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	<title>Osservatorio Psicologia</title>
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	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
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		<title>Genitori ad ogni costo?</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Anziani]]></category>
		<category><![CDATA[Genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[Lorita Tinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Sentenza]]></category>
		<category><![CDATA[tribunale]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" />SEGNALAZIONE
Gentili colleghi, ho letto l’articolo di qualche mese fa dal&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" />SEGNALAZIONE</strong><br />
Gentili colleghi, ho letto l’articolo di qualche mese fa dal titolo ‘Genitori troppo anziani’: tolta la figlia di sedici mesi a una coppia di Mirabello.<br />
Nell’articolo si faceva riferimento ad una sentenza che toglieva una bambina ai suoi genitori in quanto troppo in là con gli anni e quindi, potenzialmente non in grado di sostenerla nella crescita. La sentenza puntava il dito anche contro l’abuso del progresso in materia generica, in quanto possibilità che “se spinta oltre certi limiti si fonda sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni che necessariamente implicano l´accantonamento delle leggi di natura e una certa indifferenza rispetto alla prospettiva del bambino”.<br />
Lettera firmata</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong>ARTICOLO ORIGINALE</strong><br />
<a href="http://www.casalenews.it/notizia/cronaca/2011/09/16/genitori-troppo-anziani-tolta-la-figlia-di-sedici-mesi-a-una-coppia-di-mirabello/adozione-tribunale%20minori-mirabello%20monferrato-fecondazione/c52d4e0bff5e201c7f0713822e423b6b" target="_blank">http://www.casalenews.it/notizia/cronaca/2011/09/16/genitori-troppo-anziani-tolta-la-figlia-di-sedici-mesi-a-una-coppia-di-mirabello/adozione-tribunale%20minori-mirabello%20monferrato-fecondazione/c52d4e0bff5e201c7f0713822e423b6b</a></p>
<p><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLA DR.SSA LORITA TINELLI</strong></p>
<p style="text-align: right;">I vostri figli non sono i vostri figli.<br />
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.<br />
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,<br />
E benché stiano con voi non vi appartengono.<br />
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,<br />
Perché essi hanno i propri pensieri.<br />
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,<br />
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.<br />
Potete sforzarvi d&#8217;essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.<br />
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.<br />
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.<br />
L&#8217;Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell&#8217;infinito,<br />
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.<br />
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell&#8217;Arciere;<br />
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l&#8217;arco che sta saldo.<br />
Kahlil Gibran – Il profeta</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="size-full wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></strong>La storia pubblicata dai media ha sollecitato tante riflessioni.<br />
La gente comune si è chiesta se il Tribunale dei minori non sia intervenuto in maniera troppo rigida, seppur motivato dall’urgenza del dover tutelare la minore, e forse trascurando tutte le dinamiche di una vicenda così complessa. Ma si è anche discusso molto del bisogno della genitorialità “ad ogni costo”.  Quello che, negli ultimi tempi, fa tanto parlare anche il mondo del gossip, per via delle tante star divenute mamme oltre i 50.<br />
I media hanno fatto risaltare l’enorme differenza di età esistente sia tra i partner della nostra storia sia tra loro e la bambina come il problema più difficile da accettare da parte della comunità. Lo stesso tribunale difatti ha parlato di ‘volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni che necessariamente implicano l´accantonamento delle leggi di natura e una certa indifferenza rispetto alla prospettiva del bambino, in riferimento alla scelta di procreazione artificiale dei due coniugi.<br />
