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	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
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		<title>Live and Let die. Parere del Dr. Giorgio Blandino</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il filosofo Abbagnano ricordava che la validità di una concezione del mondo si misura dal modo in cui considera la&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il filosofo Abbagnano ricordava che la validità di una concezione del mondo si misura dal modo in cui considera la morte. Infatti parlare della morte vuol dire essenzialmente parlare della vita e interrogarsi sul senso e il significato della morte è quindi come porre gli interrogativi fondamentali sulla vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il considerare la morte come condizione per  vivere una vita migliore appartiene dunque a tutta la tradizione filosofica alta da Seneca a Spinoza, da Montaigne allo stesso Freud.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a me &#8211; <em>si parva licet!</em> &#8211; proporrei addirittura un cambiamento dell’assioma cartesiano del “<em>cogito ergo sum</em>”, in “muoio ergo sum” vale a dire che è il morire, in quanto unica certezza, che ci dice che esistiamo, perché se non esistessimo non moriremmo. In altri termini se c’è una fine di un qualcosa ciò significa che c’è anche quel qualcosa. La certezza dell’essere e dell’esserci non è data dal pensiero ma dalla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se la morte è la certezza della vita questa è la base su cui fondare la vita. La morte dunque, in quanto destino sicuro di ciascuno, è l’unica certezza che abbiamo nella vita e il paradosso sta nel fatto che ciò che appare il limite della condizione umana, di fatto ne diventa la forza. Come dice Cioràn col suo stile lacerante: “La morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido”</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia osserviamo che esistono innumerevoli dottrine, tra cui in primis quella cristiana, che sostengono l’immortalità dell’anima e che, di conseguenza la vita sulla terra è una preparazione o un avvicinamento a una vita diversa. Ad esempio, nel modello mitologico più frequente, la morte ha valore di “passaggio” o di “prova” per accedere a una vita diversa ma superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è qui che si manifestano le difese dal lutto: infatti l’idea della morte, intesa come fine definitiva e totale, o non trova spazio nella mente umana o si fa strada a prezzo di molta fatica, angoscia e sofferenza e comunque mai in modo chiaro. La mente umana cioè ha una capacità limitata di afferrare l’idea della morte intesa come dissoluzione ed estinzione corporale. Anche se appare accettabile e comprensibile sul piano razionale, l’idea della morte &#8211; e tanto più della <em>propria</em> morte – ci risulta inconsciamente incomprensibile.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Freud sostiene che per il nostro inconscio è inconcepibile immaginare una fine della reale nostra vita; possiamo pensare la morte solo razionalmente, ma emotivamente non ci appartiene. L’inconscio dunque considera la morte come la considera il bambino (e come viene considerata nelle culture primitive): una cosa temporanea, non duratura, tale da comportare una rinascita. Il meccanismo mentale che più facilmente, naturalmente direi, mettiamo in atto nei confronti della morte è dunque il diniego, la negazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma negare la morte &#8211; sul piano emotivo e inconscio, si badi, non sul piano razionale &#8211; significa che si fa la fantasia concomitante di poter continuare a vivere e quindi di non morire mai veramente. Peraltro il modo che ciascuno di noi ha di affrontare la morte dipende, come ci ricorda Jaques, da quella che è stata la sua relazione infantile inconscia con la morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque pensare a una nuova vita dopo la morte è sia un residuato del pensiero infantile, sia un altro modo di considerare la morte nel proprio inconscio, cioè come qualcosa di inverso alla nascita, e quindi una sorta di ritorno nell’utero materno. La morte è così equiparata al ritorno a un’esistenza precosciente, prenatale, dalla quale comunque ricomincerà una nuova vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto l’idea di immortalità è la più grande difesa dal lutto perché in tal modo la morte viene negata attraverso fantasie di sopravvivenza magica che nel mondo contemporaneo sembra realizzabile tramite gli strumenti elettronici e i social network</p>
