurea <em>&#8220;Shopping Compulsivo e Disturbi Alimentari&#8221; Una ricerca Esplorativa.</em> Relatore: Prof. D., Francescato. Correlatore: Prof. C.M. Del Miglio in  <a href="http://www.cedostar.it/tesi/tesi_shopping_compulsivo_muredda_2007.pdf">http://www.cedostar.it/tesi/tesi_shopping_compulsivo_muredda_2007.pdf</a></p>
<p style="text-align: justify;">Pigatto A. (2003), La condizione di dipendenza patologica, in U. Zizzoli, M. Pissacroia (a cura di), Trattato completo degli abusi e delle dipendenze, Piccin, Padova.</p>
<p style="text-align: justify;">Young, K.S. &amp; Rogers, R.C. (1998) The relationships between depression and Internet addiction. CyberPsychology and Behavior, 1(1), 25-28.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>SITOGRAFIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gipsicopatol.it/index.htm">http://www.gipsicopatol.it/index.htm</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://mentalhelp.net/apa/young/htm">http://mentalhelp.net/apa/young/htm</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Aborto con la RU486: dubbi e riflessioni</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Anna Barracco]]></category>

		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>

		<category><![CDATA[gravidanza indesiderata]]></category>

		<category><![CDATA[Immacolata Patrone]]></category>

		<category><![CDATA[IVG]]></category>

		<category><![CDATA[Luigi Barracco]]></category>

		<category><![CDATA[Piera Serra]]></category>

		<category><![CDATA[Repubblica TV]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Questo è un bel video di Repubblica tv sulle recenti polemiche relative alla pillola RU486, peraltro partecipa una mia&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Questo è un bel video di Repubblica tv sulle recenti polemiche relative alla pillola RU486, peraltro partecipa una mia cara amica la ginecologa Lisa Canitano. Il punto però è che nell&#8217;illustrare gli effetti della pillola si esaminano anche gli aspetti psicologici senza che sia presente uno/a psicologo/a. La trasmissione sembra ben condotta e ben strutturata (le rappresentanti politiche: Livia Turco, Roccella, Rizzi e due rappresentanti medici: Canitano e Srebot), ma manca veramente la figura dello psicologo. Peccato!</p>
<p style="text-align: justify;">Link alla trasmissione:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=palinsesto&amp;cont_id=8863">http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=palinsesto&amp;cont_id=8863</a></p>
<p style="text-align: justify;">Lettera Firmata</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO DELLE DR.SSE ANNA BARRACCO, IMMACOLATA PATRONE E PIERA SERRA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema che qui affrontiamo, l&#8217;aborto, è un tema molto complesso e delicato, la cui trattazione meriterebbe approfondimenti e dibattiti più ampi e dettagliati. La nostra intenzione non è quella di dare risposte, né quella di prendere posizione a favore o contro, ma di stimolare riflessioni, interrogativi, mettendo da parte le convinzioni personali, morali, etiche, religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In risposta alla segnalazione ricevuta ci siamo innanzitutto trovate a rimarcare ancora una volta come la figura dello psicologo sia assente, anche in dibattiti come questo in cui la nostra professione ha un ruolo importantissimo nel percorso difficilissimo e doloroso che porta una donna a decidere di abortire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella richiesta del parere di un esperto ci siamo prima di tutto interrogate sulla differenza tra un aborto chirurgico e un aborto con la pillola RU486 ed abbiamo voluto capire, attraverso un parere tecnico di un ginecologo, a cosa la donna va incontro in un caso o nell&#8217;altro. Il parere del dott. Barracco  suscita interessanti interrogativi e spunti di riflessione sorprendenti anche sulle dinamiche politico-economiche che sono &#8220;dietro le quinte&#8221; di questi dibattiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che allora la discussione sull&#8217;obbligatorietà o meno del ricovero appare un falso problema quando in realtà bisognerebbe chiedersi se è meno dannoso per la salute della donna un intervento IVG piuttosto che l&#8217;assunzione della pillola RU486; quando la libertà di scelta a tutti i costi appare come una falsa libertà  se non basata su una corretta informazione o sulla reale possibilità di fare una scelta non influenzata da motivi economici, lavorativi, familiari, relazionali; o ancora quando ci chiediamo come viene sostenuta dal punto di vista psicologico la donna nei giorni che precedono l&#8217;aborto e nei tre giorni di ricovero, per non parlare del lungo percorso di elaborazione del lutto che prosegue molto oltre i tre giorni di ricovero.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista professionale, in questi contesti il nostro ruolo ci prescrive di tener conto della &#8220;posizione&#8221; di coloro che ci chiedono aiuto, delle molteplici variabili che inducono e a volte obbligano la donna ad optare per una scelta piuttosto che per un&#8217;altra, della lunga e dolorosa fase di elaborazione del lutto che spesso accompagna per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; in quest&#8217;ottica che ci inseriamo in questo dibattito, allo scopo di interrogarci ed interrogare la comunità scientifica su cosa sia meglio o meno doloroso da un punto di vista non solo fisico ma anche psichico per una donna che si appresta ad intraprendere tale percorso e quali interventi di prevenzione e di supporto andrebbero maggiormente sostenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parti in causa in questo dibattito sono diverse e spesso ci si batte per la prevalenza di una posizione sull&#8217;altra perdendo di vista l&#8217;oggetto principale di questa discussione, ovvero la salute psico-fisica della donna, in nome di convinzioni morali o religiose o  della tenace difesa della libertà personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio, l&#8217;opposizione delle organizzazioni antiabortiste alla RU486 è legata alla convinzione per cui questo sistema, questo strumento, costituisca una via più facile all&#8217;interruzione di gravidanza: vi è  l&#8217;idea che meno ostacoli si frappongono alla fine della gravidanza più frequentemente vi si ricorrerà. In questo, vi è un&#8217;idea decisamente riduttiva dell&#8217;interruzione della gravidanza come di un metodo anticoncezionale.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; sulla questione della decisione che dovrebbe, invece, situarsi la riflessione e il contributo anche nello specifico dell&#8217;apporto professionale, da parte dello psicologo. La decisione di abortire, - o anche quella non meno complessa e dolorosa - di accogliere, di assumere la responsabilità di una gravidanza indesiderata, dovrebbe sempre essere il risultato di un percorso, di un processo, che dovrebbe partire da un&#8217;analisi dei motivi, consci e inconsci che hanno portato il corpo della donna ad essere teatro, ricettacolo, dell&#8217;evento &#8220;gravidanza indesiderata&#8221;. La pratica clinica mostra come dietro ad una &#8220;gravidanza indesiderata&#8221; possa esserci un atto, la cui intenzionalità non è facilmente e immediatamente individuabile, perché deriva da un conflitto inconscio; scandagliare e portare alla luce queste dinamiche, con la donna o anche con il partner, laddove questo è possibile e indicato, è precisamente il lavoro che la consulenza psicologica dovrebbe poter facilitare. Non bisogna dimenticare che anche portare avanti una gravidanza veramente non voluta, frutto di una violenza psicologica più o meno sottile e spesso anche inconsapevole dei partner,  realizzatasi in un momento di particolare difficoltà della futura madre (come nei casi, peraltro abbastanza frequenti, in cui una nuova gravidanza si realizza poco dopo parti prematuri in cui il bambino non è sopravvissuto, ovvero quando gravidanze precedenti, difficili,  hanno lasciato in eredità alla coppia la gestione di gravi problemi di salute del bambino) possono rendere davvero non sostenibile la scelta, per la donna, di proseguire con la gravidanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che la decisione di interrompere una gravidanza è sempre un&#8217;esperienza dolorosa e difficile, non bisogna, a nostro avviso, cadere nell&#8217;errore e nella semplificazione di credere che questa opzione, questa eventuale possibilità, sia <em>tout court</em> sempre causa di disagi psicologici o di vissuti di fallimento. Il diritto delle donne di proseguire o interrompere la gravidanza nella sua fase iniziale, costituisce il limite, l&#8217;orizzonte simbolico entro il quale si situa la possibilità di sottrarre il corpo della donna, e con esso la sua soggettività, alla schiavitù e alla sopraffazione che costituisce sempre una prospettiva possibile nella dinamica della relazione fra i sessi. E&#8217; l&#8217;ineluttabilità di dover assumere la gravidanza, senza la possibilità di decidere autonomamente e in coscienza, quello che rende a nostro avviso evolutivo ed emancipatorio il dispositivo giuridico che rende possibile questa scelta per le donne.  Tuttavia la delicatezza, l&#8217;importanza di rendere davvero libero e approfondito l&#8217;esame di cosa può aver prodotto la &#8220;gravidanza indesiderata&#8221; (di chi è dunque, il desiderio? A quale logica risponde, caso per caso, l&#8217;atto mancato che ha permesso l&#8217;istallazione dell&#8217;ovulo fecondato?), viene spesso purtroppo tralasciato, sbrigativamente, sia dai detrattori della legge 194, sia - paradossalmente - dai suoi sostenitori. Nei primi dibattiti sull&#8217;attuazione della legge 194, da parte del movimento femminista veniva espressa diffidenza nei confronti della figura degli psicologi, in nome della tutela del diritto di autodeterminazione delle donne: si temeva che le utenti venissero sottoposte a indagini psicodiagnostiche, costrette al ruolo di pazienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla base e a sostegno di un&#8217;analisi delle motivazioni, si situa al contrario il dettato normativo  che ha portato il legislatore a prevedere l&#8217;attesa dei sette giorni prescritta dalla legge tra la domanda di IVG e l&#8217;intervento: si rende obbligatoria un&#8217;attesa prescrivendo nel contempo a chi riceve la richiesta un&#8217; attenzione all&#8217;analisi delle motivazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di questa prescrizione è nella costruzione di uno spazio necessario affinché possa strutturarsi un &#8220;tempo per comprendere&#8221;, e in questo senso il supporto psicologico va precisamente  nella direzione di offrire alla donna che l&#8217;accetti una consulenza spesso utilissima e talvolta davvero necessaria. Soprattutto nei casi in cui vorrebbe un figlio, ma si opta per l&#8217;IVG per motivi sociali o, peggio, per assecondare il partner o altre istanze. Il punto è quello di analizzare e di scandagliare con la donna ed eventualmente con il partner, la dinamica del concepimento, e il senso che può avere quell&#8217;atto mancato, che è possibile rintracciare dietro ad una gravidanza indesiderata.</p>
<p style="text-align: justify;">La discussione circa il come abortire deve tener conto del fatto che l&#8217;offerta di una consulenza psicologica dovrebbe essere nella prassi di ogni consultorio. Cosa che presupporrebbe, ovviamente, la disponibilità immediata di uno psicologo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali asl oggi, decenni dopo la legalizzazione dell&#8217;IVG, compiono questa scelta e se ne accollano i costi? Quanto della legge 194 sulla prevenzione e sul sostegno alle donne è stato realmente realizzato?</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema sembra ancora una volta di tipo economico e ancora una volta ci vediamo chiamati in causa nella nostra &#8220;presenza - assenza&#8221; dai servizi, ovvero in una presenza che non riesce ad incidere, che non riesce ad orientare, che non ha la forza contrattuale per suscitare un dibattito più approfondito che porti in primo piano non un falso problema di libertà di scelta  che sembra oscurare l&#8217;annoso obiettivo del risparmio economico soprattutto in ambito sanitario, ma un reale problema di diritto alla salute fisica e psicologica, quest&#8217;ultima mai sufficientemente rivendicata.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questi interrogativi dovrebbe essere materia di approfondimento cui le  organizzazioni degli psicologi e in generale la comunità scientifica degli psicologi e dei medici ginecologi, dovrebbero applicarsi, al di là degli aspetti ideologici, in modo da poter esaminare i pro e i contro della RU486 e delle modalità di somministrazione, nella realtà dei nostri servizi.</p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE DEL DR. LUIGI BARRACCO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho riflettuto un po&#8217; prima di rispondere alla richiesta di un parere su questo tema,  perché in realtà non credo di essere la persona più adatta a dibattere questi argomenti: non solo perché la struttura nella quale lavoro non è (per fortuna) abilitata alla 194, ma soprattutto perché il mio punto di vista è molto fuori dagli schemi, molto politicamente scorretto come si dice oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, una mia non breve, seppur remota,  esperienza consultoriale e una lunga esperienza professionale mi spingono ad esprimere comunque un&#8217;opinione.</p>