Lungi da voler entrare nel merito di una storia che personalmente non conosco, le mie riflessioni partono da un assunto più generale.  Si è certi che ad un minore sarà assicurato sempre un futuro migliore, estrapolandolo da quelle che sono le sue origini e inserendolo in un altro contesto familiare? Si è certi che in un caso del genere il pregiudizio ‘della genitorialità ad ogni costo non abbia avuto influenza su quella che poi è stata la presa di posizione del Tribunale dei minori?<br />
In un libro pubblicato lo scorso anno dalla collega Vania Valoriano  (2011), da cui ho ripreso il titolo per il mio commento, sono state evidenziate le risultanze psicologiche, mediche e sociali dei mancati passaggi generazionali, per esempio  quelli da figlia a madre, da figlio a padre e da coppia a genitori. Quanto più questi mancati passaggi sono dovuti a limiti dei tempi biologi propri della donna,  tanto da impedirle di vivere a lungo l’idea e la speranza di un concepimento, tanto più diventano dolorosi e difficili da elaborare.<br />
L’assenza di concepimento è il più delle volte un problema di sofferenza o meglio, come sottolinea Carlo Flamigni (1994), comporta diversi tipi di sofferenza riscontrabili in tutte le coppie sterili, ma ciascuno di essi è unico e non confrontabile. Menning (1975) parla addirittura di una sorta di “crisi di vita” che coinvolge l’individuo e la coppia su diversi piani, dando luogo a vissuti di frustrazione, stress, inadeguatezze e perdite.<br />
Diverse ricerche realizzate su campioni di coppie in trattamento di fecondazione assistita hanno evidenziato nelle stesse coppie la presenza di una carica emotiva troppo elevata, durante il trattamento. Tale carica emotiva rendeva ancora più difficile l’accettazione del fallimento e quindi la rinnovata sperimentazione di un mancato passaggio generazionale, col rischio di esserne sopraffatti. Tali risultati inducono a riflettere sull’importanza di intensificare gli sforzi di accoglienza e di informazione da parte dei tecnici sin dalle prime fasi preparatorie del programma di procreazione assistita, ma soprattutto evidenziano l’importante di un sostegno psicologico costante, utile all’elaborazione delle ansie e delle paure sottostanti (Dennerstein e Morse, 1988; Callan e Hennessey, 1989). Non solo, ma in tale contesto il supporto psicologico può essere letto anche come uno strumento di diagnosi e di prevenzione delle sequele psicologiche e psicosessuali (Link e Darling, 1986). Altro obiettivo della consulenza psicologica è quello di identificare le situazioni a rischio, selezionando per ogni singola coppia l’intervento più appropriato, proprio come avviene in maniera obbligata in altri Paesi.<br />
Rispettando  il servizio di tutela dei minori che viene esercitato dai Tribunali, ritengo importante, data la premessa, la garanzia, mediante un’azione preventiva, di sensibilizzazione e di informazione costante, anche del diritto delle coppie sterili, affinché, nel momento in cui possono sperimentare la loro genitorialità lo sappiano fare in maniera ‘sufficientemente buona’, per realizzare quell’importante passaggio generazionale  e non solo per il bisogno di un figlio ad ogni costo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong><br />
Cagnazzo G., Fecondazione artificiale: aspetti clinici e di tecnica, in Atti del III Congresso Nazionale e Workshops di Formazione della Società Italiana per la Ricerca e la Formazione in Sessuologia, Bari, 1988, Ies Mercury Editoria, Roma.<br />
Capitanio G.L., Curotto R., Diagnosi di sterilità e l&#8217;impatto sulla sessualità della coppia, in Atti del XIII Congresso della Società Italiana di Sessuologia Clinica, Modena, 1993, CIC Edizioni Internazionali, Roma.<br />
D&#8217;Ambrogio G., Nappi R.E., Tarabusi M., Fioroni L., Genazzani A.R., La riuscita o il fallimento della fecondazione e le sue ripercussioni sulla vita della coppia, in Atti del XIII Congresso della Società Italiana di Sessuologia Clinica, Modena, 1993, CIC Edizioni Internazionali, Roma.<br />
Di Francesco G., Sessualità nella coppia sterile, Rivista Sessuologia, 14, 1990, 266-269.<br />
Di Francesco G., Fecondazione assistita, Rivista Sessuologia, 14, 1990, 270-273.<br />
Gentili P., Franzese A., Valutazione dei meccanismi di difesa in un campione di coppie infertili, Rivista Sessuologia, 1991, 15 (1), 1991, 31-36.<br />
Flamigni Carlo, I laboratori della felicità. La cura della sterilità tra successi e delusioni. Bompiani, 1994<br />
Manara F., Boscia F.M., Figli desiderati?, in Atti del III Congresso Nazionale e Workshops di Formazione della Società Italiana per la Ricerca e la Formazione in Sessuologia, Bari, 1988, Ies Mercury Editoria, Roma.<br />