<p style="text-align: justify;">Ma così il problema viene solo spostato, la realtà della propria finitezza viene illusoriamente superata e l’ansia di morte può essere posta sotto controllo. La conseguenza è che l’oggi non è più così drammatico e urgente e si può perfino tollerare che sia doloroso: la negazione della morte toglie anche le ansie della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente allora che questa negazione serve non solo a controllare le ansie connesse all’idea dei propri limiti e della propria finitezza, ma soprattutto a controllare o negare le ansie e i problemi reali della vita. Se i limiti e la finitezza dell’uomo vengono respinti in nome di una onnipotenza fantastica o di un’altra vita immaginaria, sostitutiva di quella vera, la realtà non viene più percepita per quello che è e il prezzo che si paga è la trascuratezza dei bisogni reali in nome di quelli falsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Però  solo se una cultura riesce a elaborare il problema della morte in modo non allucinatorio può aumentare la qualità della vita dei suoi membri e le proprie possibilità di sopravvivenza, oggi ampiamente compromesse, più di quanto si sia disposti a credere.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora la morte, pensata come una possibilità sempre presente nella vita umana che ne determina le caratteristiche, non solo fa sì che la vita stessa prenda senso dalla sua presenza ma la configura addirittura come una possibilità esistenziale, ovvero come “compimento” piuttosto che come termine, secondo quella che è anche una posizione classica nel pensiero filosofico.</p>
<p style="text-align: justify;">Vale a dire che l&#8217;esistenza è autentica solo quando l&#8217;individuo accetta di prendere consapevolezza della possibilità della propria morte mentre con la fuga dalla propria morte significa, come già sottolineava Heidegger una fuga dai fondamenti della propria vita,</p>
<p style="text-align: justify;">Un atteggiamento adulto verso la morte, esempio di capacità di elaborare il lutto e non difendersene, lo si trova esemplarmente rappresentato in un bellissimo saggio sulla morte del sociologo tedesco Norbert Elias di cui mi piace qui riportare un passo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Molti sono i terrori che circondano la morte. Dobbiamo ancora scoprire ciò che gli uomini possono fare per garantire ai loro simili una fine tranquilla e pacifica; l’amicizia di coloro che sopravvivono, la sensazione che debbono avere i morenti di non essere d’ingombro fanno senz’altro parte di tale programma. La rimozione sociale, l’atmosfera di malessere che spesso circonda gli ultimi istanti di vita, non sono certamente d’aiuto per gli uomini. Forse dobbiamo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana” (<em>La solitudine del morente</em>, Mulino, Bologna,1982; p. 82).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La negazione della morte è comunque molto pericolosa, sia sul piano personale che su quello sociale, perché porta a sottovalutare i reali pericoli di distruzione della vita, si pensi per esempio al drammatico problema ecologico o della guerra termonucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi è tutta una cultura che nega la morte, trasformandola o idealizzandola come momento di passaggio, cioè in pratica la elimina con l’uso distorto delle ideologie o della religione, dei mass-media o della droga &#8211; e ora anche della tecnologia &#8211; anche la vita dei suoi membri viene di conseguenza eliminata, ridotta a puro accidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò una cultura che espelle la morte dalla sua esistenza, nascondendola, rinuncia alla vita e si apre davvero alla propria autodistruzione. Ad esempio, come prima conseguenza, alle concezioni del mondo illusorie o irreali, più o meno paradisiache, corrisponde di fatto una realtà di sfruttamento o di sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">GIORGIO BLANDINO</p>
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		<title>Live and Let die. Parere del Dr. Mario Russo</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[TEMPO E LUTTO NEI SOCIAL NETWORK
di Mario Russo
A confronto con la diffusione di siti e portali social network&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">TEMPO E LUTTO NEI SOCIAL NETWORK</p>
<p style="text-align: justify;">di Mario Russo</p>