<p style="text-align: justify;">La trasmissione fatta da Repubblica coinvolgeva tutti personaggi molto poco interessati al cuore del problema, anche se poi molto bravi a spostare continuamente il punto di vista aggiustandolo nella maniera a loro più congeniale; di conseguenza lo spettatore, privo degli elementi minimi per esprimere un giudizio, era tentato di intrupparsi nella propria &#8220;parte politica&#8221;, facendo un atto di fede nei confronti dell&#8217;oratore più vicino alle sue idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si guarda la trasmissione, ci si accorgerà di come in un&#8217;ora di tempo si discute animatamente se è opportuno dire si o no all&#8217;uso di questa RU 486, ma non si parla mai nel merito di cosa fa questo farmaco e del perché sarebbe meglio o peggio rispetto all&#8217;intervento tradizionale di IVG. Il problema, cioè, non è affatto se sia opportuno o non opportuno il ricovero, o se debba essere introdotto o meno questo farmaco in Italia. Il problema è capire cosa stiamo facendo e soprattutto perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Osserviamo perciò la situazione dall&#8217;inizio, raccontando gli elementi necessari per esprimere un giudizio sull&#8217;argomento.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando una gravidanza si interrompe durante il primo trimestre (parliamo di aborto spontaneo) la maggior parte delle volte la donna non si accorge di nulla. Se la diagnosi di aborto viene fatta ecograficamente (osservazione in genere del tutto casuale) si spiega alla donna che la gravidanza non è più evolutiva e che è opportuno eseguire un piccolo intervento per asportare il &#8220;materiale ovulare&#8221; dalla cavità uterina. Solo raramente, in aborti molto precoci, la quantità di materiale ovulare è talmente ridotta che non è necessario intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile spiegare ad uno psicologo l&#8217;immenso carico emotivo che si abbatte su questa poveretta: dopo aver faticosamente elaborato sulla realtà di diventare madre,  la capacità di esserlo, il senso di adeguatezza o inadeguatezza al ruolo, le paure ancestrali, le dinamiche di coppia e quelle familiari etc. etc., viene improvvisamente a sapere che tutto quello a cui si stava faticosamente preparando non avverrà. Immediati e fortissimi saranno a questo punto i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza, una certa vergogna &#8220;sociale&#8221; e mille altri problemi che gli psichiatri e voi psicologi ci insegnate.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle volte la situazione clinica viene risolta il più presto possibile con ricovero e revisione di cavità (RCU, il cosiddetto raschiamento) perché la paziente non vuole attese, essendo il suo giusto desiderio quello di uscire quanto prima da questo tunnel soffrendo (fisicamente) il meno possibile. L&#8217;intervento dura circa 5-10 minuti e se fatto in sedazione la donna non sente dolore e non associa oltre il dovuto la sofferenza all&#8217;evento. Evidentemente ed inevitabilmente dopo l&#8217;intervento ci sarà tutto il processo intellettuale per uscire dalla situazione psicologico - affettiva determinatasi (elaborazione del lutto?); questo purtroppo non è possibile risparmiarlo e la quantità di impegno e di fatica per uscirne dipende dalla situazione di ogni singola donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la diagnosi di aborto non viene fatta prima dell&#8217;insorgere dei sintomi o se la donna che sa di avere abortito non volesse sottoporsi subito a raschiamento, ad un certo punto, dopo giorni o settimane dal momento in cui l&#8217;attività cardiaca fetale non c&#8217;è più e dunque la gravidanza non è più evolutiva, la donna abortirà spontaneamente. Questo significa che l&#8217;utero comincerà a contrarsi e contrarsi fino ad espellere il suo contenuto. La donna avrà dolori generalmente molto forti e perdite prima di sangue e poi di materiale ovulare. Questi sintomi possono durare molte ore e le perdite di sangue possono essere molto abbondanti, e a volte comunque l&#8217;aborto può rimanere incompleto (rimane cioè del materiale ovulare in utero); in questi casi (un aborto spontaneo misconosciuto che esordisce con tali sintomi), quando il materiale ovulare non è già stato completamente espulso la donna viene prontamente ricoverata e sottoposta a raschiamento. Dopo l&#8217;intervento, la sintomatologia scompare, mentre invece, ed ovviamente, rimarrà il carico psicologico da affrontare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quello che è la mia esperienza, qualsiasi donna quando sa di avere abortito o di stare per abortire, vuole ricoverarsi appena possibile e risolvere prima possibile tutta la parte medica non volendo aggiungere sofferenza alla sofferenza (e sfido chiunque a non essere d&#8217;accordo).</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, se una mia parente o una cara amica mi chiedesse la soluzione migliore per lei in caso di aborto non esiterei un istante a consigliarle (se necessario) un raschiamento subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa lunga descrizione (forse un po&#8217; cruenta?) degli eventi è indispensabile per possedere gli strumenti di giudizio per l&#8217;argomento in questione.</p>
<p style="text-align: justify;">Rileviamo intanto un particolare che ci tornerà utile in seguito: tutto quello di cui abbiamo parlato ha un costo economico per la società. Un ricovero ospedaliero (due notti) per raschiamento ha un DRG (l&#8217;importo che la Regione rimborsa alla struttura) che va oltre i mille euro (vado a spanne). Un ricovero ospedaliero in Day Hospital ne ha uno di poco inferiore ai mille euro. Non conosco gli importi per l&#8217;IVG, ma credo non siano molto diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo ora la situazione di una donna che ha una gravidanza indesiderata. Dal punto di vista psicologico non cambia molto rispetto al caso precedente (elaborazione del desiderio e della capacità di maternità, sentimento di adeguatezza alla situazione, dinamiche familiari e sociali etc.). La differenza sta nel fatto che questa donna non può o non vuole tenere il bambino, e che alla sofferenza psicologica nella elaborazione della gravidanza e quella dell&#8217;interruzione della gravidanza stessa, questa volta volontaria, si aggiungeranno sensi di colpa e sentimenti di frustrazione, rabbia, paura ed impotenza nei confronti di una situazione inattesa che non è in grado materialmente e/o emotivamente di gestire ed affrontare come vorrebbe (o vogliamo veramente credere che le donne usino l&#8217;aborto come contraccettivo?). E nulla di tutto questo cambierà se noi sostituiamo la parola embrione alla parola bambino: le donne non sono sceme.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a questo punto uno si immagina che, come nel caso precedente, quello dell&#8217;aborto spontaneo, questa donna voglia, una volta presa la decisone, concludere più in fretta possibile la trafila per poter poi elaborare e &#8221; cicatrizzare&#8221; (difficile dimenticare!) l&#8217;evento. Ed infatti è così: i tempi che la legge 194 giustamente impone per colloqui, esami e riflessione vengono spesso vissuti molto male; le donne hanno una fretta dannata di lasciarsi tutto alle spalle. Quindi, ricovero, raschiamento e poche ore dopo ritorno a casa  (questa non è una supposizione, è quello che realmente vogliono le donne in questa circostanza).</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo subito che di cruento in tutto questo c&#8217;è ben poco: è un intervento chirurgico, se fatto in sedazione non si sente e non si ricorda nulla. I rischi sono statisticamente rari anche se ovviamente presenti (ogni intervento sia chirurgico che farmacologico può presentare complicazioni anche gravi, non cerchiamo alibi, e non è questo quello di cui si deve discutere). Il fatto che durante un intervento chirurgico ci sia del sangue non significa che l&#8217;intervento stesso sia molto invasivo: si può morire d&#8217;infarto senza versare una goccia di sangue, e questo è un evento drammaticissimo anche se poco &#8220;cruento&#8221; (insisto, non giochiamo con le parole).</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa succede invece se la donna viene indirizzata verso la terapia medica (RU 486) ? Succede esattamente quello che ho descritto prima: si provoca cioè un aborto spontaneo con i farmaci. Dolori intensi, perdite ed espulsione del materiale ovulare dopo un intervallo di tempo più o meno lungo dall&#8217;assunzione del farmaco. E la situazione è talmente la stessa che si raccomanda nelle indicazioni di non oltrepassare il secondo mese di gestazione. Perché? Perché in quel caso i sintomi sarebbero sicuramente troppo importanti e pericolosi per non essere ospedalizzati, perché sono i medesimi sintomi di un aborto spontaneo, perché il processo è identico, anche se molto precoce e quindi in genere meno drammatico sotto l&#8217;aspetto clinico.</p>
<p style="text-align: justify;">I dolori potranno essere talvolta più lievi, come pure le perdite, ma cosa passa nella mente di una donna che per giorni rimane sola, ignara del come e del quando, probabilmente all&#8217;insaputa dei conviventi, atterrita dalla paura di complicanze in attesa di vedere compiuta la sua terribile scelta? E ugualmente, anche fosse in quei giorni ricoverata, cosa cambierebbe nel suo processo psicologico? Ed infatti la questione non è ricovero o no, la questione è: Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo, se avessi una persona che mi sta a cuore certamente non la lascerei giorni in questa situazione tra angosce e dolori per non fare un intervento di piccola chirurgia che risolve subito il problema. E non la lascerei né dentro né fuori da un ospedale, per giorni, in tale situazione. A meno di non tenere in alcun conto la sua condizione umana e psicologica. Quindi, potendo risolvere subito la situazione, senza aggiungere sofferenza e senza aggiungere rischi, perché non farlo? (etimologicamente: per quale ragione?).</p>
<p style="text-align: justify;">E non è possibile né onesto sostenere (come durante la discussione in trasmissione) che il numero di aborti nel Paese, l&#8217;organizzazione consultoriale e sociale intorno alla donna, al bambino ed alla gravidanza abbia qualcosa a che fare con il metodo usato praticamente per effettuare l&#8217;interruzione! Se i consultori, le case famiglia, il sostegno sociale ed economico intorno alle mamme in difficoltà esistano o non esistano, funzionino o non funzionino, tutto questo non ha niente a che fare con il &#8221; come&#8221; si fa un&#8217;interruzione di gravidanza. Né il buono o cattivo funzionamento delle strutture dedicate dipende dal come viene effettuata l&#8217;interruzione. Ed infatti nella trasmissione tutto ciò sapeva molto di campagna elettorale, anche se fuori tempo, o comunque di demagogia un tanto al chilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Finora il perché sembra poco opportuno promuovere la RU 486.</p>
<p style="text-align: justify;">Domandiamoci ora perché una tale proposta viene da molti sostenuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice, con ipocrisia, che questo metodo è meno invasivo, meno cruento, più socialmente accettabile (si gestisce al di fuori delle strutture ospedaliere) e chi più ne ha più ne metta. Non si sa o si finge di non sapere di cosa si tratta, specie sotto l&#8217;aspetto psicologico, e lo abbiamo già visto: un processo clinicamente identico ad un aborto spontaneo, che nessuno vorrebbe mai provare su di sé (e non so chi  lo preferirebbe all&#8217; RCU se dovesse consigliarlo alla propria figlia).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se non è meglio sotto l&#8217;aspetto medico, non è meglio sotto quello psicologico, non diminuisce rischi o angosce, perché lo si vuole praticare?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo due le possibili risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Una &#8221; politica&#8221;: per poter in parte sfuggire alle regole della 194 (si allargano le maglie dei controlli, il farmaco è comunque in circolazione, tutto diventa più facile per una gestione semiclandestina). Non voglio neppure commentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una economica. Ricordo che quello economico è un aspetto sempre molto importante in tutti i campi ed in particolare quando si parla di sanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Una compressa di mifegyne costa circa 30 euro, una di misoprostolo circa 30 centesimi. Vi rendete conto del risparmio? 50 euro ad aborto contro i quasi mille attuali! Quale immane risparmio sarebbe eliminare un 50 o magari un 70% dei centri di IVG e sostituirli con la RU 486! Ed ecco spiegato forse il perché tutti i paesi si sono adoperati ed hanno promosso questa seconda via. Indubbiamente pratica, economica ed efficace; riduce di molto tutti i problemi legati a questo ramo della sanità: il problema dell&#8217;obiezione di coscienza, per cui ci sono pochi operatori non obiettori stracarichi di lavoro, la loro giusta ribellione nel non voler essere ghettizzati solo in questo servizio, la cronica carenza di strutture e di spazi nelle strutture, l&#8217;emarginazione in alcune realtà, le liste di attesa nei grandi centri, il problema della privacy nei piccoli centri&#8230; sarebbe un toccasana, alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dal punto di vista etico (e deontologico), possiamo noi contrabbandare per migliore qualcosa che non faremmo mai ad un nostro caro, solo perché questa tale cosa costa meno ed è &#8220;più efficiente&#8221;? E anche se all&#8217;estero fanno così, non ha importanza. Potrebbero avere torto loro, come spesso succede, nell&#8217;anteporre l&#8217;efficienza economica all&#8217;etica.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, quando a quel tal chimico tedesco venne prospettato un quesito e lui lo risolse brillantemente inventando lo Ziklon B, egli aveva sicuramente risolto un problema di economia ed efficienza. Ma qualcuno gli aveva spigato quali altri risvolti avesse la faccenda?</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, queste sono considerazioni abbastanza impresentabili nell&#8217;ambito del politicamente corretto, ed infatti non ho mai sentito nessuno che abbia sollevato un tale punto di vista (e nello specifico della trasmissione, né la rappresentante del governo, né quella dell&#8217;opposizione, né i cosiddetti tecnici hanno parlato dei motivi per cui si vuole promuovere l&#8217;RU 486, ma solo dell&#8217;applicazione delle norme e astrattamente della legge 194). Perché è sempre più facile far passare iniziative economiche se paludate come verità scientifiche o come un bene sociale, specialmente se l&#8217;argomento è al centro di un dibattito politico - morale ancora molto vivace.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, questa è la mia opinione, e nulla posso fare se è molto lontana dall&#8217;impostazione che si vuol dare al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Freud è morto… ma per fortuna la psicoanalisi sta ancora bene</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Anna Barracco]]></category>