Menning B.E., The infertile couple: a plan for advocacy, Child Welfare, 54, 1975, 454-460.<br />
Simonelli C., Concepimento senza sessualità, Il Diritto della Famiglia e delle Persone, luglio-dic. 1987, 1449-1465.<br />
Valoriano Vania, Genitori ad ogni costo. Carocci, 2011<br />
Venturini R., Simonelli C., Acocella A.M., Le nuove tecniche di fecondazione: paternità e maternità in un mondo che cambia, Lo Psicologo, 3, 1986, 50-54.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="size-full wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" />PARERE DEL DR. MARIO RUSSO</strong><br />
Di fronte alla vicenda, riportata nell’articolo segnalato, dei due coniugi di Mirabello la cui figlia è stata dichiarata adottabile dal Tribunale per i minorenni di Torino è immediata la tentazione a schierarsi pro o contro qualcuno dei protagonisti, criticando o approvando la sentenza del tribunale, talvolta sulla base di conoscenze necessariamente incomplete e di parte.<br />
Proveremo, al contrario, a proporre alcune considerazioni che possano essere utili anche in occasioni analoghe,  andando al di là del caso specifico rispetto al quale le valutazioni conclusive vanno fatte nelle sedi proprie e sulla base degli atti raccolti.<br />
1. Il caso dei coniugi di Mirabello negli ultimi anni si è presentato all’attenzione dei mass media in più occasioni e sotto diverse configurazioni, provocando ogni volta appassionati e aspri dibattiti. Per esempio:<br />
in occasione della nascita della figlia (maggio 2010), attraverso il ricorso all’estero alla procreazione assistita eterologa, in considerazione dell’età avanzata dei due genitori;<br />
a seguito della sentenza di adottabilità da parte del TM di Torino (settembre 2011), anche in questo caso posta in relazione da parte dei media con l’età dei protagonisti;<br />
in prossimità dell’udienza preliminare (prevista per febbraio 2012) nel processo penale istruito contro i due coniugi per l’ipotesi di reato di abbandono di minore: probabilmente a questa imminente evenienza è legata la ricomparsa di vecchi articoli sul caso.<br />
L’interesse costantemente rinnovato da parte dei mezzi di comunicazione di massa è certamente segno che questa storia contiene motivi e tematiche che toccano la nostra sensibilità e le nostre convinzioni più profonde sulla genitorialità e sulla cura verso l’infanzia.<br />
2. E’ necessario ad ogni modo ampliare e arricchire gli elementi di conoscenza, integrando i contenuti dell’articolo segnalato con ulteriori informazioni tratte dalla rassegna stampa che si può raccogliere sul caso:<br />
dopo il matrimonio nel 1990, quando la donna aveva 36 anni, la coppia si è sottoposta, in Italia, a dieci tentativi di fecondazione assistita, tutti senza successo;<br />
in seguito, sono state presentate due richieste di adozione nazionale e internazionale (nel 1999 e nel 2003), entrambe respinte; in tali occasioni, secondo alcuni media, la coppia non avrebbe raccolto l’invito a sottoporsi ad una psicoterapia;<br />
pochi giorni dopo la nascita della piccola e su segnalazione del servizio sociale dell’ospedale dove è avvenuto il parto, la Procura minorile di Torino ha aperto un fascicolo e disposto accertamenti. Poco meno di un mese dopo (giugno 2010), anche a seguito della del presunto abbandono in auto della neonata, il TM dispone il suo allontanamento dalla famiglia di origine e l’affidamento ad altra famiglia in attesa di completare le indagini e gli approfondimenti per la decisione sull’eventuale adottabilità;<br />
dopo la diffusione della notizia in merito alla sentenza di adottabilità, il Tm di Torino ha precisato che la decisione non è stata causata dall’età dei genitori, ma piuttosto da episodi di abbandono e dalla mancanza di presupposti per il recupero della funzione di genitori.<br />
Questa precisazione, tuttavia, è contestata dai legali  della coppia, secondo i quali il richiamo alla condizione anagrafica invece è costantemente presente nella sentenza.<br />
3. Esistono alcuni principi di riferimento e alcune precise norme di legge che orientano le decisioni che i Tribunali per i minori assumono in materia di potestà genitoriale.<br />
In primo luogo, è la stessa Costituzione (art. 30) a prevedere l’ipotesi di una eventuale “incapacità” dei genitori nell’espletare il diritto/dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, prevedendo che in questi casi lo stato e i suoi organi intervengano per garantire al minore il pieno sviluppo della sua personalità.<br />