<p style="text-align: justify;">A confronto con la diffusione di siti e portali social network dedicati al ricordo dei defunti, le riflessioni di Piergiorgio degli Esposti individuano dimensioni spaziali inedite introdotte da tali esperienze nel cosiddetto “spazio digitale”.  Altrettanto interessante può risultare una sintetica ricognizione su alcune dimensioni della temporalità che questi fenomeni pongono in evidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Marcel Proust, a conclusione del monumentale viaggio nel lutto e nella gelosia postuma che occupa la prima parte di “Albertine scomparsa”: “<em>Come c’è una geometria nello spazio, c’è una psicologia nel tempo, in cui i calcoli di una psicologia piana non sarebbero più esatti poiché non terrebbero conto del tempo e di una delle sue forme, l’oblio; l’oblio di cui cominciavo a sentire la forza e che è uno strumento così potente di adattamento alla realtà perché distrugge a poco a poco in noi il passato residuo che è in costante contraddizione con questa</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; IL LUTTO E IL TEMPO</p>
<p style="text-align: justify;">Le riflessioni che finora hanno spiegato il processo del lutto lo collocano al crocevia di molteplici dimensioni di tempo:</p>
<p style="text-align: justify;">a) è un processo che si svolge nel tempo, spesso attraverso cerimonie rituali culturalmente definite, e che prende avvio dal riconoscimento della perdita per avviare l’elaborazione psichica che conduce ad interiorizzare l’immagine del defunto e riorganizzare l’intero mondo interno senza la presenza fisica della persona cara  (1);</p>
<p style="text-align: justify;">b) assume, anche nelle nuove classificazioni del DSM-IV,  la dimensione del  tempo (in termini di durata, frequenza, ecc.) tra le categorie per differenziare il procedere normale del lutto rispetto al suo esito patologico;</p>
<p style="text-align: justify;">c) inaugura una distinzione tra un “prima”, tempo anteriore alla perdita della personale cara e per definizione immodificabile, e un “dopo”, tempo nel quale domina l’assenza e la memoria;</p>
<p style="text-align: justify;">d) riordina il passato, riproducendolo nella forma della narrazione: vale a dire, ristrutturato nell’ordine temporale, nei percorsi causali ed emozionali, nel sistema valoriale di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; IL TEMPO E LA RETE</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle regioni sempre più ampie della nostra vita quotidiana segnate dallo “spazio digitale” il tempo si presenta attraverso nuove configurazioni dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo, le tracce e le rappresentazioni presenti nella rete non evidenziano quelle qualità percettive che, in altri ambiti dell’esperienza quotidiana, ci permettono di riconoscere le percezioni attuali piuttosto che i ricordi o le fantasie.  Documenti, notizie, immagini si qualificano, quale che sia la loro vetustà nella rete, nel segno della contemporaneità, nel qui e ora spazio temporale;  per cui, la loro collocazione in un ordine cronologico, è spesso difficoltosa e in ogni caso richiede un lavoro di ricostruzione critica che vada oltre l’evidenza percettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, è ormai comune la consapevolezza che nello spazio della rete è pressoché impossibile l’oblio.  E’ recente la scoperta che Facebook deteneva, dopo oltre tre anni, immagini che gli utenti avevano chiesto di cancellare; nuovi Robin Hood digitali fanno circolare informazioni private di cittadini oppure notizie riservate di governi e organismi pubblici per perseguire obiettivi politici di ordine generale; le tracce di ogni nostro passaggio nella rete possono essere conservate da chiunque e riprodotte a nostra insaputa a distanza di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, sappiamo bene che la persistenza della memoria non si limita a conservare le tracce del passato, ma contribuisce ai meccanismi di costruzione dell’identità, intesa come persistenza nel futuro (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, nei nuovi contesti della rete i processi di costruzione dell’identità personale dei navigatori pongono sempre più in rilievo le questioni della cosiddetta “reputazione on line”.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, nelle situazioni lavorative, la “reputazione in rete concerne la ricognizione di tutti quei contenuti presenti in internet riguardanti una persona, un marchio, un prodotto, un argomento, una notizia, con l’attribuzione di una chiave di lettura valoriale.  