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		<category><![CDATA[Maurilio Orbecchi]]></category>

		<category><![CDATA[Michel Onfray]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE
Gentile Redazione,
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gentile Redazione,</p>
<p style="text-align: justify;">leggendo l&#8217;articolo, di Maurilio Orbecchi, c&#8217;è il solito tormentone che periodicamente compare su Freud e sulla psicoanalisi: la psicoanalisi è morta, Freud era un impostore, o comunque un genio visionario, che non ha avuto seguito se non con un pugno di gente poco raccomandabile, truffatori, preti-imbroglioni, settari. La psicoanalisi è il grande inganno, la grande &#8220;sola&#8221; del XX secolo &#8230; è possibile richiamare un parere diverso?</p>
<p style="text-align: justify;">Lettera originale</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ARTICOLO ORGINALE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Maurilio ORBECCHI , &#8220;La filosofia del martello contro Freud&#8221;;</p>
<p style="text-align: justify;">articolo apparso su &#8220;La stampa&#8221;, mercoledì 5 Maggio 2010</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicazione dell&#8217;ultimo libro di Michel Onfray su Freud, «Le crépuscule d&#8217;une idole», ha innescato un dibattito che ha avuto una grande risonanza in Francia ed è rapidamente giunto fino a noi. Il libro ha ottenuto le prime pagine delle principali riviste francesi e articoli su tutti i quotidiani.<br />
«Le Point» ha parlato di «filosofia del martello» e di «carica di violenza inaudita contro Freud e la psicoanalisi che (l&#8217;autore) considera come una nuova religione&#8230; un&#8217;impostura». Onfray, del resto, non usa mezzi termini:<br />
la psicoanalisi è «la rapina ideologica più impressionante del XX secolo&#8230; un&#8217;allucinazione collettiva basata su una serie di leggende».<br />
Onfray, come altri autori, è convinto che Freud mirasse a costruire una nuova scienza. Tuttavia non ci riuscì, finendo per edificare una sorta di religione pseudoscientifica. A suo avviso Freud era soprattutto un avventuriero della cultura, con una passione personale per l&#8217;incesto, che ha proiettato nel cuore del suo sistema. Freud rivendicava esplicitamente e ossessivamente per sé una gloria planetaria alla pari di Galileo e Darwin, nascondendo però il suo uso giovanile della cocaina e i suoi debiti nei confronti di Nietzsche e Schopenhauer. Una sorta di antifilosofo reazionario, misogino e omofobo, che dedicava persino uno dei suoi libri a<br />
Mussolini, definito «eroe della cultura».</p>
<p style="text-align: justify;">Un seduttore dell&#8217;umanità che si è presentato come un Messia, creando una<br />
religione oscurantista, dando in questo modo forma al suo delirio personale.<br />
Freud esce dalle pagine del libro come un non-scienziato, che ha esaltato il<br />
determinismo psichico ambientale, che Onfray chiama «la causalità magica», negando l&#8217;importanza dell&#8217;innato nell&#8217;uomo. In questo contesto i freudiani sarebbero una specie di corte dei miracoli: «preti» che riciclano il vecchio dualismo della filosofia occidentale sotto forma di «psiche» e «soma», riproponendo null&#8217;altro che le vecchie cure sciamaniche di stregoni, maghi, guaritori e esorcisti.<br />
Naturalmente i freudiani francesi hanno reagito al libro schierandosi a difesa della psicoanalisi: Elisabeth Roudinesco e Alain de Mijolla accusano Onfray di rimettere banalmente in circolazione notizie note da decenni, già pubblicate tra l&#8217;altro nel «Libro nero della psicoanalisi». «L&#8217;Express» in un editoriale si domanda, un po&#8217; ingenuamente, come si potrebbe spiegare il successo più che secolare della psicoanalisi, se tutto questo fosse vero.<br />
Come se il fatto di durare fosse una dimostrazione di validità.<br />
Il «Corriere della Sera» ha portato la polemica in Italia con un&#8217;invettiva di Bernard-Henri Lévy, che accusa Onfray di banalità, puerilità, pedanteria al limite del ridicolo; per Lévy il libro sarebbe animato da ipotesi complottistiche che adottano «il punto di vista della cameriera».<br />
Onfray avrebbe, in effetti, fatto meglio a non utilizzare anche le memorie della cameriera di Freud, ma le repliche dei freudiani non sembrano, nel complesso, convincenti. Alcune critiche di Lévy riguardo agli eccessi dell&#8217;autore, come l&#8217;accenno all&#8217;onanismo di Freud, sono senz&#8217;altro condivisibili. Ma resta la sensazione che i freudiani si trovino in difficoltà e ricorrano ad attacchi, anche personali, perché non riescono a difendere la psicoanalisi sul tema centrale che ha colpito la teoria in questi ultimi decenni di rivoluzione neuroscientifica ed evoluzionistica.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicoanalisi, infatti, è basata su congetture che non trovano riscontro nelle ricerche. Freud attribuiva all&#8217;inconscio proprietà, propositi e scopi del tutto immaginari. Il complesso di Edipo, la pulsione di morte, l&#8217;omosessualità come narcisismo, l&#8217;invidia del pene da parte delle donne, la<br />
paura di castrazione maschile, per non dire della memoria filogenetica e del lamarckismo ingenuo - questi ultimi l&#8217;intelaiatura della sua opera - sono concetti che non hanno nulla a che fare con quanto è emerso in campo scientifico. Fa riflettere, d&#8217;altro canto, che quasi tutti i freudiani che prendono parte al dibattito siano di formazione umanistica: come se la psicoanalisi, che Freud tanto rivendicava come scientifica, sia davvero diventata tutt&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA ANNA BARRACCO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Che cosa sarebbe un uomo, o più radicalmente se volete, l&#8217;uomo, se l&#8217;inconscio si estinguesse? Forse potremmo trovare le sue versioni più terribili e tristi nelle figure del tiranno o del burocrate? O in quella, più efficiente e disumana, della macchina? Il tiranno, il burocrate e la macchina, hanno in effetti in comune l&#8217;assenza di desiderio. Forse un uomo senza inconscio sarebbe davvero l&#8217;incarnazione di un uomo grigio, incapace di sogno, dunque di desiderio&#8221; (Massimo Recalcati &#8220;Elogio dell&#8217;inconscio&#8221;, 2007, Bruno Mondadori)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Periodicamente e a intervalli regolari, ci si imbatte ormai da alcuni anni in questo &#8220;tormentone&#8221; : la fine della psicoanalisi, la morte di Freud.</p>
<p style="text-align: justify;">È certo singolare già il fatto che la morte della psicoanalisi venga sempre ricondotta al suo fondatore, quasi che dalla morte del genio viennese, davvero, non fosse più accaduto nulla e il mondo della psicoanalisi si fosse fermato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Freud è morto, egregi signori&#8221;, verrebbe da rispondere, &#8220;la sua tomba, la sua ultima abitazione londinese, il suo studio a Vienna, sono effettivamente luoghi di pellegrinaggio dove ogni anno milioni di turisti, di curiosi e di psicoanalisti, si recano a cercare qualche traccia del genio che, in quei luoghi, ebbe accesso al miracolo: la straordinaria scoperta dell&#8217;inconscio. Accomodatevi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Freu infatti è sicuramente morto, ma ha lasciato all&#8217;umanità la terza grande rivoluzione, come egli stesso soleva dire, dopo Copernico e Darwin: la scoperta dell&#8217;inconscio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inconscio freudiano non è l&#8217;insieme dei sentimenti profondi e selvaggi, non è il luogo delle profondità infantili e non è l&#8217;insieme delle emozioni romantiche.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inconscio freudiano è la scoperta di un&#8217;intelligenza particolare, di un funzionamento psichico che appartiene a ciascun soggetto e che lo pensa, lo abita, a sua insaputa. Il sogno, il lapsus, il motto di spirito, l&#8217;atto mancato, il sintomo, sono tutte manifestazioni che testimoniano dell&#8217;esistenza dell&#8217;inconscio, lo indicano e lo presentificano, e costituiscono modalità di espressione della singolarità e della irriducibilità di ciascun soggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">La scoperta freudiana dell&#8217;inconscio, il suo profondo legame con il linguaggio, l&#8217;importanza che nella genesi del soggetto assume l&#8217;incontro del corpo vivente con il linguaggio, ha aperto la strada per una lettura nuova della biologia umana. Il corpo umano è abitato dal simbolico, è tagliato dal linguaggio e per questo motivo non è più inserito nella logica etologica e &#8220;naturale&#8221;, la logica che governa il mondo animale o vegetale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la sola osservazione del lattante, che, sazio, prova soddisfazione nel succhiare il pollice, sarebbe sufficiente a dimostrare stabilmente lo scarto, l&#8217;elemento differenziale, decisivo, delle congetture freudiane sul funzionamento della biologa umana, dominata dalla pulsione, concetto limite fra il biologico e lo psichico. La soddisfazione del ciucciotto è qualcosa che non riguarda i circuiti biologici della soddisfazione del bisogno. Tra il capezzolo che eroga latte e il succhiotto che concilia il sonno nel lattante sazio, c&#8217;è l&#8217;elemento differenziale fra soddisfazione fisiologica e soddisfazione fantasmatica.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inconscio freudiano è inoltre una modalità di funzionamento dello psichico che risponde ad una logica precisa, e anche ad un&#8217;etica precisa. Non si tratta di un luogo mistico o ineffabile. L&#8217;inconscio si produce e si alimenta dell&#8217;intreccio di pensiero diurno e di pensiero notturno, è l&#8217;annodamento fra pensiero cosciente e vigile e pensiero onirico.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché dunque tutto questo oggi viene regolarmente misconosciuto?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché l&#8217;inconscio freudiano viene ridotto all&#8217;insieme dei ricordi infantili, perché la sessualità infantile scoperta da Freud e il significato, il valore della rimozione vengono ridotti a favola, a impostura, a plagio da parte di psicoanalisti che sono liquidati come una sorta di preti ignoranti e integralisti?</p>
<p style="text-align: justify;">In gran parte, occorre ammetterlo, la responsabilità è anche da attribuirsi ad alcune derive della psicoanalisi, ad un linguaggio settario e autoreferente, alla difficoltà talvolta incontrata nel rendere ostensibile e nel testimoniare lo statuto scientifico delle scoperte psicoanalitiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la resistenza pervicace che oggi si registra, nei confronti della psicoanalisi, è forse più profonda e pericolosa.</p>
<p style="text-align: justify;">La società della fretta, dell&#8217; iper-razionalismo, le logiche che dominano l&#8217;era post capitalistica, rifuggono dal dualismo che l&#8217;inconscio introduce, nella concezione della vita psichica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo psicoanalista Cristopher Bollas, nel libro &#8220;l&#8217;ombra dell&#8217;oggetto&#8221;, del 2001, descrive la personalità &#8220;normotica&#8221;, come paradigma della pseudo normalità contemporanea; una sorta di &#8220;psicosi fredda&#8221;, senza sintomi, in cui il soggetto si preclude qualsiasi forma di creatività &#8220;<em>il soggetto tenta inconsapevolmente di diventare un oggetto nel mondo degli oggetti&#8221;</em>. Il soggetto sembra sospinto incessantemente verso oggetti che sembrano colmare il vuoto che lo abita. Il normotico, dice Bollas, è un soggetto che vive medicandosi con degli oggetti concreti. Mentre nella psicosi schreberiana il soggetto precipita nella profondità, il soggetto normotico precipita nella superficialità. È il soggetto stesso in pericolo, in quanto in questa trasformazione è l&#8217;esistenza dell&#8217;inconscio stesso che sembra estinguersi. L&#8217;inconscio dev&#8217;essere evacuato, come una sorta di &#8220;arcaismo&#8221;, da abbandonare nell&#8217;interesse del progresso umano (cit. liberamente da: Massimo Recalcati, &#8220;L&#8217;uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica &#8221; 2010 Raffaello Cortina editore).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;era del trionfo del numero e della misurazione, della quantificazione, la pratica della psicoanalisi fa sorgere il sospetto di appartenere alla superstizione e alla religione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la società della quantificazione, delle cure rapide ed efficaci, del tutto e subito, finisce per evacuare, come il soggetto normotico, il doppio binario coscienza-inconscio, che lungi dall&#8217;essere una questione di passione e ragione, è una linea di demarcaizone <em>tutta interna</em> alla ragione. L&#8217;inconscio e le sue manifestazioni dicono al soggetto qualcosa del suo desiderio e l&#8217;assunzione di questo desiderio, di questo pensiero &#8220;altro&#8221;, è ciò che può fare la differenza fra un&#8217;esistenza assoggettata al desiderio dell&#8217;Altro e un&#8217;esistenza in cui invece viene assunto il proprio. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, non è l&#8217;inconscio che fa ammalare, non si sta male a causa dell&#8217;inconscio, ma caso mai perché non se ne vuole sapere e non si vuole assumere il proprio desiderio inconscio.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, la dialettica conscio-inconscio pone anche una questione etica, la questione dell&#8217;assunzione di responsabilità del proprio desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Quando il soggetto, i gruppi umani, e le loro istituzioni difendono con eccessiva virulenza e caparbietà la loro identità e i loro confini, c&#8217;è il rischio di malattia psichica, di intossicaizone identitaria, la quale dunque scaturisce non tanto da un deficit di identificazione narcisistica quanto da una carenza di permeabilità &#8230; Se un soggetto resta rigidamente ancorato alla credenza e/o alla difesa della propria identità, perde fatalmente di slancio vitale e di creatività&#8221;</em> . (Recalcati &#8220;Elogio dell&#8217;inconscio, cit. )</p>
<p style="text-align: justify;">Su queste riflessioni convergono gli psicoanalisti Winnicott, Bollas e Lacan, spiegando indirettamente quali possano essere i motivi - legati al discorso sociale - che hanno portato la psicoanalisi da discorso egemonico della metà del ‘900, - a pensiero tendenzialmente espulso nell&#8217;era della globalizzazione post capitalistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi viviamo in una società in cui la &#8220;psicosi fredda&#8221; , il cui prototipo è il soggetto normotico descritto da Bollas, è parte del discorso dominante. Il discorso della biotecnologia rimanda sempre più a un&#8217;idea di scienza monolitica e intollerante. Nuovi fondamentalismi si fanno strada, e dietro l&#8217;apparente ipermercato degli oggetti, la soggettività umana e la sua unicità restano tra parentesi e si svuotano sempre più.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso psicoanalitico, per il quale il sintomo, la formazione dell&#8217;inconscio, è un messaggio e una strada da seguire per giungere al desiderio inespresso, è una strada troppo complessa e costosa, una strada che destabilizza e mete in dubbio l&#8217;identità ipertrofica e le certezze raggiunte. Il sintomo dunque oggi non può essere trattato come un messaggio, ma dev&#8217;essere eradicato, fatto sparire, per restituire l&#8217;individuo alla sua presunta integrità originaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la psicoanalisi non c&#8217;è integrità possibile, ma il soggetto vive e si nutre della sua &#8220;mancanza ad essere&#8221;, è la sua mancanza che gli permette di desiderare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni aneddotica stereotipata, dell&#8217;analista taciturno dietro al divano in penombra, che rimanda immancabilmente a favole infantili, e ricaccia dunque il soggetto in un passato senza futuro, è lontana dall&#8217;attualità della pratica e dell&#8217;etica psicoanalitica.</p>
<p style="text-align: justify;">La psicoanalisi fin dai tempi di Klein, Bion, Winnicott e Lacan, si è misurata con la clinica delle psicosi e dei disturbi di personalità ed è uscita dallo studio, per costruire modelli di presa in cura istituzionale e &#8220;<em>à plusieurs</em>&#8220;. Certo la psicoanalisi mantiene una posizone eccentrica rispetto alle altre cure &#8220;psi&#8221;, di ambito medico, perché si mantiene ancorata a questo presupposto etico: &#8220;<em>l&#8217;unica vera colpa del soggetto è quella di cedere sul proprio desiderio&#8221;</em>, scriveva Lacan in un noto aforisma. Questo dice qualcosa della peculiarità della clinica psicoanalitica, che è una clinica del senso di colpa. Il soggetto nevrotico vive oppresso dal senso di colpa quando cede alle richieste del Super io (oggi rappresentato spesso dalla paradossale spinta al godimento indiscriminato) e tradisce il proprio desiderio. In questo senso dunque la psicoanalisi spiega il senso di alcuni comportamenti sintomatici che sul piano razionale restano del tutto inspiegabili. Il rifiuto del cibo dell&#8217;anoressca, ben al di là della dimensione biologica del bisogno, l&#8217;eccesso patologico di volontà, che può condurre fino alla morte, è un esempio (sintomatico) di strategia messa in campo dal soggetto anoressico per sottrarsi alla domanda opprimente dell&#8217;Altro. Il sintomo è dunque, nella prospettiva psicoanalitica, un partner del soggetto, un alleato; occorre sintonizzarsi con esso per permettere all&#8217;inconscio di trovare nuovi accomodamenti, meno mortiferi e più vivibili.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inconscio freudiano dunque non esiste in quanto tale, non è conoscibile se non attraverso le sue manifestazioni e nel corso della cura va in qualche modo &#8220;prodotto&#8221;. Il soggetto va educato a riconoscere l&#8217;inconscio, a &#8220;riabbonarsi&#8221; ad esso. Nel transfert, che non è solo ripetizione dei sentimenti sperimentati nell&#8217;infanzia, si produce questo &#8220;innamoramento per l ‘inconscio&#8221; che permette di produrre la propria storia, reinventarla, rielaborarla, alla luce incessante del presente. Il racconto psicoanalitico, così come la diagnosi, non ha senso se non all&#8217;interno della relazione ed è la relazione analitica a produrre la costruzione del caso, a permettere di calcolare la posizione del soggetto rispetto alla domanda.</p>
<p style="text-align: justify;">In una cura psicoanalitica non è in gioco il sapere dell&#8217;analista, ma quello del soggetto dell&#8217;inconscio. Questo fa della psicoanalisi, in effetti, una logoscienza, fuori dal recinto delle scienze della natura; la sua prospettiva radicalmente etica, nell&#8217;era dei diritti senza doveri, nell&#8217;era delle biotecnologie che trionfano sulla morte e sul tempo, nell&#8217;era dei <em>gadget </em>che riempiono ogni buco, la mette oggi forse un po&#8217; all&#8217;opposizione, e questo potrebbe spiegare l&#8217;accanimento con cui se ne profetizza ogni giorno la fine, in una sorta di volontà espulsiva del pensiero, dell&#8217;ambivalenza, della perlocuzione, che la società della misura, la società igienista e scientista, la società normotica, tende a voler realizzare una volta per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a><strong>PARERE DEL PROF. LUIGI SOLANO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Associato di Psicologia Clinica, Facoltà di Psicologia 1, Sapienza, Roma</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È un po&#8217; fastidioso doversi occupare di nuovo di un dibattito che poteva apparire concluso da decenni, ma purtroppo in un&#8217;epoca che rimette in discussione l&#8217;esistenza dei campi di sterminio e la validità degli ideali del Risorgimento non c&#8217;è certo da sorprendersi che qualcuno rimetta in discussione la validità della psicoanalisi, e utilizzando argomenti così impropri.</p>
<p style="text-align: justify;">Attaccare un pensiero accumulando notizie negative sulla vita del pensatore può avere infatti senso se stiamo parlando di una religione, o di un movimento filosofico o ideologico: informazioni negative sulla vita di Maometto, o di Gesù Cristo, o di Gandhi possono avere un impatto sui rispettivi seguaci. Così non è nell&#8217;ambito scientifico o artistico: l&#8217;adesione di Guglielmo Marconi o di Luigi Pirandello al fascismo non ci impedisce di utilizzare la radio o di trovare sublimi i Sei Personaggi in cerca d&#8217;Autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è quindi quale statuto attribuire alla psicoanalisi. È vero che esistono ancora correnti psicoanalitiche, non a caso in Francia, che mostrano di considerarsi ancora parte di un movimento filosofico, e forse per questo hanno avuto voglia di entrare in polemica con Onfray sul suo terreno. La maggioranza degli psicoanalisti a livello mondiale - in particolare chi ha una formazione nell&#8217;ambito della psicologia, quindi della scienza - è per fortuna su posizioni ben diverse (forse per questo non è rimasta molto toccata dalle critiche di Onfray), riconoscendosi nella posizione espressa da Kernberg che considera la psicoanalisi come una scienza con delle componenti artistiche. D&#8217;altra parte l&#8217;inserimento della psicoanalisi, anche in questo paese, come disciplina accademica interna alla Psicologia, testimonia del riconoscimento sociale che la Psicoanalisi sia un &#8220;contributo alla scienza psicologica&#8221; (Kernberg, 1997)).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Rispetto all&#8217;accusa di Onfray che la psicoanalisi sia basata su &#8220;congetture che non trovano riscontro nelle ricerche&#8221; basti fare riferimento alla rassegna Drew Westen (1998) che raccoglie qualche centinaio di ricerche, quasi tutte recenti, nell&#8217;ambito cognitivo, sociale, evolutivo e della psicologia della personalità (pubblicate su riviste non psicoanalitiche) che hanno offerto sostegno a 5 fondamentali aree concettuali psicoanalitiche. Queste sono:</p>
<p style="text-align: justify;">a) l&#8217;esistenza di processi inconsci, nell&#8217;ambito cognitivo, affettivo e motivazionale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) il concetto di ambivalenza e la possibilità che diverse dinamiche affettive e motivazionali possano operare in parallelo e produrre soluzioni di compromesso;</p>
<p style="text-align: justify;">c) le origini nell&#8217;esperienza infantile delle caratteristiche di personalità e delle modalità di porsi in rapporto;</p>
<p style="text-align: justify;">d) la presenza e l&#8217;importanza dell rappresentazioni mentali del sé, degli altri, delle relazioni;</p>
<p style="text-align: justify;">e) le dinamiche dello sviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Personalmente (Solano, 2001) ho raccolto altre centinaia di lavori empirici che testimoniano la rilevanza per la salute fisica e mentale di altri due fondamentali costrutti psicoanalitici:</p>
<p style="text-align: justify;">- gli eventi traumatici</p>
<p style="text-align: justify;">- la capacità di elaborazione cognitivo/emozionale dell&#8217;esperienza (come espressa ad esempio da Bion nel percorso che va dagli elementi beta, agli elementi alfa, ai pensieri).</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto all&#8217;efficacia della psicoanalisi come trattamento citerò soltanto il recentissimo lavoro di Jonathan Shedler (2010) che, in una metanalisi della letteratura mondiale, di nuovo pubblicata su una rivista non psicoanalitica, mostra una efficacia della terapia psicodinamica almeno paragonabile a quella cognitiva, e una efficacia enormemente maggiore di qualunque psicoterapia rispetto al solo trattamento farmacologico (antidepressivo).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ignoranza? Malafede? Un aspetto che mi preme sottolineare è il frequente riferirsi dei critici della psicoanalisi esclusivamente a Freud, come se si trattasse appunto di una religione il cui libro sacro è stato scritto una volta per tutte, e la messa in discussione di un aspetto possa far crollare l&#8217;intero edificio. Se parliamo invece di scienza è evidente e assolutamente auspicabile che alcuni concetti di Freud siano stati superati, nella ricchissima fioritura di autori successivi, sistematicamente ignorati dai detrattori della psicoanalisi. Questo senza nulla togliere alla grandezza di Freud - sarebbe come accusare Galileo di non aver sviluppato la fisica quantistica.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Concludo, appunto, con una citazione di Freud (1927):</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La psicoanalisi è un pezzo di psicologia, ma non di psicologia medica secondo la vecchia accezione, o di psicologia dei processi morbosi, bensì di psicologia <em>tout court</em>: Essa non è certo l&#8217;intera psicologia, ma piuttosto la sua struttura essenziale, forse addirittura il suo fondamento&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Barbetta P. (2010)  I Liguaggi dell&#8217;Isteria. Azimut, Mondadori</p>
<p style="text-align: justify;">Ferliga P.  (2010) Attraverso il senso di colpa  Edizioni San Paolo</p>
<p style="text-align: justify;">Fiumanò M. (2010) L&#8217;inconscio è il sociale. Bruno Mondadori</p>
<p style="text-align: justify;">Freud S. (1927) Postcritto a  Il problema dell&#8217;analisi condotta da non medici  OSF, 7, pp. 416-423.</p>
<p style="text-align: justify;">Kernberg O. (1997) incipit del discorso inaugurale al Congresso dell&#8217;International Psychoanalytic Association, Amsterdam.</p>
<p style="text-align: justify;">Recalcati M. (2007) Elogio dell&#8217;inconscio. Dodici argomenti in difesa della psicoanalisi. Bruno Mondadori.</p>
<p style="text-align: justify;">Recalcati M. (2010) L&#8217;uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.  Cortina</p>
<p style="text-align: justify;">Shedler J. (2010) The Efficacy of Psychodynamic Psychotherapy<em>. American Psychologist</em>, pp.98-109</p>
<p style="text-align: justify;">Solano L. (2001) <em>Tra Mente e Corpo: come si costruisce la Salute</em>. Raffaello Cortina Editore, Milano</p>
<p style="text-align: justify;">Westen D. (1998) The Scientific Legacy of Sigmund Freud: Toward a psychodynamically informed Psychological Science. <em>Psychological Bulletin</em>, 124, 333-371</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/freud-e-morto%e2%80%a6-ma-per-fortuna-la-psicanalisi-sta-ancora-bene/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Che &#8220;razza&#8221; di sentenza: onori e oneri del percorso di adozione</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/che-razza-di-una-sentenza-onori-e-oneri-del-percorso-di-adozione/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Cassazione]]></category>