In altri termini, cosa si dice nel web sul nostro conto e con quale velocità di diffusione “virale” si propagano le notizie su di noi? Nelle pubbliche amministrazioni e nelle selezioni occupazionali è sempre più frequente la richiesta ai dipendenti o ai candidati di fornire la password per accedere al loro profilo nei social network, per monitorarne contatti e contenuti (3). Si diffondono, inoltre, le agenzie che offrono la propria consulenza per gestire o risanare la reputazione on line di aziende o persone, anche provvedendo ad eliminare per quanto possibile tracce o documenti potenzialmente controproducenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Né è meno rilevante l’esigenza di tutelare, sia attraverso forme di regolamentazione sia cercando di sensibilizzare genitori ed educatori, la reputazione in rete di ragazze e ragazzi minorenni, troppo spesso inconsapevoli delle potenziali conseguenze della pubblicazione online di eccessivi dettagli sulla loro vita privata (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo sul ciglio dell’apparire di nuove forme di “patologia del ricordo”, per utilizzare una termine dello storico della scienza Paolo Rossi; comprendendo in questa definizione sia il personaggio fantastico di Borges, costretto a ricordare tutti i dettagli delle sue percezioni ma incapace di pensare per idee generali astratte, sia il paziente di Lurija, in grado di trasformare ogni informazione percepita in un proprio potentissimo codice visivo ma in costante pericolo di rendere instabili e aleatori i confini tra realtà e rappresentazione (5).</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, anarchia temporale delle rappresentazioni in rete, impossibilità dell’oblio, accelerazione dei processi informativi, costruzione dell’identità sulla base di tracce digitali irredimibili sembrano richiamare lo scenario che la sociologa austriaca  Helga Nowotny  ha chiamato “presente esteso”:  vale a dire, uno spazio temporale segnato dalla velocità dei tempi tecnologici che comprime nell’immediato l’orizzonte della progettazione e finisce per annullare il futuro nello spazio di un presente dilatato (6).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; OLTRE IL CERCHIO E LA FRECCIA: IL TEMPO ERRATICO</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, se nella rete è sempre più improbabile l’oblio (se non come rottura irreparabile di connessioni e distruzione di archivi), se le prefigurazioni del futuro si comprimono nell’immediatezza della contemporaneità, allora si indebolisce anche la possibilità di assumere uno scenario longitudinale entro cui collocare tracce, relazioni, affetti in una narrazione temporalmente unitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra tradizione culturale ha rappresentato il divenire della storia attraverso l’immagine della freccia del tempo (sequenza irreversibile di eventi irripetibili) oppure come ciclo o cerchio (nel senso di costante e ciclica ripetizione degli eventi umani e naturali)  (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le immagini non sembrano rappresentare i fenomeni che popolano i nuovi contesti digitali, sia per la coesistenza simultanea di tracce e rappresentazioni prive di univoche marcature temporali e resistenti all’oblio, sia per la possibilità per i navigatori di co-abitare reti relazionali diversificate, ciascuna con un proprio orologio ed uno specifico ordine temporale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei nuovi contesti digitali si sperimentano percorsi irriducibili ad una direzionalità razionale, se non per le micro-decisioni che di volta in volta determinano pause, accelerazioni, salti temporali, anacronie nelle navigazioni individuali: in altri termini, un procedere erratico che sembra rispecchiarsi nei versi di Montale sul senso del tempo storico: “<em>La storia non contiene / il prima e il dopo, / niente che in lei borbotti / a lento fuoco / … La storia / non si fa strada, si ostina, / detesta il poco a poco, non procede / né recede, si sposta di binario / e la sua direzione/  non è nell’orario</em>” (..).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">4 – IL PARADOSSO DEL LUTTO SU FACEBOOK</p>
<p style="text-align: justify;">La diffusione su web di profili e portali dedicati a defunti assume un valore paradossale. Per un verso, infatti, esprime le nuove dimensioni della temporalità, ribadendo nella rete la coesistenza simultanea e temporalmente indifferenziata delle tracce di defunti e viventi. Nello stesso tempo, tuttavia, organizzando immagini e rappresentazioni del defunto in una narrazione coerente, rappresenta un tentativo di ristabilire in qualche modo le vecchie regole, ridando un ordine al caos: nel senso di far emergere “qualcosa dal nulla”, ma laddove in questo caso il nulla non è l’assenza di oggetti ma il loro coesistere pulviscolare svuotato dalle relazioni di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">NOTE</p>
<p style="text-align: justify;">(1)   S. Freud,  “Lutto e melanconia”, 1917, Boringhieri;  J. Bowlby, “Costruzione  erottura dei legmi affettivi”, 1979, Cortina</p>
<p style="text-align: justify;">(2)  P. Reale, a cura, “Tempo e identità”, 1988, Angeli</p>
<p style="text-align: justify;">(3)  http://redtape.msnbc.msn.com/_news/2012/03/06/10585353-govt-agencies-colleges-demand-applicants-facebook-passwords</p>
<p style="text-align: justify;">(4)  “La reputazione on line”, videoclip del Youth Panel di Sicurinrete,  http://youtu.be/lLdAW8KEAC</p>
<p style="text-align: justify;">(5)  P. Rossi, “Il passato, la memoria, l’oblio”, 1991, Il Mulino;   J. L. Borges, “Funes o della memoria”, in Finzioni,  1944, Einaudi;  A. R. Lurija  “Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla”, 1968, Armando.</p>
<p style="text-align: justify;">(6) H. Nowotny, “Tempo privato”, 1989, Il Mulino</p>
<p style="text-align: justify;">(7)  S. J. Gould, “La freccia del tempo, il ciclo del tempo, 1987, Feltrinelli</p>
<p style="text-align: justify;">(8)  E. Montale, “La storia”, da “Satura”,  1962-1970</p>
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		<title>DOSSIER: Live and Let die su Facebook</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:15:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita e la morte nel loro svolgersi, nella loro celebrazione. Ecco come cambia nell’era digitale la considerazione di questi&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vita e la morte nel loro svolgersi, nella loro celebrazione. Ecco come cambia nell’era digitale la considerazione di questi fondamentali costrutti. Da una <a href="http://www.etnografiadigitale.it/2012/02/death-on-facebook-il-lutto-perpetuo-dei-social-network/" target="_blank">ricerca di Piergiorgio Degli Esposti</a> una riflessione dei nostri ESPERTI.</p>
<p><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/03/31/live-and-let-die-parere-del-dr-giorgio-blandino/" target="_blank">GIORGIO BLANDINO</a></p>
<p><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/03/31/live-and-let-die-parere-della-dr-ssa-chiara-morandi/" target="_blank">CHIARA MORANDI</a></p>
<p><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/03/31/live-and-let-die-parere-della-dr-ssa-simonetta-putti/" target="_blank">SIMONETTA PUTTI</a></p>
<p><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/03/31/live-and-let-die-parere-del-dr-mario-russo/" target="_blank">MARIO RUSSO</a></p>
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		<title>Live and Let die. Parere della Dr.ssa Chiara Morandi</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Death on Facebook: il lutto perpetuo dei social network.
Piergiorgio Degli Esposti
Riflessioni
Chiara Morandi
Vita e morte, una sequenza&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Death on Facebook: il lutto perpetuo dei social network.</p>
<p>Piergiorgio Degli Esposti</p>
<p><strong>Riflessioni</strong></p>
<p>Chiara Morandi</p>
<p>Vita e morte, una sequenza logica nel percorso biologico dell’uomo.</p>
<p>Una sequenza cioè che, se vuole stare nell’ambito della “verità”, deve seguire le leggi della logica, quindi il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso:</p>
<p><strong>1</strong>. se io dico che una persona è viva -  non posso dire che la stessa persona è morta</p>
<p><strong>2.</strong> inoltre non posso dire che non è ne viva né morta</p>
<p>(previo affermare il falso)</p>
<p>Ora, sembra che nell’attuale postmodernità, dominata possiamo dirlo dalla tecnologia mediatica, la sfida più radicale sia proprio rivolta alla nozione classica di verità e alla possibilità che la legge di non contraddizione venga violata, ossia “si da il caso che “p” sia vera e sia anche vera “non p”.  Assistiamo cioè alla contraddizione per cui due proposizioni, di cui una è la negazione dell’altra, sono, o almeno sembrano, entrambe vere: “un uomo è vivo e morto”.</p>