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		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

		<category><![CDATA[Saverio Abbruzzese]]></category>

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SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>La Repubblica del 1 Giugno 2010 riporta un articolo relativo ad una sentenza che impedisce ai genitori adottivi di&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a><span style="font-weight: normal;">La Repubblica del 1 Giugno 2010 riporta un articolo relativo ad una sentenza che impedisce ai genitori adottivi di scegliere la razza dei propri figli.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo è il seguente:</p>
<p style="text-align: justify;">La Cassazione: &#8220;Niente adozioni per le coppie razziste&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La decisione si riferisce al caso di una coppia siciliana che voleva adottare solo bambini di razza europea: &#8220;Non è possibile esprimere preferenze per determinate caratteristiche genetiche&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">ROMA - Niente bambini alle coppie di aspiranti genitori che, nelle procedure delle adozioni internazionali, dichiarano davanti al giudice di volere solo minori di determinate etnie. In questi casi il magistrato, non solo non deve convalidare decreti di adozione che contengono simili esclusioni discriminatorie, ma deve mettere in discussione la capacità stessa della coppia razzista a candidarsi per l&#8217;adozione in generale. Lo ha deciso la Cassazione nella sentenza 13332 appena pubblicata e riferita al caso di una coppia siciliana che voleva adottare solo bimbi di razza europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questa decisioni viene accolto, dalle Sezioni Unite della Cassazione, il parere della Procura della Suprema Corte che, come si era appreso lo scorso 28 aprile, aveva chiesto che fossero messe al bando dal nostro ordinamento i decreti di adozione contenenti indicazioni sull&#8217;etnia dei minori. La Procura di Piazza Cavour era stata sollecitata da un esposto dell&#8217;Aibi - Associazione amici dei bambini - che da anni lotta contro i decreti razzisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi vuole solo bimbi di tipo &#8216;europeo&#8217; non può rivestire il ruolo di mamma e papà. &#8220;Il giudice - sottolinea la sentenza scritta dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio - oltre ad escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla disponibilità all&#8217;adozione in funzione dell&#8217;etnia del minore, dovrà porsi il problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità di una generale idoneità all&#8217;adozione&#8221;. In sostanza, chi pone come limite la provenienza del bimbo, non può essere genitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il principio della Corte. Il principio di diritto denunciato dalla Suprema Corte è così formulato: &#8220;Il decreto di idoneità all&#8217;adozione pronunciato dal tribunale per i minorenni ai sensi dell&#8217;art. 30 della legge n. 184 del 1983 e successive modifiche non può essere emesso sulla base dei riferimenti alla etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione della idoneità degli stessi alla adozione internazionale&#8221;. La Cassazione ricorda quattro articoli della Costituzione che sono contenuti in questo principio: l&#8217;articolo 2 sui diritti inviolabili dell&#8217;uomo; l&#8217;articolo 3 sull&#8217;uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, che si applica anche a tutela degli stranieri; gli articoli 10 e 117 che fanno riferimento &#8220;agli obblighi assunti dallo Stato italiano con la stipulazione di Convenzioni internazionali&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Formazione per le coppie. Un&#8217;attenzione particolare la Cassazione la rivolge alla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale, per guidarle verso &#8220;una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell&#8217;adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria&#8221;. Con il sostegno psicologico - aggiunge la Suprema Corte - si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere &#8220;un bimbo che non sia a propria immagine&#8221;, o le paure di quanti dicono &#8216;no&#8217; al bimbo &#8216;diverso&#8217; &#8220;per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l&#8217;integrazione del minore nell&#8217;ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Niente preferenze per &#8216;carattetristiche genetiche&#8217;. La Cassazione, dunque, in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già &#8220;profondamente tormentata&#8221; e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con &#8220;peculiari doti di sensibilità&#8221;, non ammette che le coppie possano esprimere &#8216;preferenze&#8217; per &#8220;determinate caratteristiche genetiche&#8221; del bambino che vorrebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">(01 giugno 2010)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>http://www.repubblica.it/cronaca/2010/06/01/news/adozioni_razzisti-4490023/%3Fref%3DHRER2-1</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>PARERE A CURA DEL DR. SAVERIO  ABBRUZZESE<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignright" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Adozione e diritti dei minori</p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come spesso accade, un fatto diventa notizia se i mass media se ne occupano. Altrimenti passa del tutto inosservato. Questa sentenza della Corte di cassazione ha fatto notizia perché sancisce alcuni dei diritti fondamentali del minore, di cui fra un po&#8217; ci occuperemo. Ma il problema non è nuovo. Me ne sono occupato tanti anni fa in un articolo, dal titolo &#8220;Il Vestito Nuovo&#8221;, in cui mi occupavo dell&#8217;idoneità delle coppie all&#8217;adozione, del ruolo dei servizi e dei tribunali per i minorenni.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sede mi preme sottolineare alcuni aspetti della vicenda. Ad esempio mi sembra strano che la Corte abbia espresso un parere - che era assolutamente scontato - di fronte ad una richiesta fatta da un&#8217;associazione di genitori. Strano, perché di solito avviene il contrario: queste associazioni cercano di allargare le maglie dell&#8217;idoneità, per evitare una feroce selezione nei loro confronti. Qui invece è proprio un&#8217;associazione, l&#8217;AIBI (Associazione amici dei bambini) che ha posto il problema e ha provocato questo interesse nell&#8217;opinione pubblica. Un bell&#8217;esercizio di autocritica, non c&#8217;è che dire. Oppure le associazioni sono capaci di attirare l&#8217;attenzione dei media e di conquistare i fasti della platea &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente è inammissibile che una coppia che si candida all&#8217;adozione possa esprimere delle preferenze in merito all&#8217;etnia o al colore della pelle dell&#8217;adottando, ma il problema è più ampio. Infatti, ritengo ancora più grave che in un decreto di idoneità venga scritto che una coppia sia idonea all&#8217;adozione di un bambino di &#8220;colore europeo&#8221;. Perché a questo punto dobbiamo porci un serio problema: il razzismo è solo della coppia che nel candidarsi all&#8217;adozione pone dei limiti alla sua disponibilità o anche dei magistrati, che ritengono questa coppia idonea? Né dobbiamo nasconderci che a volte anche nostri colleghi, nelle relazioni che inviano ai tribunali per i minorenni per la valutazione delle coppie, concludono scrivendo che la coppia è idonea all&#8217;adozione di un bambino &#8220;non di colore&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la verità, c&#8217;è anche chi ritiene corretto riportare i desiderata della coppia, argomentando che se non si tiene conto delle aspettative della coppia, l&#8217;adozione rischia di esitare in un fallimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà, ma a questo punto chiediamoci in che cosa consista questa &#8220;valutazione&#8221;. Se dobbiamo limitarci a riportare il desiderio della coppia, esimendoci dal confrontarlo con la realtà dei minori in stato di abbandono, allora a cosa servono i consultori e a che cosa servono gli stessi tribunali per i minorenni?</p>
<p style="text-align: justify;">Difatti, ogni tanto, emerge questa volontà di abolire i tribunali e trasformare così l&#8217;adozione in un fatto privatistico, in cui è sufficiente candidarsi, pagare ed ottenere il bambino desiderato. Sappiate che in alcune nazioni, fra cui gli USA, l&#8217;adozione si fa così.</p>
<p style="text-align: justify;">Una vergogna che nessuno si preoccupa di denunciare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma noi abbiamo delle leggi da rispettare, a cominciare dalla Carta costituzionale, che all&#8217;art. 3 recita:</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A questa dichiarazione di principi, sacrosanta, si aggiunga l&#8217;art. 1 della legge 184/83, riformata dalla legge 149/01:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell&#8217;ambito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, si etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell&#8217;ordinamento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sulla base di queste indicazioni normative, un decreto che ritenga una coppia idonea all&#8217;adozione di un bambino di razza europea è un decreto fuorilegge, direi addirittura anticostituzionale, che meriterebbe un pronunciamento non solo della Corte di Cassazione, ma della Corte Costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il problema non è solo quello della razza: mi è capitato di leggere decreti di idoneità in cui una coppia veniva ritenuta &#8220;idonea all&#8217;adozione di un bambino di etnia europea dell&#8217;età massima di un anno&#8221;. Ripeto: età massima di un anno. E l&#8217;età minima? Lasciamola alla vostra immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che quella che una volta si chiamava &#8220;domanda di adozione&#8221;, adesso si chiama &#8220;dichiarazione di disponibilità&#8221;. I tribunali ed i servizi devono valutare questa disponibilità. Ma una disponibilità così limitata può essere ritenuta compatibile con l&#8217;idoneità all&#8217;adozione? Evidentemente no. Essere disponibili ad adottare un bambino bianco che non abbia più di un anno significa che questa coppia non offre un&#8217;ampia disponibilità, ergo non è idonea. Significa che questa coppia è concentrata maggiormente sui propri bisogni piuttosto che su quelli del minore abbandonato.</p>
<p style="text-align: justify;">Provo a fare un esempio: immaginate di dover valutare uno studente agli esami di maturità e di usare come criteri di valutazione il leggere, lo scrivere e il far di conto, cioè gli stessi criteri usati una volta per la licenza elementare, trascurando di valutare cosa capisce di quello che legge, se è in grado di mettere per iscritto i sui pensieri ed i suoi vissuti e se è in grado di andare oltre le tabelline a memoria. Il paragone dell&#8217;esame non appaia azzardato: perché di questo si tratta e così viene vissuto dalle coppie. Una volta si usava il termine &#8220;selezione&#8221;, adesso abbiamo ammorbidito la forma, usando il termine &#8220;valutazione&#8221; delle coppie, ma nella sostanza si tratta sempre di un esame e di un giudizio. E sappiamo benissimo che i contesti valutativi alimentano la persecutorietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è un&#8217;altro problema da affrontare, molto più delicato, che rende questa materia ardua.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa succederà dopo la sentenza della Corte di Cassazione? Quali saranno gli effetti? Pensate che tutte le coppie capiranno il significato di questa sentenza e che pertanto la loro disponibilità diventerà più ampia, più responsabile e attenta ai bisogni del minore? È mai successo che una sentenza - o una legge - abbia cambiato il &#8220;comune sentire&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piacerebbe pensarlo. Mi piacerebbe anche pensare che una sentenza sia essa stessa un prodotto del &#8220;comune sentire&#8221; dell&#8217;opinione pubblica, ma ho paura che la mia sia soltanto una pia illusione. Credo, al contrario, che non abbiamo mai trascorso un periodo più buio in termini di intolleranza verso le minoranze; non mi riferisco solo al tradizionale razzismo, ma anche all&#8217;omofobia e alle violenze incontrollate su etnie bianche europee, dagli albanesi ai rumeni: cori negli stadi, pestaggi pubblici, linciaggi, violenze sessuali, spedizioni punitive e così via. Figuriamoci se possiamo pensare che l&#8217;opinione pubblica sia matura e pronta ad accettare la diversità.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;effetto di questa sentenza sarà un altro. Nessuna coppia sarà tanto ingenua da dichiarare una disponibilità così risicata. Anzi, ci sarà una gara di tolleranza, tutti si impegneranno a dichiarare di essere esenti da pregiudizi di qualsiasi tipo, accettando bambini di ogni razza e di magari di ogni età. Già &#8230; lo dichiareranno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dichiarare di essere disponibile, significa &#8220;esserlo&#8221;? Come valutare questa disponibilità fittizia? Come ho scritto nell&#8217;articolo allegato, le coppie che si candidano all&#8217;adozione, indossano il vestito della domenica, offrono la migliore immagine possibile, ma è appunto un&#8217;immagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo nella civiltà dell&#8217;apparire. E tutti si adeguano. Tutto sommato è relativamente facile dichiarare un&#8217;ampia disponibilità alle razze e all&#8217;età e al numero dei fratelli da adottare. Che ci vuole?</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta ottenuta l&#8217;idoneità inizia la fase decisiva del cammino verso l&#8217;adozione: l&#8217;abbinamento. Cioè la scelta del bambino. Anche se in realtà dovrebbe essere la scelta della coppia migliore per quel bambino. Ma non sono i bambini a scegliere. Sono gli enti autorizzati per le adozioni internazionali, che sottopongono alle coppie delle opzioni; chiamiamole opportunità, per usare un eufemismo. Ovviamente, se il bambino è grandicello, non si può non tener conto del suo parere, ma se è in tenera età il suo parere non è neanche esprimibile.</p>
<p style="text-align: justify;">In altri termini, la coppia sceglie al di là di quello che ha dichiarato per ottenere l&#8217;idoneità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero problema dell&#8217;adozione è questo. In realtà queste coppie andrebbero accompagnate fin dal primo momento in cui decidono di accogliere un bambino per verificare non solo il loro affiatamento, ma anche la conoscenza delle esigenze e dei bisogni del minore in stato di abbandono. Da anni sostengo che l&#8217;idoneità di una coppia va costruita, prima che valutata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi è disposto a farlo?</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, un ultimo problema: sappiate che le relazioni dei servizi in merito alla idoneità delle coppie sono - in più del 90% dei casi - positive. Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">A voi la risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Saverio Abbruzzese<a name="_ftnref"></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1"></a><strong>Saverio Abbruzzese</strong>, psicologo psicoterapeuta, criminologo clinico, è stato giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Bari e lavora come psicologo scolastico nei centri d&#8217;ascolto nei diversi ordini di scuola.<br />
Ha insegnato Neuropsichiatria infantile e Psicologia nelle scuole medie superiori ed è docente di Psicopedagogia delle differenze individuali presso la facoltà di Scienze della Formazione dell&#8217;Università di Bari.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/che-razza-di-una-sentenza-onori-e-oneri-del-percorso-di-adozione/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Mal di &#8220;Capo&#8221;: banalità e semplificazioni sul mobbing</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/se-al-lavoro-non-stai-bene-forse-e-colpa-del-tuo-capo-scopri-con-un-test-se-e-un-bravo-manager/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Alessandra Fermani]]></category>