<p>Questo entrare nel campo dell’assurdo, dell’inconcepibile o se vogliamo dell’infinità (al di fuori di questa esperienza umana che ha un inizio e una fine, esiste solo l’infinito inteso come non-limite), è ben conosciuto dal nostro vissuto interno emozionale perché, pur riconoscendo con la coscienza reale che una persona cara ad esempio è morta, ci troviamo a pensarla viva nel nostro ricordo e nella nostra immaginazione, basta solo cambiare registro.</p>
<p>Quello a cui assistiamo “nei social network, particolarmente in Facebook, cioè il costante aumento dei profili dei defunti”, come dice P.Degli Esposti, ci fa entrare, io credo, nel campo del paradosso, e comunque in una prospettiva antirealista.</p>
<p>I paradossi  sono violazioni oggettive della  legge di non contraddizione, spesso indipendenti dalla volontà di chi parla o pensa, e per quanto problematici sembra non siano del tutto insensati, la prospettiva antirealista ci apre le porte all’illogico.</p>
<p><strong>Il Web è il regno dell’illogico.</strong></p>
<p>Possiamo dire che è caratterizzato da un almeno parziale sconvolgimento dell’ordine pensante, con la scomparsa, nel nostro esempio, dei parametri sequenziali di “prima” e “dopo” che possono essere collocati in una contemporaneità di tempo.</p>
<p>Si passa da una dimensione diacronica, storicizzata, che tiene conto dell’evoluzione e del succedere temporale ad una dimensione sincronica, simmetrica, che tiene in minor conto i significati e le cause degli avvenimenti e bada maggiormente al loro rapporto di scambio reciproco.</p>
<p>Possiamo inoltre dire, in queste osservazioni penso alle intuizioni di Matte Blanco sull’inconscio, che anche il mondo del Web procede attraverso un annullamento delle differenze, una sorta di simmetrizzazione, mentre il pensiero reale (o l’attività della coscienza) procede attraverso l’identificazione di distinzioni.</p>
<p>Se noi dunque operiamo distinzioni e discriminazioni, più o meno leggitime, fra vivi e morti,  nel Web tutto tende a fondersi e ad unirsi.</p>
<p>Potremmo anche dire che anche qui si attua un passaggio dall’elemento individuale alla classe di appartenenza: se l’individuo “A” è morto nel regno degli individui reali, “A” è vivo nella classe degli individui di Facebook. Un salto logico attraverso il quale l’individuo, limitato nello spazio e nel tempo, viene riassorbito (o annullato, questa è la domanda che ci poniamo), nell’infinito della classe.</p>
<p>Da un punto di vista più strettamente ontologico (oltre che psicoanalitico), il principio aristotelico di non contraddizione è una necessità psicobiologica di distinguere (pensiamo alla nascita dei meccanismi di scissione e proiezione di M.Klein) ciò che l’emozione infinita (Matte Blanco) tenderebbe a sentire come “uno” e “con-fuso” e quindi come minaccia per la sopravvivenza.</p>
<p>Sappiamo anche che, sempre tenendo come riferimento M. Klein, sarà la posizione depressiva a consentire, utilizzando i maturati processi di “finitizzazione” dell’esperienza, l’avvio dell’elaborazione del lutto che funzionerà da stimolo per i processi di integrazione del pensiero.</p>
<p>Ma, il desiderio di affermazione e di “esistenza” nel mondo odierno sembra altrettanto incompatibile con ogni forma di “finitezza” e di limite.</p>
<p>Se è vero che la nostra specie animale, come dice Habermas, non esiste se non perché può raccontarsi: “ognuno di noi è ciò che è solamente perché narra una storia su se stesso,…. non importa che sia vera o falsa, l’importanza è che soddisfi la necessità di raccontarsi”,  e se è vero che l’aumento di sintomatologie come attacco di panico, anoressia ecc. degli ultimi anni evidenziano il carattere catastrofico dell’esperienza corporea di un corpo finito (Resnik definisce “depressione narcisistica” il lutto e il rimpianto di un corpo idealizzato che garantisce perfezionisticamente il benessere e la sicurezza) è probabile che la “forma” virtuale proprio perché comunque <strong>esiste </strong>come percezione della presenza (anche di un morto), soddisfi il bisogno di calmare quell’ inquietudine e quell’angoscia relativa al non-essere che ci minaccia.</p>
<p>D’altra parte anche nell’arte (ho in mente alcune opere di Escher) scene realistiche, rispettose delle regole geometriche contengono particolari assolutamente illogici, le componenti realistiche di una scena vengono assemblate in modo irreale.</p>
<p>La realtà presentata simultaneamente, a proposito  di logica o di violazione di logica, assume possiamo dire gli aspetti di una struttura bi-logica come la intende M. Blanco.</p>
<p>Le immagini di Magritte, allo stesso modo, hanno sfidato le regole della ragione.</p>