		<category><![CDATA[Ege]]></category>

		<category><![CDATA[Guido Sarchielli]]></category>

		<category><![CDATA[mobbing]]></category>

		<category><![CDATA[Sara Ginanneschi]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Salve, sono una docente universitaria di Psicologia sociale e leggendo l&#8217;ultimo numero della rivista Vero del 14 maggio 2010&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Salve, sono una docente universitaria di Psicologia sociale e leggendo l&#8217;ultimo numero della rivista Vero del 14 maggio 2010 da pag 108 a pag. 109 ho trovato un articolo intitolato &#8220;Se al lavoro non stai</p>
<p style="text-align: justify;">bene forse è colpa del tuo capo: scopri con un test se è un bravo manager&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato di invitarvi a leggerlo e a valutarlo poiché mi sembra che tratti in maniera estremamente superficiale la questione del mobbing e le dinamiche ad esso correlate.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, la figura dello psicologo non viene presa in considerazione mentre viene citato come esperto un manager, anche se si fa esplicito riferimento ad abusi psicologici. Segnalo a seguire solo alcuni punti che mi sembrano critici:</p>
<p style="text-align: justify;">1.     L&#8217;articolo è molto centrato sui danni all&#8217;azienda e non alla persona</p>
<p style="text-align: justify;">2.     Il mobbizzato sembra che faccia il lavativo cercando riparo allo stato di malattia per non lavorare</p>
<p style="text-align: justify;">3.     L&#8217;esperto Truglia propone di attirare il cattivo leader, con la scusa di raggiungere meglio l&#8217;obiettivo, in gruppo che con un test lo valuta a 360 gradi (lo valutano i colleghi e il suo superore)</p>
<p style="text-align: justify;">4.     La sommaria distinzione in intelligenza relazionale o logica manageriale e strane concezioni di &#8220;volontà&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">5.     Si fanno sommari riferimenti a studi americani ma non si citano le fonti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ARTICOLO ORGINALE </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo compare su una rivista commerciale quindi metto a seguire alcuni passi salienti tra virgolette</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I mobbizzati in Italia sarebbero un milione e mezzo su 21 milioni di occupati, con gravi danni per le aziende oltre che per quei lavoratori che in ufficio finiscono per stressarsi e ammalarsi. Il mobbing è molto diffuso negli Stati Uniti ed è quasi sempre causato da cattivi dirigenti: un censimento del 2007 rilevava che nel 72% dei casi a fare il prepotente era il capo&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un superiore che urla strepita e fa il bullo (Come sostiene Sutton in &#8220;Testa di capo&#8221;) non fa certo il gioco dell&#8217;azienda. Grazie al suo metodo aggressivo fa venire voglia ai collaboratori di darsi malati, imboscarsi, rallentare il lavoro, fare errori volontari. Con notevoli costi per l&#8217;azienda che si ritrova a dover gestire personale scontento e spesso in malattia o cause per mobbing. Mentre un buon capo (come risulta da uno studio svedese ) riduce persino i rischi di infarto&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Truglia (Presidente Centro Formazione management del terziario) dice: &#8220;studi sull&#8217;intelligenza manageriale hanno evidenziato che esiste una intelligenza logico manageriale e una più</p>
<p>relazionale. I manager che rientrano in quest&#8217;ultima sono più avvantaggiati &#8230; per gli altri esistono corsi di formazione [...] per capire dove un manager è carente si comincia con un test a 360° in cui viene giudicato non solo dal suo diretto superiore ma anche dai colleghi, collaboratori e poi da se stesso. Una volta individuate le lacune si lavora in gruppo per aiutarlo a migliorare le capacità relazionali. [...] Siccome i manager hanno sempre poco tempo per persuaderli bisogna puntare sull&#8217;altra loro ossessione: il</p>
<p>risultato&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per facilitare la vita ai dipendenti ci sono poi i benefit che rendono più tranquillo e disponibile il lavoratore: buoni pasto, auto aziendale, cellulare, massaggi e Yoga per rilassarsi, fino al nido per i figli dei dipendenti, la piscina e il bar, dove concedersi pause rigeneranti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il tuo capo si sente tale solo perché fa la voce grossa. Non ha capito che così non giova a nessuno. Ma stai tranquilla, non tutto è perduto: buoni manager si può anche diventare. Basta volerlo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE ALESSANDRA FERMANI E SARA GINANNESCHI<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La segnalazione tratta dal settimanale &#8220;Vero&#8221; del 14 maggio 2010 è interessante perché riguarda un tema che crea costante attenzione come testimoniato dalle pubblicazioni scientifiche dedicate al fenomeno del mobbing che sono in progressivo incremento, sia in ambito psicologico (Psychinfo), sia in ambito medico (Pubmed).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;articolo la giornalista Irene Claudia Riccardi descrive il mobbing facendo ricorso anche al parere di esperti come Giuseppe Truglia, Presidente del Centro di Formazione management del terziario, e Sutton, autore del volume &#8220;Testa di capo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che forse non emerge completamente dall&#8217;articolo è certamente una vision completa del fenomeno Mobbing in tutta la sua complessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ege (2002) definisce il mobbing come una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente e in costante progressione in cui una o più persone divengono oggetto di persecuzioni da parte di uno o più aggressori in posizione subalterna, paritetica o superiore con lo scopo di causare nella vittima danni di vario tipo e gravità, e in alcuni casi per indurla al licenziamento. Il mobbizzato non si trova nella condizione di poter reagire agli attacchi accusando disturbi psicosomatici, relazionali e dell&#8217;umore invalidanti e anche permanenti. Il concetto quindi espresso nell&#8217;articolo come: &#8220;Un superiore che urla strepita e fa il bullo [...] fa venire voglia ai collaboratori di darsi malati, imboscarsi, rallentare il lavoro, fare errori volontari&#8221; non è quindi realistico; una trattazione tanto complessa viene ridotta a spiegazioni uni causali e deterministiche. Dall&#8217;articolo emergono verità parziali, non documentate e che mancano di un doveroso rigore scientifico. Anche la centratura risulta poco rispettosa del dipendente mobbizzato. La produttività è al centro della trattazione dell&#8217;articolista e, sembra quasi che la vittima di mobbing sia un lavativo che fa i capricci. Le conseguenze del mobbing sono oggettivamente ed incondizionatamente invalidanti e non vi è quindi alcuna volontà da parte del dipendente mobbizzato di arrecare danno all&#8217;azienda. Certamente conseguenze di questo tipo non possono venir mitigate da una seduta di Yoga o da un&#8217;ora in palestra, ma richiedono spesso una specifica terapia psicologica e non di rado anche una concomitante psicofarmacologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Azioni di prevenzione organizzativa del mobbing possono allora vertere su interventi di incremento di controllo dei dipendenti sulla progettazione del proprio lavoro, in termini di autonomia e discrezionalità decisoria, e sulla definizione trasparente e chiara dei ruoli. Per un&#8217;efficace diffusione del cambiamento devono essere favoriti e appresi nuovi stili di leadership <em>on the job </em>come il <em>tutoring</em>, <em>mentoring</em> o <em>coaching</em>. L&#8217;intervento sul posto di lavoro e, in special modo lo stile partecipativo di gruppo, sono alcune delle migliori forme di formazione e apprendimento sociale (Baldwin e Ford, 1988). Una maggiore sensibilizzazione di tutti i membri del gruppo lavorativo, a partire dalle aree di top management che si possono far modello per i colleghi di status meno elevato, può essere efficace nel ridurre aggressività e insoddisfazione.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altro lato una buona forma di prevenzione organizzativa potrebbe essere l&#8217;istituzione di procedure anonime e di sostegno, e l&#8217;attivazione di politiche sensibili alle esigenze personali dei lavoratori che proteggano il singolo dipendente nei casi di discriminazione e quando non conformato al pensiero gruppale. Esiste una continuità temporale e concettuale tra stress e mobbing e riteniamo che il coinvolgimento e la partecipazione siano strade utili per una reciproca comprensione sia all&#8217;azione manageriale, sia ai semplici dipendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario di quanto sostenuto dall&#8217;esperto dell&#8217;articolo: &#8220;Per capire dove un manager è carente si comincia con un test a 360° in cui viene giudicato non solo dal suo diretto superiore ma anche dai colleghi, collaboratori e poi da se stesso. Una volta individuate le lacune si lavora in gruppo per aiutarlo a migliorare le capacità relazionali. [...] Siccome i manager hanno sempre poco tempo per persuaderli bisogna puntare sull&#8217;altra loro ossessione: il risultato&#8221; tale valutazione, sia che venga dall&#8217;alto, che dal basso, deve essere un feedback condiviso che permetta la crescita del manager e del suo gruppo di lavoro e non un giudizio peraltro atto meramente al raggiungimento dell&#8217;obiettivo di una maggiore produttività.</p>
<p style="text-align: justify;">Va inoltre sottolineato, a differenza di quanto oggettivato dall&#8217;articolo di &#8220;Vero&#8221; che un capo particolarmente autoritario, anche primitivo e inappropriato non sempre vuole deliberatamene vessare i propri sottoposti. Sta, comunque, all&#8217;organizzazione, monitorare consapevolmente la propria filosofia manageriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo nemmeno la letteratura scientifica è ancora pronta a determinare in modo sicuro tutte le dinamiche del mobbing e il peso di ciascuna rispetto al fenomeno e non esiste pertanto un &#8220;test a 360°&#8221; che possa in tal senso esplicarsi chiaramente. È importante rilevare che gli strumenti attuali per valutare l&#8217;ambiente lavorativo in termini di clima e poi il mobbing in senso stretto per quanto riguarda la vittima, devono essere somministrati da esperti psicologi. Di fatto siamo nell&#8217;ambito della psicodiagnosi, che è prerogativa della categoria professionale e non può essere demandata ai manager, qualunque sia il loro grado di esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE DEL PROF. GUIDO SARCHIELLI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Effettivamente l&#8217;articolo risulta molto superficiale e in certi punti risulta confusivo. E&#8217; probabile che la natura della rivista richieda qualche semplificazione terminologica, tuttavia dovrebbe essere salvaguardata la serietà dei contenuti che si intendono trasmettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti:</p>
<p style="text-align: justify;">a)     si fa riferimento a uno studio ISPSEL del 2004 che, pur essendo stato utile, risulta oggi poco informativo. Non è solo la distanza di alcuni anni che rende quelle informazioni poco adeguate bensì la consapevolezza, ora più forte che nel passato, di dovere approfondire, ad esempio, le numerose differenze di settore lavorativo, di profilo professionale, di mansione, di livello di sindacalizzazione, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">b)    Dopo questo spunto iniziale l&#8217;articolo, in realtà, si concentra su caratteristiche del capo (buono o cattivo che sia) che hanno rilievo per molti effetti della vita lavorativa e non solamente per l&#8217;eventuale genesi del mobbing.</p>
<p style="text-align: justify;">c)     Nel complesso risulta una concezione del mobbing assai parziale. La letteratura scientifica sottolinea la genesi multifattoriale di questo fenomeno e dei suoi effetti, con la compresenza sia di fattori personali (del mobber e del mobbizzato) sia di fattori situazionali. Per altro, il <em>mobbing </em>non è uno stato, ma un processo dinamico che si sviluppa e chiama in causa le strategie di coping delle persone. Anche le conseguenze sull&#8217;equilibrio emozionale e sulla salute non sono così automatiche ma evolvono con un diverso prevalere sintomatologico a seconda delle persone (delle loro risorse psicologiche e dei fattori protettivi personali e situazionali. In alcuni casi possono riacutizzarsi anche patologie precedentemente accusate). Tutto ciò comporta una particolare attenzione alla fase diagnostica (anche per evidenti ragioni medico legali).</p>
<p style="text-align: justify;">d)    Il punto più critico concerne la proposta (ormai purtroppo assai comune sulla stampa) di una serie di 9 domande - spacciate almeno nel titolo come &#8220;test&#8221; - con le quali si dovrebbero &#8220;misurare&#8221; degli atteggiamenti. A parte la dose elevata di superficialità e di puro senso comune che prevale in tali domande, sarebbe necessario (come avviene in genere per le indagini demoscopiche) pretendere che quando si usa il termine test si citino le fonti da cui sono tratte le indicazioni relative a strumenti di misura.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">BIBLIOGRAFIA</p>
<p style="text-align: justify;">Buzzi, F., Vanini, M. (2006). Guida alla valutazione psichiatrica e medicolegale del danno biologico di natura psichica. Giuffrè editore.</p>
<p style="text-align: justify;">De Falco, G., Messineo, A., Vescuso, S. (2008). Stress da lavoro e mobbing. EPC Libri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ege, H. (2002). Mobbing. New perspectives and results from an italian investigation. Bologna: Pitagora</p>
<p style="text-align: justify;">Favretto, G. (2005). Le forme del mobbing, cause e conseguenze di dinamiche organizzative disfunzionali. Milano:  Raffaello Cortina.</p>
<p style="text-align: justify;">Gulotta, G. (2002). Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico. Giuffrè editore.</p>
<p style="text-align: justify;">Tajfel, H. (1981). Human Groups and Social Categories. Studies in Social Psychology. Cambridge: Cambridge University Press.</p>
<p style="text-align: justify;">Tajfel, H. &amp; Turner, J. C. (1979). &#8220;An Integrative Theory of Intergroup Conflict&#8221;. W.G. Austin, S. Worchel. The Social Psychology of Intergroup Relations. Monterey: Brooks-Cole, 33-47.</p>
<p style="text-align: justify;">Baldwin, T. T. &amp; Ford, J. K. (1988). Transfer of training: A review and directions for future research. Personnel Psychology, 41(1), 63-105.</p>
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]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Grafologia: diagnosi Prêt-à-Porter</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/grafologia-diagnosi-pret-a-porter/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/grafologia-diagnosi-pret-a-porter/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Grafologia]]></category>

		<category><![CDATA[Lorita Tinelli]]></category>

		<category><![CDATA[Studio Aperto]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Cari colleghi, vi invito a guardare il servizio che Studio Aperto, il tg di Italia Uno, ha mandato in&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Cari colleghi, vi invito a guardare il servizio che Studio Aperto, il tg di Italia Uno, ha mandato in onda pochi giorni fa. L&#8217;argomento è: &#8220;I graffiti sui muri rivelano la personalità di chi li ha tracciati&#8221;. Per dimostrarlo interpellano una grafologa che si lancia in una serie spericolata di diagnosi di personalità commettendo il classico errore che qualsiasi studentello al primo anno di Psicologia sa essere il più grave possibile: &#8220;a questo segno, certamente questo tratto di carattere&#8221;. Vediamo quindi la grafologa lanciarsi in una specie di bignami della psicodiagnostica, elencando per ogni tratto grafico il significato corrispondente e giungendo quindi a conclusioni certe sulla personalità di chi ha fatto quella scritta, senza sapere nulla di più di lui o lei. Per non parlare della originalità di siffatte &#8220;diagnosi&#8221; (incredibile: chi fa i graffiti secondo la Nostra ce l&#8217;ha con la società in cui non si riconosce). Sono anche abbastanza perplessa dal fatto che questa persona, oltre a non avere alcuna idea di quanta maggior cautela serva per risalire dai singoli segni alla personalità nel suo insieme, faccia diagnosi di personalità non solo senza averne evidentemente troppa cognizione ma anche senza poterlo fare: non risulta infatti nell&#8217;albo degli psicologi. E forse è meglio così, sarei ben più incredula se a fare tutto questo fosse uno psicologo legalmente abilitato. Saluti a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>http://www.video.mediaset.it/video/studioaperto/edizione_servizio/165969/la-grafologia-interpreta-i-graffiti.html</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Silvia Bianconcini</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le diagnosi da banco</p>
<p style="text-align: justify;">La grafologia rientra nel vasto territorio delle scienze umane. Essa si propone l&#8217;obiettivo di analizzare un prodotto grafico, dallo scarabocchio al disegno e alla scrittura, mediante una serie di tecniche di misurazione e valutazione del tracciato, del suo dinamismo e del contesto grafico in cui si muove, al fine di avere un profilo di personalità dello scrivente dal punto di vista della intelligenza (apprendimento, attenzione, memoria, &#8230;) e dell&#8217;aspetto affettivo (energia vitale, strategie di difesa, capacità relazionali, mondo dei sentimenti, &#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza l&#8217;analisi grafologica non vede la scrittura in senso statico ed estetico, ma in un dinamismo di elementi che caratterizzano il tracciato che la penna lascia su un foglio di carta, come una sorta di encelografia. Le curve, gli angoli, gli arretramenti, i ricci &#8230; sono tutti simboli che assumono un significato in base alla loro interazione reciproca. Tali elementi vanno misurati, singolarmente, vanno osservati nella loro singolarità e nel loro insieme. Non solo, ma anche i più piccoli gesti, punteggiature, puntini di sospensione, pressione, velocità sono degli elementi che di volta in volta caricano di ulteriori significati lo scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti l&#8217;analisi della sola forma delle lettere non favorisce alcuna conoscenza dello scrivente, in quanto essa è l&#8217;aspetto più facilmente imitabile di una scrittura. Il tratto, il movimento, la velocità, gli spazi, la dimensione, la continuità, l&#8217;inclinazione, la traiettoria del rigo etc etc offrono dei contenuti di maggiore importanza nella conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per una buona valutazione è quindi necessario possedere un numero sufficientemente importante di documenti relativi allo stesso soggetto.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia esistono diverse scuole di Grafologia, più o meno riconosciute, in cui gli studenti ricevono attestati o diplomi come Consulente Grafologo. Le scuole prevedono corsi di pochi mesi o anche di anni con piani di studi più o meno strutturati e che prevedono materie di insegnamento quali la psicologia, la pedagogia, l&#8217;epistemologia e la neurofisiologia, oltre che la storia della grafologia nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non esiste ancora oggi un albo univoco e riconosciuto che racchiuda i consulenti grafologi, ma esistono delle associazioni alle quali diplomati decidono liberamente di aderire o meno, pagando una quota annuale. L&#8217;AGP (associazione di grafologi professionisti) sta organizzandosi da tempo, per esempio, secondo una struttura simile ad un ordine professionale, con un esame di stato annuale prima dell&#8217;iscrizione ad un elenco di professionisti grafologi.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa AGP ha redatto un codice deontologico al quale i consulenti grafologi devono attenersi.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di questi articoli (n.1 Funzioni e competenza) recita per la precisione: <em>il grafologo si deve astenere dal fare diagnosi in settori riservati al campo della medicina, della psichiatria e della psicologia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La grafologia ha quindi una sua storia, per esempio si suole riportare la nascita della grafologia giudiziaria negli ultimi anni del 1800, è da tempo riconosciuta nell&#8217;ambito giuridico, dove sono predisposti albi specifici per i periti grafologi, ma la sua nascita come ‘scienza&#8217;, organizzata secondo una metodologia verificabile e verificata è relativamente recente. Anche le scuole che se ne occupano partono ancora da presupposti teorici differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi la grafologia ha delle basi scientifiche riconosciute, purchè utilizzata nel rispetto delle sue regole e dei suoi limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">La professionalità del consulente grafologo quindi, dipende molto dalla sua formazione scolastica. Frequentare un corso di grafologia senza avere una buona formazione nel settore della psicologia, favorisce molto spesso la pretesa di possedere uno strumento unico e inequivocabilmente perfetto per lanciarsi in affermazioni sullo stato di salute fisica o psicologia dello scrivente.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attività di valutazione dei simboli grafici richiede quindi professionalità e senso di responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel filmato segnalato dalla nostra lettrice si possono evidenziare due appunti sostanziali, che rischiano di far cadere la grafologia in una sorta di psicologia da banco, se non peggio in una disciplina magico-esoterica:</p>
<p style="text-align: justify;">1) il primo relativamente alle regole di analisi grafologica in base alle quali per poter ricostruire un profilo di personalità non è sufficiente l&#8217;analisi di un singolo elemento grafico. Né tanto meno è possibile  definire, in base al singolo segno, l&#8217;appartenenza di un individuo ad una precisa categoria.</p>
<p style="text-align: justify;">2) il secondo relativamente al limite. La grafologia può aiutare a definire un profilo di personalità di un individuo (capacità a socializzare o meno, capacità riflessiva, gestione dell&#8217;emotività, &#8230;) ma non può spingersi in diagnosi di disagi o problematiche di tipo psicologico. Quindi, essendo in grande affinità con la psicologia,  può diventare un utile strumento di supporto alla diagnosi, ma solo se utilizzato da e con psicologi, che riescono a valutare gli elementi suggeriti dalla grafologia e dal grafologo nel complesso di un quadro di conoscenze più completo.</p>
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		<title>Le psicosette e l&#8217;illusione della felicità</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/05/22/titolo/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/05/22/titolo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 22 May 2010 09:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Lorita Tinelli]]></category>

		<category><![CDATA[Psicosette]]></category>

		<category><![CDATA[TG2]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Lunedì sera (22-03-2010) nella rubrica di approfondimento del TG2 Punto di Vista si Parla di Danilo Speranza sotto accusa&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Lunedì sera (22-03-2010) nella rubrica di approfondimento del TG2 Punto di Vista si Parla di Danilo Speranza sotto accusa come leader &#8220;santone&#8221; di una Setta Romana, viene chiamato in causa un gruppo di psicologi di cui il sedicente guru amava circondarsi, come si vede:</p>
<p style="text-align: justify;">http://www.tg2.rai.it/dl/tg2/RUBRICHE/PublishingBlock-8e127f76-7fef-43f0-88c3-ae63a8f37568.html. Sarebbe necessario un approfondimento e anche un chiarimento da parte degli strumenti di controllo ordinistici. In trasmissione si parla di schiavitù psicologica ma non c&#8217;è nessuno psicologo che possa discutere di questi argomenti, è presente invece Don Aldo Bonaiuto che sicuramente conosce i fatti in oggetto ma nel contempo si pone in alternativa con un serio approfondimento psicologico professionale. Infatti vengono spiegate le vulnerabilità psicologiche e le dinamiche interpersonali con un generico malcostume sociale e bisogno d&#8217;amore e &#8220;la crisi&#8221;. Quando viene intervistata una ex adepta vengono chiamati in causa insieme a politici e assessori, un gruppo di psicologi dicendo: &#8220;psicologi sopratutto, questa è una cosa importante, perché lui amava circondarsi di psicologi&#8221;. Verrà precisato che questi psicologi facevano parte della setta. Don Aldo sottolineerà in seguito che questi criminali posseggono tecniche di &#8220;manipolazione mentale&#8221; in seguito si parlerà si &#8220;sette- e psico-sette&#8221; che spingono gli adepti verso il suicidio. Si parlerà quindi di &#8220;Psico-sette&#8221; proprio perché al servizio di questo santone lavoravano figure professionali chiaramente definite come psicologi. Il nucleo del problema è infatti &#8220;l&#8217;assoggettamento mentale&#8221; ma non vien in nessun modo esplorato. Suppongo che, anziché demonizzare la figura dello psicologo, sarebbe stato più utile invitarne uno in trasmissione. In seguito ci sarà un rimando al nuovo libro di Don Aldo Bonaiuto oggi in libreria. Così che il mondo delle psico-sette viene collegato al satanismo, come si evince dal titolo del libro. Il gioco è fatto: Cattivi psicologi al servizio del demonio. Sono un po&#8217; preoccupato&#8230; Daniele (psicologo).</p>
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<p><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"></a>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1998 il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero degli interni descrisse nel modo seguente le ‘psicosette&#8217;:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>I movimenti per lo sviluppo del potenziale umano, ovvero le cosiddette psicosette, rappresentano una novità tutta occidentale ove intuizioni psicoanalitiche, proposizioni morali, metodologie pretenziosamente scientifiche, rivelazioni iniziatiche e pratiche &#8220;liturgiche&#8221; si condensano in esperienze di carattere filosofico-religioso, che prescindono nella maggior parte dei casi dalla credenze di un Essere Supremo e da speculazioni escatologiche. Il comune denominatore di queste aggregazioni, diffuse per lo più sottoforma di centri psicoterapici, istituti di ricerca e scuole di formazione, è il proposito di aiutare l&#8217;uomo a scoprire il &#8220;Sé profondo&#8221; e a sfruttare appieno le proprie potenzialità inespresse, raggiungendo uno stato di equilibrio psichico e di efficienza fisica che gli consenta di liberarsi per sempre dai condizionamenti mentali, dalle malattie e dalle infelicità. Il più delle volte, per ottenere il risultato previsto, è richiesta la frequentazione di appositi &#8220;corsi&#8221; a pagamento (piuttosto onerosi) o addirittura la devoluzione di tutti i propri beni al gruppo ed un impegno a tempo pieno nelle attività dallo stesso organizzate.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sono comunemente ritenute le sette più pericolose e capaci di operare una &#8220;destrutturazione mentale&#8221; negli adepti, conducendoli spesso alla follia e alla rovina economica: per cui sono anche spesso definite &#8220;culti distruttivi&#8221; (pp.  43-44)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tali movimenti hanno trovato terreno fertile nel nostro Paese, in particolar modo negli ultimi trent&#8217;anni, grazie al diffondersi e all&#8217;affermarsi di una nuova cultura che ha posto la dimensione individuale in una forma esasperata e prioritaria.  Tale nuova cultura ha prodotto enormi cambiamenti anche nell&#8217;approccio verso la medicina ufficiale, affiancata ora da una naturale, olistica e meno aggressiva, più propensa a ricercare origini e cause delle malattie nell&#8217;ambiente e nel contesto relazionale e anamnestico del soggetto e soprattutto nella sua psiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso  Jean Vernette, studioso di nuove religioni, nel suo libro <em>New Age</em> (Ed. Paoline, Milano 1992), afferma quanto segue:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>E stupefacente il cambiamento di paradigma operato dal NEW AGE soprattutto in materia di terapie e di tecniche di guarigione. Ai nostri giorni sono sempre più numerosi i medici e i gruppi di intervento terapeutico che fanno appello all&#8217;approccio olistico, alla medicina naturale e ai metodi di sviluppo del potenziale umano</em>» <a title="Le psicosette di Maurizio Antonello " href="http://www.gris-imola.it/psicosette/psicosette_psicologo.php#_2_">(p. 78)</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche alcune branche della psicologia hanno offerto un notevole contributo alle ideologie di riferimento di  queste organizzazioni, in particolar modo  la psicologia umanista o dell&#8217;autorealizzazione.  Questa infatti è considerata una &#8220;mentalità e un atteggiamento di vita&#8221;  (cit. Alessandro Manenti nella prefazione all&#8217;edizione italiana del libro di Paul Vitz <em>Psicologia e culto di sé</em>), con un senso comune nella rivalutazione della positività della natura umana e dei &#8220;grandi traguardi riservati al potenziale umano&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora Manenti afferma:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>All&#8217;interno di questo modello si possono distinguere due versioni. Nella </em><em>versione dell&#8217;attualizzazione, questa forza di base è la tendenza ad esprimere sempre meglio le capacità e potenzialità che già l&#8217;individuo possiede. Rientrano qui: Cari Rogers, Kurt Goldstein e Abraham Maslow. Nella versione della perfezione  la forza è piuttosto la tendenza a lottare e combattere per dare corpo a ciò che può rendere la vita completa, armonica, eccellente, forse anche compensando le carenze di partenza. Rientrano qui: Alfred Adier, Robert R. White, Gordon Allport, Erich Fromm e la psicologia esistenziale (ad es. Rollo May). La versione dell&#8217;attualizzazione è umanista, quella della perfezione è idealista. Nella prima la persona deve diventare ciò che già è, nella seconda, persegue dei significati che inventa (&#8230;)</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">E continua:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;&#8230;la psicologia umanista incoraggia il culto dell&#8217;uomo per se stesso, il proprio io o (&#8230;) il proprio sè (dall&#8217;inglese Self). E una psicologia «selfista», dove il sè e le sue esperienze sono il valore sommo e l&#8217;oggetto delle sue devozioni ultime: elementi che costituiscono per definizione le caratteristiche del culto religioso. Questa psicologia è diventata una nuova religione, con i suoi profeti ed i suoi nuovi riti&#8221; </em>(In P. Vitz, <em>Psicologia e culto di sé</em>, ed. Devoniane, Bologna 1987, pp. 6-8).</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte è chiaro che ogni atteggiamento o idea in sé anche positiva e, magari, terapeutica, portata agli estremi, decontestualizzata o utilizzata in modo improprio ed alterato, può avviarsi facilmente ad ottenere effetti opposti e patologici. E&#8217; evidente, quindi, che la condanna non può vertere sulla maggiore attenzione che nel tempo si è dato anche al Sé e alla propria realizzazione personale, che anzi può aiutare molte persone che, invece, distorcono la propria espressione per piegarla alle aspettative altrui, esibendo &#8220;falsi sé&#8221;, dipendenze patologiche, paure dell&#8217;abbandono e quant&#8217;altro; bensì sull&#8217;uso distorto, estremizzato - e in quanto tale alterato - e decisamente non etico che qualcuno, fra cui talvolta anche gli psicologi, come la cronaca ci insegna, può farne. In questi casi si rimane certamente fuori da un approccio scientifico, corretto e deontologico della psicologia e dei suoi mezzi. Le motivazioni per cui colleghi formati all&#8217;aiuto distorcano i loro obiettivi fino ad arrivare al suo contrario possono essere i più diversi e non è questo l&#8217;ambito della trattazione. Ma in questi casi, è evidente che gli stessi condividano certe finalità e obiettivi delle psicosette a cui appartengono, ritenendoli in perfetta armonia con il proprio bagaglio scolastico-culturale. Questa propensione, già gravissima di per sé, diventa ancora più pericolosa se si considera che qualsiasi professionista della salute con la sua sola presenza e con i titoli posseduti garantisce credibilità della setta agli occhi della collettività. Sapere che in un dato gruppo vi sono anche psicologi significa che il mondo accademico e istituzionale riconosce valido quel gruppo. Poco importa se le prassi interne e poco conosciute del gruppo stesso non siano in armonia con i criteri della scientificità e del rispetto dell&#8217;essere umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Tecniche quali il training autogeno, lo yoga, il reiki, l&#8217;iperventilazione &#8230;. vengono mescolate in un sincretismo di esperienze di condivisione collettiva, di spiritualità, di forte impatto emotivo. Nella maggior parte dei casi, chi agisce in tal senso non è lo psicologo del gruppo, ma una persona che non ha alcuna formazione né nel campo della psicologia né in quello della medicina. Gli psicologi compiacenti fanno da supporter e da sponsor. In altri casi sono gli stessi psicologi a utilizzare kundalini, varie tecniche di meditazione assieme a tecniche acquisite durante il percorso formativo. Una sorta di &#8220;sperimentazione&#8221; per una migliore conoscenza dell&#8217;animo umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo, tali organizzazioni, che si presentano come Centri formativi, Gruppi di spiritualità, Centri di Consulenza &#8230;. spesso e volentieri si convenzionano con istituzioni di carattere sanitario o anche con università, al fine di formare personalmente i nuovi laureati per poi inserirli nelle proprie fila.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso gruppo di Danilo Speranza, Re Maya, pare avesse una convenzione con l&#8217;Università La Sapienza di Roma per tirocini per neo laureati in psicologia, che si svolgevano ne la Casa Famiglia Re Maya sin dal 1994. In questi specifici casi non si può certamente non condannare tali istituzioni nella loro scarsa attenzione alle strutture che convenzionano, anche se certamente non sempre è facile distinguere chi svolge attività antiscientifiche, perché il più delle volte saranno mascherate in modo da non destare troppi sospetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, solo quando la cronaca ce ne rimanda le reali fattezze siamo pronti a chiederci chi se ne sarebbe dovuto occupare e perché non è mai stato fatto nulla. E soprattutto gli ordini che tipo di attività svolgono nel tutelare la professione da esperienze di questo genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente ritengo che una grande responsabilità nella tutela della nostra professione e dell&#8217;utenza ci riguardi di prima mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro codice deontologico ci indica una via. In particolar modo l&#8217;art. 8  che  recita quanto segue:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Lo psicologo contrasta l&#8217;esercizio abusivo della professione come definita dagli articoli 1 e 3 della Legge 18 febbraio 1989, n. 56, e segnala al Consiglio dell&#8217;Ordine i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parimenti, utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive</em>.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il criminologo: chi era costui?</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 09:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Criminologo]]></category>

		<category><![CDATA[Isabella Merzagora Betsos]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>In televisione si vedono persone che si spacciano per CRIMINOLOGI e danno pareri in trasmissioni, l&#8217;albo vieta espressamente di&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>In televisione si vedono persone che si spacciano per CRIMINOLOGI e danno pareri in trasmissioni, l&#8217;albo vieta espressamente di farsi pubblicità con titoli non risconosciuti dallo stato. In Italia la professione di criminologo NON esiste. Non esiste un Ordine dei Criminologi, ma solo una Società Italiana che li raccoglie. Spesso accade di vedere in televisione qualcuno definito tale, ma la professione di costui è sempre un&#8217;altra. La criminologia è una scienza onnicomprensiva che, nella realtà di una figura professionale, si basa su conoscenze regresse in qualche ambito specifico. In poche parole, non esiste nessun criminologo: esistono lo psichiatra, lo psicologo, il tossicologo, il grafologo (tanto per citarne alcuni) che si occupano di applicazioni in ambito criminale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE A CURA DELLA DR.SSA ISABELLA MERZAGORA BETSOS</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella del criminologo non è una professione tutelata, non esistono un Albo, un Ordine Professionale, un Codice Deontologico o una Commissione Deontologica. E questo -concordo con chi scrive- è certamente un guaio perché in questo modo non pochi improvvisati, quando non ciarlatani, sedicenti esperti possono fregiarsi del titolo e dire asinerie le più varie, tanto più contando sul fatto che la materia è di moda (salvo non sapere neppure esattamente cosa sia, e confonderla con la cronaca nera).</p>
<p style="text-align: justify;">I criminologi però esistono, perché esistono -o meglio: esistevano- Scuole di Specialità, e ancor oggi esistono Master, Corsi di Perfezionamento, Dottorati di Ricerca e quant&#8217;altro. In questo senso, quindi, nulla di diverso dai grafologi o dai tossicologi, i quali non hanno titolo di Specialista in senso proprio o Lauree ad hoc.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto esiste un corpo di conoscenze serio, strutturato, di lunga e fondata tradizione, che in genere poco ha a che spartire con gli effetti speciali di taluni dei pseudo-esperti mediatici, nei confronti dei quali i criminologi perbene sono i primi ad essere lievemente irritati (è un eufemismo). Per ovvi motivi non farò citazioni bibliografiche precise, ma vi sono pure molti e pregevoli Manuali, si fanno convegni, e sul sito della Società Italiana di Criminologia (<a href="http://www.criminologiaitaliana.it">www.criminologiaitaliana.it</a>) si trovano le notizie che possono servire a chi voglia saperne di più.</p>
<p style="text-align: justify;">La professione poi è &#8220;di nicchia&#8221; ma esiste, ed è persino riconosciuta dalla legge, in particolare dall&#8217;art. 80 dell&#8217;Ordinamento Penitenziario. I criminologi sono inoltre presenti come &#8220;esperti&#8221; presso il Tribunale della Sorveglianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che l&#8217;Albo degli Psicologi impedisca di farsi pubblicità con titoli non riconosciuti è dunque inapplicabile; naturalmente se chi si qualifica come criminologo ha effettivamente seguito corsi specifici. Occorrerà piuttosto verificare che non si tratti di millantato credito, reso purtroppo più facile proprio dall&#8217;attuale mancanza di tutela del titolo e della professionalità, o addirittura che non si sia in presenza di un escamotage per coprire la carenza di qualsiasi titolo e preparazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;attività forense, certo essere &#8220;solo&#8221; criminologi non abilita ad effettuare perizie sull&#8217;imputabilità o sulla circonvenzione di incapace o sull&#8217;affidamento dei figli, per fare qualche esempio, ma, sempre per esempio, potrebbe essere titolo per la valutazione sull&#8217;idoneità a fruire di misure alternative alla detenzione, problema appunto squisitamente criminologico. Aggiungerei che comunque chi opera in ambito peritale penale sarebbe bene avesse anche una preparazione criminologica, e non solo psicologica o psichiatrica, poiché il lavoro forense ha particolarità di metodo e di competenze che non possono essere ignorate.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/comitato-di-esperti/">Isabella Merzagora Betsos</a></p>
<p style="text-align: justify;">Professore di Criminologia, Sezione di Medicina Legale, Università degli Studi di Milano</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>L’esperienza del parto e la “libertà di soffrire”, fra scienza e mitologia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 09:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Anna Barracco; Carla Putzu]]></category>