<p>Ma se questo tipo di arte, che non appaga la nostra coscienza razionale, rende inquiete e desiderose di spiegazioni la nostra sensibilità e la nostra emozione, sarà allo stesso modo capace la nuova tecnologia virtuale di stimolare la nostra ricerca?</p>
<p><strong>Riferimenti Bibliografici</strong></p>
<p>D’Agostini F. “Introduzione alla verità”, Bollati Boringhieri, Torino 2011</p>
<p>Ginzburg A., Lombardi R. (a cura di) “L’emozione come esperienza infinita” Franco Angeli, Milano 2007</p>
<p>Habermas J. “Etica del discorso”” Laterza, Bari 1983</p>
<p>Matte Blanco I. “L’inconscio come insiemi infiniti” Einaudi, Torino 1981</p>
<p>Morandi C. “Psicologia e internet” www.isuri.org</p>
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		<title>Autismo: Another brick in “Le mùr”?</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 06:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Autismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lacan]]></category>
		<category><![CDATA[Le mùr]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Sophie Robèrt]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 26 febbraio la redazione di Osservatorio di Psicologia nei Media riceve la segnalazione di una professionista in relazione all’articolo&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 26 febbraio la redazione di Osservatorio di Psicologia nei Media riceve la segnalazione di una professionista in relazione all’articolo di Gilberto Corbellini de Il Sole 24 Ore, in merito alla messa al bando del documentario Le Mur di Sophie Robert, condannata inoltre a risarcire 3 psicoanalisti da lei intervistati nel film per 40000€.</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizzando la segnalazione della collega come canovaccio, vogliamo presentare un Dossier, invitando i professionisti del settore ad arricchire queste pagine con il proprio contributo relativamente al trattamento dei soggetti con autismo, inviandolo corredato di una breve presentazione personale all’indirizzo:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="mailto:redazione@osservatoriopsicologia.it">redazione@osservatoriopsicologia.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">La redazione di Osservatorio di Psicologia nei Media si riserva il diritto di selezionare il materiale inviato, prima della sua eventuale pubblicazione secondo i criteri di netiquette del sito; non verranno pertanto presi in considerazione scritti offensivi, inutilmente polemici, privi di fondamenti teorico-esperenziali. OPM comunque declina ogni responsabilità in relazione alle idee espresse dagli autori, offrendo semplicemente uno spazio di discussione teoricamente neutrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-1647" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/10/23/divorzio-e-famiglia-allargata-rovinano-i-bambini/segnalazione_mini-2/"><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 12 febbraio 2012 il Sole 24 ore ha dedicato all’argomento autismo infantile un articolo, a cura di Gilberto Corbellini, dal titolo “L’autismo dei lacaniani”, <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-02-12/lautismo-lacaniani-081806.shtml?uuid=Aa0MrcqE">http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-02-12/lautismo-lacaniani-081806.shtml?uuid=Aa0MrcqE</a>.  Corbellini propone questo suo approfondimento in relazione alla messa al bando del documentario Le Mur di Sopbie Robert, aggredendo la psicoanalisi lacaniana.</p>
<p style="text-align: justify;">Risponde l’associazione Lacaniani Italia <a href="http://www.freud-lacan.it/?p=1386">http://www.freud-lacan.it/?p=1386</a> al Direttore de Il Sole 24 ore e replicano anche Antonio di Ciaccia e Michele Cavallo; è possibile leggere l’intervista di Antonio di Ciaccia su <a href="http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2012/03/Intervista-Antonio-Di-Ciaccia-e-Loredana-Lipperini-Programma-Fahrenheit-di-RAI-3-24.2.12.pdf">http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2012/03/Intervista-Antonio-Di-Ciaccia-e-Loredana-Lipperini-Programma-Fahrenheit-di-RAI-3-24.2.12.pdf</a> ed ascoltare la trasmissione di Radio 3: <a href="http://www.radio.rai.it/radio3/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=327987">http://www.radio.rai.it/radio3/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=327987</a>. La mail del Dr. Di Ciaccia è invece disponibile su <a href="http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/per-voi/articoli/87-in-risposta-allarticolo-qlautismo-dei-lacanianiq.html">http://www.lapsicoanalisi.it/psicoanalisi/index.php/per-voi/articoli/87-in-risposta-allarticolo-qlautismo-dei-lacanianiq.html</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risponde a Corbellini anche Michele Cavallo, con l’articolo: L’autismo dei giornalisti della Domenica che invece alleghiamo in versione integrale:</p>