		<category><![CDATA[Epidurale]]></category>

		<category><![CDATA[Luigi Barracco]]></category>

		<category><![CDATA[Parto]]></category>

		<category><![CDATA[Sara Ginanneschi]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE

<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Buongiorno, sono una psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo e comportamentale, ma soprattutto, in questo momento della mia vita,&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Buongiorno, sono una psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo e comportamentale, ma soprattutto, in questo momento della mia vita, sono una donna al 9° mese di gravidanza, prossima al parto, e, in questi giorni mi sono imbattuta in un articolo, pubblicato in rete, che riferisce degli effetti collaterali della tecnica di analgesia epidurale durante il travaglio di parto.In questa sede vorrei riportare il passo che parla degli aspetti psicologici, perchè mi ha lasciata molto perplessa come l&#8217;autore, un signore che di professione fa l&#8217;ostetrico, parli delle implicazioni psicologiche del parto, con tanta sicurezza e senza citare alcuna fonte o dato di eventuali studi che supportino le sue dichiarazioni, che vengono, nel suo sito date per verità sacrosante. Ora, mi piacerebbe avere un confronto con persone qualificate ed esperte in materia, che possano darmi la loro opinione in merito, ritenendo personalmente queste dichiarazioni prive di ogni fondamento, fino a prova contraria. Il brano è tratto da un articolo, di cui voglio allegare il link, in modo che, chi volesse, possa leggerlo nella sua interezza. Lo stesso articolo è poi riportato in un altro sito Internet, sempre ad opera dello stesso signore, di cui riporterò il link. Concludo, esprimendo il mio disappunto rispetto a questa scelta, in quanto nella pagina del sito (Mammole.it, che dovrebbe costituire fonte di informazione per gestanti) non compaiono notizie, letture o posizioni alternative a quella citata, tali da permettere un confronto tra posizioni differenti e operare una scelta consapevole per il proprio piano di parto. Qui sotto il brano tratto dall&#8217;articolo: &#8220;&#8230;Ritornando all&#8217;applicazione nel corso del travaglio e parto, rileviamo come frequentemente sia sottaciuta l&#8217;implicazione psicologica della tecnica. L&#8217;analgesia infatti, non permette alla donna di sviluppare per intero il processo psicofisico della procreazione. La psicologia ha messo in evidenza come l&#8217;accettazione della separazione dal proprio figlio &#8220;fantastico&#8221;, è la condizione necessaria per poter accogliere il figlio reale, e ciò è permesso dall&#8217;esperienza del travaglio. Questo processo di accettazione determina la successiva partecipazione attiva materna (le spinte in espulsivo). Il dolore ha pertanto un importante ruolo nell&#8217;esperienza del parto, il disconoscerlo o addirittura ritenerlo superfluo, testimonia una scarsa attenzione alle dinamiche umane. Tale atteggiamento evidenza inoltre l&#8217;approccio arrogante della tecnica, irrispettosa dei fisiologici travagli umani, quest&#8217;ultimi caratterizzati anche dalle fisiologiche debolezze e dalle difficoltà dell&#8217;animo. Anziché sostenere, supportare e rendere evidente l&#8217;importanza del ruolo materno, si preferisce ripercorrere vecchie strade del passato già a suo tempo abbandonate: l&#8217;analgesia nel corso del travaglio e parto.&#8221; tratto da:http://www.mammole.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=123&amp;Itemid=68 http://www.epidurale.it/ Nel ringraziare per la cortese attenzione, saluto cordialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a><strong>PARERE DELL&#8217;ESPERTO DR. LUIGI BARRACCO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rispondere in poche righe ad un argomento così complesso non è facile ma ci proverò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho una grande esperienza di analgesia peridurale (faccio il ginecologo da oltre trent&#8217;anni) perché mi sono formato con l&#8217;équipe di anestesisti che tra i primi hanno introdotto la tecnica in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle varie mail che leggo sul sito &#8221; mammole&#8221; vedo che si tende a confondere vari aspetti della questione e che per fare chiarezza bisogna assolutamente separare gli argomenti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1) facciamo attenzione ad affermare che ciò che consideriamo &#8220;naturale&#8221; sia necessariamente &#8221; buono&#8221;. La natura è spesso matrigna: trattare il parto con i moderni metodi di sorveglianza ha consentito di incidere fortemente sulla mortalità materna e fetale, ma questo, che è un grande risultato, è tutto fuorché &#8220;naturale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; giusta invece è la necessità di trattare la gravidanza ed il parto  come eventi naturali (fisiologici) : potenzialmente pericolosi e perciò da sorvegliare con attenzione, ma senza considerarli malattia; cerchiamo cioè di consentire ai genitori di avere una completa partecipazione emotiva e psicologica alla nascita del proprio figlio, ma evitiamo di correre i tanti potenziali rischi legati all&#8217;evento (per dirla con le parole di un mio maestro, non il parto a casa ma la casa in Ospedale).</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, non mi sembra giusto parlare di parto naturale o non naturale: parliamo di parto spontaneo o Taglio Cesareo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">2) In fisiologia il dolore è certamente finalizzato (ha una sua utilità). Immaginiamo cosa succederebbe in assenza del dolore con un solo esempio: metto una mano sul fuoco e non mi brucio, non ho dolore: non ritiro la mano e la perdo. Fortuna che esiste il dolore!</p>
<p style="text-align: justify;">Qualunque ginecologo esperto sa che non bisogna mai associare i termini &#8220;contrazione&#8221; e &#8220;dolore&#8221;: infatti le contrazioni non sono associate obbligatoriamente al dolore. Nell&#8217;esperienza di ogni ginecologo c&#8217;è il caso della partoriente che si attarda a casa nel dubbio che le contrazioni siano o no travaglio, e quando si decidono ad andare, se non partoriscono in macchina, lo fanno pochi minuti dopo l&#8217;ingresso in ospedale. Sarebbero probabilmente i parti migliori se non ci fossero tutte le ansie legate ad un evento ritenuto eccezionale. Ma che fine ha fatto il &#8220;dolore&#8221; in questi casi?</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; chiaro che l&#8217;ultimissima fase, quella espulsiva, è sempre accompagnata dal dolore dovuto alla distensione dei tessuti, come è inutile negare che gran parte dei travagli siano da un certo punto in poi accompagnati dal dolore, ma da qui a sostenere che questo dolore sia &#8220;necessario&#8221; (finalizzato) alla salvaguardia del benessere psicologico nel rapporto madre-figlio ce ne corre.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiarisco con due esempi: avevo uno zio che raccontava con orgoglio di essersi sottoposto all&#8217;asportazione delle tonsille senza nessuna anestesia, come allora evidentemente usava in quelle situazioni (era militare in tempo di guerra), senza peraltro aver emesso un solo lamento. Da come lo raccontava, immagino che l&#8217;episodio lo abbia fatto sentire un &#8221; vero uomo&#8221;, accrescendo la sua autoconsiderazione. Ma noi, oggi, potremmo consigliare l&#8217;abolizione dell&#8217;anestesia nella asportazione delle tonsille perché questo farebbe &#8220;consolidare&#8221; il carattere dei nostri figli? Follia!</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo esempio: ormai, nei paesi occidentali, oltre un terzo dei parti avviene con taglio cesareo, e la percentuale è in continua crescita. Se il dolore del parto fosse finalizzato al rapporto madre - figlio, <span style="text-decoration: underline;">almeno</span> un bambino su tre dovrebbe attualmente avere gravi &#8221; disturbi relazionali&#8221; con la sua mamma a causa di ciò, e questo è palesemente falso. Sostenere questa tesi, oltre che un falso, è anche assurdo perché induce a ritenere che le mamme che non potranno partorire spontaneamente per un qualsiasi motivo (e partoriranno con il cesareo), non avranno una normale relazione con il proprio bambino. Non scherziamo per favore!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se dunque la finalizzazione biologica del dolore nel travaglio non riguarda il benessere psicologico della mamma e del suo bambino, e noi abbiamo la capacità di eliminare il dolore nel travaglio, perché non dovremmo farlo?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">3) Nella mia struttura si conducono da qualche anno in collaborazione con un&#8217;équipe di psicologi  studi sulla depressione post -partum. <span style="text-decoration: underline;">Non esiste alcuna</span> <span style="text-decoration: underline;">correlazione tra analgesia epidurale al parto e depressione post partum</span> (circa il 98% delle nostre pazienti si avvalgono dell&#8217;epidurale). E&#8217; semplicemente un falso.</p>
<p style="text-align: justify;">Identico discorso per quanto riguarda l&#8217;allattamento al seno: nessuna evidenza di interferenza tra allattamento ed epidurale. Ma allora, di che stiamo parlando?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">4) L&#8217;epidurale. Per poter giudicare l&#8217;opportunità dell&#8217;uso dell&#8217;epidurale nel travaglio bisogna sapere di cosa si parla. Il nostro sistema nervoso (semplifico al massimo) è fatto in modo tale per cui un diverso tipo di fibre nervose trasmette un diverso segnale: alcune trasmettono gli impulsi motori (ci consentono di muoverci), alcune trasmettono le sensazioni (per esempio tattili, ma anche il riflesso di spinta, la &#8221; voglia di spingere nell&#8217;ultima fase del parto), alcune trasmettono la sensazione del dolore. Molto semplicemente, in estrema sintesi, l&#8217;epidurale è un tipo di analgesia (e non di anestesia) che sopprime selettivamente <span style="text-decoration: underline;">solo</span> la trasmissione del dolore. Tecnicamente questo è possibile, ed è esattamente quello che avviene. Durante un travaglio in epidurale, si conserva la completa capacità di muoversi e la completa  sensibilità; semplicemente, non si sente il dolore. E con questa metodica le sale travaglio sono state rivoluzionate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, nei circa trent&#8217;anni di sviluppo di questa tecnica, i cambiamenti ed i progressi sono stati enormi, ma ritengo il minimo che chi parla di epidurale sia al corrente delle recenti metodiche e non si riferisca a situazioni primordiali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Parliamo ora delle complicanze. Cominciamo a dire che l&#8217;epidurale, ai fini della nascita del bambino, è assolutamente superflua: con o senza, il bambino nascerà lo stesso. E&#8217; possibile immaginare che una cosa assolutamente superflua, che si pratica solo per il benessere della gestante, possa essere pericolosa? Nessuno si azzarderebbe a praticarla o a subirla se davvero comportasse dei rischi.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; invece vero che il travaglio in analgesia dura più a lungo, ma questo importa poco se chi travaglia (più a lungo) lo fa in pieno benessere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;analgesia è ben condotta la madre percepisce il riflesso di spinta ed è in grado di accompagnare bene con le sue spinte il periodo espulsivo. A volte la &#8221; voglia di spingere&#8221; viene percepita meno, le spinte sono poco spontanee e per lo più volontarie. Ma il parto avviene ugualmente.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; vero anche che la percentuale di parti operativi (ventosa), per quanto detto sopra, aumenta con l&#8217;analgesia epidurale, ma le tecniche non sono pericolose né per la madre o né per il bambino (altrimenti, di nuovo, chi si azzarderebbe a praticarle?).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;applicazione di forcipe non trova indicazione nella rallentata progressione della parte presentata, e infatti le percentuali non risultano aumentate. Non più forcipi a causa dell&#8217;epidurale quindi (per inciso, l&#8217;applicazione di forcipe con le attuali indicazioni non è pericolosa).</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; falso invece che ci sia un incremento del numero dei cesarei: questi ormai aumentano per mille motivi, ma non a causa dell&#8217;epidurale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti gli altri effetti collaterali (ipotensione, bradicardia fetale) fanno ormai parte della storia, essendo le tecniche molto cambiate nel tempo, e comunque sono facilmente controllabili dall&#8217; équipe. L&#8217;unica complicanza un po&#8217; più noiosa è la cefalea, che è comunque rarissima e si risolve in pochi giorni semplicemente con il restare stesi a letto (in questa posizione la cefalea non si avverte).</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione l&#8217;epidurale in travaglio è una metodica che in mani esperte è priva di rischi e di conseguenze fisiche e psicologiche e non si vede nessun motivo che ne rallenti la diffusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente, la consiglio di cuore a tutte le donne che vogliono affrontare un travaglio sereno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE ANNA BARRACCO, SARA GINANNESCHI E CARLA PUTZU</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il consenso informato: etica attiva e responsabilità sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">La segnalazione tratta dal sito &#8220;mammole&#8221; è estremamente interessante perché riguarda un tema non specifico della professione &#8220;psi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Un gruppo di ostetrici, si esprimono su un tema che apparentemente è loro prerogativa, e, - come è giusto in una società libera e nel libero proliferare di informazioni e scambi culturali da diversi &#8220;vertici&#8221; osservativi - si spingono fino a dire la loro sul dolore del parto, e sulla sua funzione evolutiva, sulla sua utilità fisiologica a fini psicologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, nel momento in cui si esprime, un professionista sanitario ha sempre una responsabilità sociale di cui tenere conto e che implica difficili scelte etiche; egli  deve aiutare il cittadino a prendere una decisione libera e responsabile - tenendo conto anche del suo benessere psicologico ed esistenziale - e non indirizzarlo a priori verso una scelta piuttosto che un&#8217;altra se sostenuta semplicemente da una propria visione personale. Anche in questo, infatti, consiste la responsabilità sociale di ogni professionista nei confronti della comunità dei cittadini e questo è forse uno dei pochi motivi che ancora può giustificare, a nostro avviso, in una società complessa e democratica, l&#8217;esistenza di ordini professionali che siano a tutela e a garanzia della salute (come è previsto, peraltro dalla Costituzione) e non mere organizzazioni corporative.</p>
<p style="text-align: justify;">Il parto, infatti, è nello stesso tempo un evento naturale che riguarda la vita di tutti gli esseri viventi (tutti nascono), un evento significativo e cruciale nella vita di tutte le donne, sia che si accostino realmente a questa esperienza, sia che invece vi rinuncino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Molti autori, come Ivan Illic (&#8221;Nemesi medica&#8221;), come La Kubler Ross (&#8221;La morte e il morire&#8221;) relativamente alla morte e come Laboyer (&#8221;Per una nascita senza violenza&#8221;),  sul parto, hanno sollevato per la prima volta forse, negli anni &#8216;70, una robusta critica alla medicina, alla centralizzazione ed all&#8217;espropriazione effettuata dal nosocomio, creando vere e proprie scuole di pensiero ed inaugurando stili di approccio alla morte, al morire ed al dolore, non per ultimo quello del parto, che andavano a denunciare ed a sfidare la tecnocrazia medica, nutritasi per anni dei tabù religiosi e scientisti. Si pensi ad esempio all&#8217;ineluttabile destino biblico: &#8220;<em>donna, partorirai con gran dolore&#8221;</em> o ai protocolli medici rigidi che impedivano ai padri l&#8217;accesso alla sala parto, ovvero alla madre di prendersi cura del proprio bambino fin dai primi momenti di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque la medicina, così come la psicologia, sono scienze che si declinano dal punto di vista clinico, ma, nel loro versante di prevenzione, hanno una forte connotazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Temi come il dolore, la soglia di sopportazione, il diritto di informazione e di accesso alle cure e alle diverse pratiche oggi a disposizione, chiamano in causa direttamente l&#8217;etica medica e psicologica, la deontologia professionale, e attraverso di esse ci portano direttamente alla centralità del consenso informato, e dunque alla  responsabilità etica, sociale e politica del professionista della sanità nei confronti del cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, come diceva Platone nel &#8220;Timeo&#8221;, l&#8217;alfabeto, cioè il simbolico, è il primo anestetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa? Significa che la capacità, e direi anzi l&#8217;ineluttabilità, la tendenza invariabile e strutturale degli esseri umani ad attribuire senso (e dunque a rendere trasmissibile l&#8217;esperienza biologica nel legame sociale)  fa sì che l&#8217;esperienza corporea nella sua declinazione soggettiva e simbolica (dunque anche culturale), è e resta centrale in ogni pratica, medica o psicologica, che voglia accostare il trattamento del dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima dunque di liquidare sbrigativamente una o l&#8217;altra tecnica anestetica o analgesica, occorrerebbe porsi il problema di quale sia  la domanda che ci si trova di fronte, di quale sia la cornice di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni donna che si accinge al parto ha infatti il suo mondo culturale di riferimento, le sue specifiche aspettative e paure, e con questo bagaglio accede ai servizi sanitari e lì troverà determinate risposte. Fino a pochi anni fa, la presenza dei mariti accanto alle partorienti, non era minimamente considerato &#8220;un anestetico&#8221;, ma anzi un intralcio nel funzionamento della macchina sterile e ordinata dell&#8217;ospedale. Camici bianchi e ferri scintillanti avevano il sopravvento su qualsiasi altra considerazione di ordine psicologico e relazionale, e la soggettività, l&#8217;affettività, veniva semplicemente &#8220;sospesa&#8221; e lasciata fuori dai reparti, in una scissione che in alcuni casi si rivelava profondamente patogena. Oggi invece, grazie alle conquiste progressive dei cittadini e all&#8217;idea sempre più radicata che il concetto di &#8220;salute&#8221; sia ben di più del semplice dominio e patrimonio della cultura e della professione medica, o psicologica, e certamente grazie anche alle ricerche in ambito psicologico e sociale (vedi fra le altre, G. Pietropolli Charmet, &#8220;La democrazia degli affetti&#8221;), i padri in sala parto, e più ancora i genitori dei piccini sottoposti a interventi chirurgici o lungamente ospedalizzati, sono considerati ausili importanti per il medico, e presenze in alcuni casi non solo auspicabili, ma addirittura necessarie.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Oggi dunque assistiamo ad una crescente complessità. Da una parte questa concezione di salute attribuisce sempre maggiore spazio, nella contrattazione e nella gestione della salute, all&#8217;immaginario sociale, nel quale convivono &#8220;miti&#8221; a volte discordanti, se non completamente in opposizione fra loro: dalle teorie &#8220;new age&#8221; del ritorno alla natura come estrema conquista e tensione al passato, inteso come età dell&#8217;oro, e dall&#8217;altra, abbiamo invece l&#8217;esaltazione delle moderne tecniche chirurgiche, che portano ,all&#8217;opposto ,al rifiuto del passare del tempo, al rifiuto del cambiamento, alla possibilità di liberare completamente e di disgiungere, in ultima istanza,  l&#8217;esperienza umana dai vincoli biologici. In quest&#8217;area si situa, per esempio, l&#8217;inquietante aumento dei parti cesarei, anche richiesti dalle partorienti stesse, e che pure è questione che pone dilemmi etici per lo psicologo e penso in generale per il sanitario, eventualmente interpellato.  E&#8217; la donna partoriente proprietaria del proprio corpo fino al punto di poter decidere di accedere ad un metodo che ha costi ed effetti differenti? Oggi si intercede e si è indulgenti sempre più (questo è un dato di fatto), verso queste richieste, per un reale maggiore rispetto del potere delle donne sul proprio corpo, ovvero lo si fa perché i cesarei sono più facili da programmare e presentano probabilisticamente minori complicazioni legali in caso di difficoltà? E&#8217; davvero trascurabile e indifferente incidere, senza indicazioni effettive, l&#8217;addome e il tessuto muscolare, la parete uterina, senza indicazioni specifiche ma solo su richiesta?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono domande alle quali non credo che debbano essere chiamate a rispondere, da sole, la scienza medica e quella psicologica. Questo è il campo della deontologia e della bioetica, allo stesso modo delle questioni del &#8220;fine vita&#8221;, anche se siamo forse poco abituati a pensare al parto cesareo, al parto in acqua, al parto in analgesia epidurale, come questioni di questa complessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa dunque pensare, riflettendo sull&#8217;articolo uscito sul sito Mammole.it, non solo che siano emerse verità parziali, non documentate e che mancano di un doveroso rigore scientifico, ma anche che tali affermazioni vengano pubblicate da  un ostetrico. Non si tratta, beninteso,  di vietare a qualcuno l&#8217;esperienza del dolore;  anzi spesso capita di trovare donne con l&#8217;immenso desiderio di sperimentare il parto nella sua più integrale &#8220;naturalità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che andrebbe davvero garantito è un corretto consenso informato, la possibilità per la donna di accedere a determinati protocolli, ovvero rifiutarli, la possibilità di avere a disposizione, ovunque si nasca e ovunque si acceda alle cure, informazioni corrette ed articolate, che non nascondano l&#8217;opzione, e dunque la posizione etica del curante. A questo traguardo, molto, moltissimo, a nostro avviso, potrebbe contribuire la diffusione e l&#8217;accesso il più possibile facilitato alla consultazione psicologica, quale risorsa non solo episodica, ma costituente parte integrante del patrimonio sociale, all&#8217;interno delle équipe multidisciplinari nei nosocomi e in generale nel sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Pedofilia : Omosessualità = Chiesa : X</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 09:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Bertone]]></category>