<p style="text-align: justify;">L’autismo dei giornalisti della domenica.<br />
L’articolo di Gilberto Corbellini apparso sulla Domenica del Sole 24 ore del 12 febbraio, è la dimostrazione lampante che l’autismo non è una malattia genetica, può insorgere in chiunque a qualsiasi età.<br />
Per poter scrivere un articolo su un tema simile bisognerebbe invocare Hegel, Kant e Andrea Pazienza. Il primo per la dialettica, il secondo per il giudizio il terzo per il cognome. Qualità che sembrano mancare al giornalista della domenica.<br />
Ecco cosa si sostiene nell’articolo: “Non accettare la manipolazione e il fraintendimento è un odioso attacco alla libertà di espressione, condotto con argomenti che offendono la logica e la trasparenza del diritto. Ognuno deve essere libero di attribuire all’altro quel che vuole o crede di aver capito. In una democrazia liberale un’opera intellettuale può essere censurata solo se il suo contenuto è diffamatorio. Qual è la causa dell’autismo? La psicoanalisi, in particolare il lacanismo. Visto che è assolutamente certo e dimostrato scientificamente che si tratta di un disturbo neurologico con basi genetiche, è evidente la dannosità della psicoanalisi per diagnosticare e trattare l’autismo. Le sue ridicole tesi sulla madre frigorifero o coccodrillo, o addirittura sulla allucinatoria fortezza vuota, ignorano la cosa più ovvia del mondo: è l’organizzazione disfunzionale del cervello che pregiudica lo sviluppo delle capacità di cognizione sociale. Chi non può dimostrare l’efficacia del proprio metodo con il metro fornito dalle scienze cognitivo-comportamentali e neurologiche è un ciarlatano”.<br />
Il giornalista della domenica sicuramente obietterà che questo non è esattamente il suo pensiero, che sono stralci malamente tagliati del suo articolo. È vero! Gli rispondo con un altro suo stralcio: “protestare sarebbe un grave attentato alla libertà di espressione che avallerebbe tesi oscurantiste”.<br />
Michele Cavallo<br />
Psicologo, psicoterapeuta, partecipante SLP</p>
<p style="text-align: justify;">Da entrambe le parti, a favore del documentario ed a sostegno della psicoanalisi iniziano varie petizioni: <a href="http://www.supportthewall.org/">http://www.supportthewall.org/</a> e <a href="http://www.manifestoperladifesadellapsicanalisi.it/">http://www.manifestoperladifesadellapsicanalisi.it/</a> per citarne due.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare viene richiesta la riapertura delle linee guida per “Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti” che potete visionare qui: <a href="http://www.snlg-iss.it/cms/files/LG_autismo_def.pdf">http://www.snlg-iss.it/cms/files/LG_autismo_def.pdf</a></p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 Febbraio viene pubblicato a favore della Psicoanalisi l’articolo di Luciana Sica <a href="http://www.lacanquotidien.fr/blog/2012/02/la-repubblica-luciana-sica-22-febbraio-2012-un-manifeste-pour-defendre-la-psychanalyse/">http://www.lacanquotidien.fr/blog/2012/02/la-repubblica-luciana-sica-22-febbraio-2012-un-manifeste-pour-defendre-la-psychanalyse/</a> . L’articolo ed il “manifesto” della psicoanalisi al link <a href="http://www.spiweb.it/IT/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1915&amp;Itemid=236">http://www.spiweb.it/IT/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1915&amp;Itemid=236</a></p>
<p style="text-align: justify;">Il 4 Marzo è ancora Corbellini a rispondere <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-03-04/senza-prove-terapia-081609.shtml?uuid=Abqdy21E">http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-03-04/senza-prove-terapia-081609.shtml?uuid=Abqdy21E</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-1414" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/09/19/gli-stupratori-hanno-gli-occhi-dolci/parere_exp-2/"><img class="size-full wp-image-1414 alignright" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE DELL’ESPERTO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/03/31/another-brick-in-%E2%80%9Cle-mur%E2%80%9D-parere-del-dr-virginio-baio/">Dr. Virginio Baio</a></p>
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