		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>

		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>

		<category><![CDATA[Paola Biondi]]></category>

		<category><![CDATA[Pedofilia]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Buongiorno,
sono una psicologa psicoterapeuta iscritta all&#8217;albo del Lazio. Sto seguendo con sgomento e estrema rabbia le gravissime esternazioni pubbliche&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Buongiorno,<br />
sono una psicologa psicoterapeuta iscritta all&#8217;albo del Lazio. Sto seguendo con sgomento e estrema rabbia le gravissime esternazioni pubbliche del Card. Mons. Bertone in merito alla sua equazione omosessualità = pedofilia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo sia un fatto gravissimo perché:</p>
<p style="text-align: justify;">a) significa affermare che l&#8217;omosessualità, variante NORMALE dell&#8217;orientamento sessuale, sia di per sè patologica. E sappiamo bene che questo non è vero e che le maggiori associazioni di studiosi (le due APA, OMS, Associazione americana dei pediatri, ecc) hanno dichiarato fin dal 1973 che l&#8217;omosessualità di per sé NON è una malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">b) afferma questa equazione portando a suo vantaggio pareri scientifici di cui non si conoscono le fonti che la confermerebbero, andando pertanto contro a tutte le associazioni scientifiche di cui sopra che, meglio del Vaticano, possono analizzare, studiare, verificare e confermare o disconfermare certi assunti.</p>
<p style="text-align: justify;">c) significa affermare che TUTTE le persone omosessuali, di qualunque sesso, età, religione, professione, ecc siano MALATE perché la pedofilia è e resta un&#8217;ignobile perversione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sembra sia opportuno che sia l&#8217;Ordine del Lazio che il CNOP, sebbene non insediato ad oggi, prendano IMMEDIATAMENTE una posizione chiara, risoluta e priva di ambiguità in merito a questa equazione. E&#8217; mia intenzione sollecitare l&#8217;intervento di tutti gli altri Ordini sulla questione e mi piacerebbe che fosse quello del Lazio in prima fila, visto e considerato le precedenti azioni a tutela delle persone omosessuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarei grata di ricevere una vostra risposta e vi auguro un buon lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lettera firmata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p><strong>PARERE DELLA DR.SSA PAOLA BIONDI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>Tutto è iniziato il 12 aprile (2010) quando il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, ha dichiarato alla stampa: &#8220;<em>E&#8217; stato dimostrato da molti psicologi e psichiatri che non c&#8217;è legame tra celibato e pedofilia, mentre molti altri studiosi hanno invece dimostrato un legame tra omosessualità e pedofilia. Si leggano i documenti degli psicologi. Questo è il problema&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Affermazioni gravissime, non dimostrate né dimostrabili. Che fanno partire una reazione a catena di risposte immediate e comunicati stampa da parte di più soggetti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Possiamo dividerle in quattro categorie:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le associazioni per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali (LGBT).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In tutto il mondo la reazione delle persone omosessuali è istantanea: nascono gruppi di protesta su Facebook (es. DENUNCIA DI MASSA ALLE CALUNNIE GRATUITE DI BERTONE) e campagne tipo mail bombing, discussioni in forum, mailing list e newsgroup in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In Italia Arcigay (Nazionale), per bocca del suo presidente Paolo Patanè risponde con parole forti e prive di ambiguità: &#8220;<em>Non tenti la chiesa di trasferire le sue colpe sulla pelle di altre persone innocenti, e pensi piuttosto ad interrogarsi sulla sua mancanza di umanità</em>&#8221; e ancora &#8220;&#8230;[cut] <em>Di fronte a questa scandalosa mancanza di coscienza la denuncia di tuta la società civile deve essere durissima</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Simile il comunicato stampa di Arcilesbica (Nazionale) della presidente Francesca Polo: &#8220;<em>Associare la pedofilia all&#8217;omosessualità è un falso che va contro ogni prova scientifica, sociologica e storica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> I pedofili sono maschi  adulti che con la violenza e l&#8217;inganno abusano dell&#8217;innocenza di bambine e bambini</em>&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">[cut]&#8230;<em>agiscono di nascosto, spesso protetti da luoghi (come le mura domestiche, gli oratori) e ruoli (padre, zio, fratello, educatore, istruttore) che abitualmente si considerano rassicuranti. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I pedofili non sono omosessuali, sono pedofili!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8230;..[CUT]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ricordiamo al cardinale Bertone e a tutte le gerarchie ecclesiastiche, che si stanno chiudendo a riccio a difesa del marcio che c&#8217;è nella propria istituzione, che non risultano nei luoghi della comunità gay e lesbica, italiana e internazionale, fatti di pedofilia.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Aggressivo anche il comunicato stampa del Mario Mieli: &#8221; <em>L&#8217;equazione omosessualità - pedofilia non è solo falsa e spregevole, ma anche senza nessun fondamento scientifico e lede la dignità di milioni di persone gay e lesbiche. Questa assoluta mancanza di ritegno da parte delle gerarchie vaticane fa il paio con il vile tentativo di coprire i crimini sessuali compiuti per anni da esponenti cattolici in tutto il mondo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Siamo disgustati ed offesi dalle parole di Bertone</em><em>, che farebbe bene a leggersi i resoconti giudiziari di violenza sui minori, perpetrati per più del 90% nelle strutture cattoliche e nella cosiddetta famiglia tradizionale, che egli così strenuamente e, aggiungiamo noi, squallidamente difende.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Interessante e alternativa l&#8217;iniziativa dell&#8217;Agedo nazionale che propone ai genitori di omosessuali di rendersi visibili e dire basta: &#8220;<em>Voglio fare il conto della serva serale; se gli omosessuali sono il 10% della popolazione in Italia siamo circa 60.000.000 per cui ci sono 6 milioni di omosessuali e poichè la fecondazione assistita non è di moda vuol dire che ci sono 12.000.000 milioni di genitori che aggiunti ai fratelli sorelle amici e parenti ci farebbero diventare senza fatica un popolo in grado di condizionare l&#8217;opinione pubblica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma dove &#8220;cavolo&#8221; sono tutte queste persone che impunemente permettono a Bertone, Bossi e compagnia di sputare in faccia ai loro figli? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lo so siete nascosti e pieni di sgomento, ma vi prego facciamoci sentire per quell&#8217;istinto che prima che agli umani è stato delle fiere, la difesa sacrosanta e incondizionata delle proprie creature.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Solo uscendo allo scoperto tapperemo la bocca alle persone che per ignoranza o populismo si permettono di fare simili dichiarazioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scrivetemi, telefonatemi facciamo qualcosa anche dicendo semplicemente un basta, alle finestre, sulle magliette, sulle borse. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un popolo di basta che gira prima o poi diventa visibile&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questi alcuni degli esempi: le associazioni lgbt sono molte di più e non raccolgono tutte le persone gay e lesbiche italiane che si sono sentite offese e umiliate da dichiarazioni come questa.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">E restano ad oggi le uniche persone ad aver organizzato iniziative di protesta a livello internazionale (es. coinvolgimento dell&#8217;ILGA, sit-in davanti alle nunziature vaticane o principali chiese in tutto il mondo) e due manifestazioni (Roma e Bologna) contro la pedofilia e a sostegno delle vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Psicologi e psichiatri</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Prime reazioni a caldo da esperti cileni: &#8220;<em>Sulla base della mia esperienza, non è possibile pensare che ci sia un legame diretto tra omosessualità e pedofilia</em>&#8221; dice Tamara Galleguillos, docente presso l&#8217;Università del cile, mentre lo psichiatra Sergio Canals ha sottolineato che &#8220;<em>non esiste un&#8217;equazione causa-effetto che sostenga il nesso omosessualità-pedofilia: ci sono persone eterosessuali che sono pedofile</em>.&#8221;<em></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In Italia la prima voce ad andare contro l&#8217;assunto di Bertone è stata quella del prof. Tonino Cantelmi, presidente dell&#8217;AIPPC (Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici) che chiarisce immediatamente il misunderstanding: &#8220;<em>non c&#8217;è legame fra pedofilia e omosessualità, la pedofilia è un&#8217;attrazione per bambini prepuberi, si tratta di una forma sadica e antisociale</em>. <em>Ma forse la preoccupazione del cardinale è un&#8217;altra, cioè per gli abusi sessuali su minori post-puberi, quando insomma c&#8217;è già stato lo sviluppo sessuale. Credo Bertone si riferisse a questo. La maggior parte dei casi di cui si parla riguarda questa seconda fascia d&#8217;età. Dunque non si può parlare di pedofilia, quest&#8217;ultima si riferisce alla fase dell&#8217;infanzia prima dello sviluppo sessuale&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Segue a ruota il prof. Roberto Cubelli, presidente dall&#8217;Associazione Italiana di Psicologia (AIP) che &#8220;<em>intende precisare che la letteratura scientifica sull&#8217;argomento non supporta in alcun modo quanto è sostenuto dal Segretario di Stato della Santa Sede e che è anzi dimostrato che vittime di abuso sono tanto i bambini quanto le bambine</em>.&#8221; E rilancia affermando &#8220;<em>sentiamo il dovere di precisare che le parole pronunciate dal Cardinale, oltre che assolutamente prive di evidenza scientifica, paiono rilanciare una pericolosa re-interpretazione in chiave psicopatologica dell&#8217;omosessualità, condizione invece da anni esplicitamente esclusa dalla nosografia psichiatrica in uso</em>&#8220;&#8230;.[CUT] &#8220;<em>patologizzare l&#8217;omosessualità, invocando in modo improprio il supporto della comunità scientifica, non fa che aumentare l&#8217;omofobia, che è la vera malattia da combattere</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Parole riprese nel comunicato stampa dell&#8217;Ordine degli Psicologi del Lazio che &#8220;<em>respinge con fermezza le affermazioni del Segretario di Stato Vaticano Bertone</em>&#8230;&#8221; La presidente dott.ssa Zaccaria incalza: &#8220;<em>le affermazioni di una voce così autorevole vanno a rafforzare una cultura omofobica, che come Ordine siamo quotidianamente impegnati a contrastare, che è già eccessivamente diffusa nella società italiana e rivelano una grave concezione oscurantista che assimila la perversione della pedofilia all&#8217;omosessualità, ponendosi in netto contrasto con le posizioni assunte dalle maggiori associazioni scientifiche internazionali sin dal 1973, che definiscono e descrivono l&#8217;omosessualità come variante normale dell&#8217;orientamento sessuale&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Parole ricalcate in parte da quanto ho scritto nella mia email proprio all&#8217;Ordine del Lazio per sollecitare il loro intervento in questa questione. Intervento che è stato rapido e ad oggi unico tra gli organismi ufficiali della Psicologia Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nessun commento nelle mailing list di psicologi, nessun intervento in tv (a parte il mio a Rai News 24), nessun&#8217;altra voce &#8220;scientifica&#8221; a fare chiarezza e &#8220;bacchettare&#8221; il caro Cardinale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Politici</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dolente nota? Eh, già. Proprio così.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre dirigenti cattolici, ripeto cattolici cileni, del partito di governo e dell&#8217;opposizione hanno reagito duramente alle parole di Bertone; mentre il ministero degli Affari esteri francese ha definito &#8220;<em>un&#8217;amalgama inaccettabile il suo accostamento tra omosessualità e pedofilia</em>&#8221; e ha ribadito che &#8220;<em>la Francia ricorda il suo risoluto impegno nella lotta contro le discriminazioni e i pregiudizi legati all&#8217;orientamento sessuale e l&#8217;identità di genere</em>&#8221; in Italia il nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nessun politico a parte Paola Concia, unica lesbica dichiarata in parlamento, ha commentato il triste connubio bertoniano: non una nota, non una parola in tv, non un servizio su qualche canale nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo capisco. Era più importante dare spazio al dolore per la morte di Raimondo Vinello, che sia in Rai che in Mediaset era il principe.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gruppi religiosi</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Come se non bastasse anche in casa religione le cose non sono andate benissimo per il card. Bertone.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gruppi cattolici ed evangelici hanno criticato duramente le sue affermazioni. Andrea Panerini, Presidente Nazionale dell&#8217;Associazione &#8220;Fiumi d&#8217;acqua viva - Evangelici su Fede e Omosessualità&#8221; dichiara che l&#8217;esternazione in sé è gravissima e senza alcuna giustificazione e aggiunge che sarebbe meritevole delle peggiori punizioni della giustizia per la gravità della diffamazione e la violenza verbale (peccato che il soggetto sia coperto da immunità diplomatica). Conclude affermando che le dichiarazioni non hanno il minimo fondamento scientifico (in quanto la maggioranza dei pedofili in tutto il mondo è eterosessuale) né tantomeno biblico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Gli omosessuali cattolici (Il Guado e Nuova Proposta) rimandano al mittente la lamentela di Bertone &#8220;<em>E&#8217; ora di finirla con questi attacchi sempre solo alla Chiesa Cattolica</em>&#8221; affermando &#8220;<em>Riprendendo questo suo sfogo gli diciamo con franchezza che anche lui deve finirla di dire assurdità sul nostro orientamento sessuale</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ancora sottolineano come questo non sia il modo più adatto per &#8220;<em>risolvere il problema delle vite dei piccoli devastati dagli abusi dei sacerdoti pedofili, ma ha altresì scaricato il fardello sulle spalle delle persone omosessuali che già sono vittime innocenti dello stigma e del pregiudizio della società</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Menomale che anche all&#8217;interno della stessa Chiesa cattolica ci sono credenti e professionisti che sanno mantenersi neutrali e obiettivi di fronte ad eventi sconcertanti come il caso Bertone!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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