Conseguentemente, il codice civile, nell’ambito delle disposizioni sulle potestà genitoriali, prevede sia che il giudice decida la decadenza della potestà sui figli e il conseguente allontanamento nel caso che il genitore trascuri i propri doveri o abusi dei relativi poteri provocando grave pregiudizio ai figli (art. 330); sia che adotti provvedimenti (revocabili in qualsiasi momento) di limitazione della potestà e di allontanamento, quando la condotta non sia così grave come nell’ipotesi precedente ma tale da apparire comunque pregiudizievole al figlio (art. 333).<br />
Si tratta, peraltro, di principi e disposizioni coerenti con i valori alla base della Convenzione sui diritti del fanciullo, adottata dall’Onu nel 1989, laddove si afferma tra l’altro che nelle decisioni relative ai minori di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del minore deve costituire una considerazione preminente.<br />
Si tratta, come è ovvio, di principi e disposizioni generali che, per trovare applicazione adeguata nei singoli giudizi specifici dei tribunali, debbono correlarsi al concreto contesto di riferimento in termini di accertamento di fatti precisi e di solide valutazioni metodologicamente fondate.<br />
Nella sentenza del Tm è possibile riconoscere tre diversi ordini di motivazioni:<br />
accertamento di “fatti oggettivi”, rilevanti penalmente e/o in sede di giudizio minorile: per esempio, l’episodio del presunto abbandono della neonata in auto, segnalato da alcuni vicini;<br />
valutazioni di personalità, necessarie a formulare ipotesi sulla potenziale adeguatezza genitoriale dei due coniugi: a questo proposito, alcuni media riportano che la perizia psichiatrica avrebbe evidenziato che il padre presenta “scompensi in senso dissociativo e psicotico” e che la madre “non stabilisce con la figlia contatto emotivo  &#8230; mostrando una ferita narcisistica intollerabile”;<br />
valutazioni specifiche sul ricorso alla procreazione assistita; in altri termini, la scelta di ricorrere ad età avanzata a tale trattamento viene assunta come indicativa di un atteggiamento non adeguato verso la genitorialità: infatti, nella sentenza si rileva “ … come il dato della differenza di età per i genitori non assume alcuna rilevanza, essendo secondario rispetto all’appagamento del bisogno narcisistico di avere un bambino”.<br />
Il complesso di tali considerazioni conduce, pertanto, alla decisione sulla sussistenza di una condizione di abbandono  “nell’accezione che configura non già carenze di tipo materiale, bensì mancanza delle caratteristiche minime indispensabili per assicurare alla bambina una crescita psicofisica adeguata, giudizio peraltro ancorato a dati incontrovertibili e tendenzialmente immodificabili, attesa la già evidenziata carente consapevolezza dei propri limiti”.<br />
Si tratta di ordini di motivazioni che vanno tenuti distinti, per evitare il rischio di ridurre la complessità delle questioni in gioco, ma che al tempo stesso nel percorso argomentativo si presentano fortemente intrecciate e tali da richiamarsi e rafforzarsi reciprocamente.<br />
4. A questo proposito, è importante evidenziare una questione che riguarda il ruolo svolto dei mass media rispetto a questo tipo di vicende.<br />
In altri termini,  quando si trasferiscono situazioni e argomentazioni di tale complessità nel discorso comunicativo dei media, necessariamente semplificato, si verifica spesso una sorta di fenomeno di “lost in traslation”, nel senso che, come per l’azione di un setaccio, vengono lasciati passare e posti in rilievo solo alcuni degli elementi in gioco, che finiscono per risultare scollegati dalla rappresentazione complessiva dei fatti.<br />
Nel caso che stiamo considerando, nel racconto dei mezzi di informazione l’enfasi maggiore è stata certamente attribuita alla condizione anagrafica dei neo-genitori.<br />
Tutto questo, tuttavia, finisce per attivare un dibattito fuorviato (privato di una conoscenza complessiva del problema) e purtroppo anche fuorviante (poiché mette in rilievo aspetti che non sono centrali o decisivi. Non a caso, infatti, il dibattito finisce per ruotare attorno a due tipi di domande: “E’ giusto togliere la figlia a due genitori solo perché sono troppo anziani?”, oppure “E’ accettabile il ricorso alla procreazione assistita anche in età avanzata?”.<br />
5. E’ opportuno, invece, di accennare ad alcune questioni che meritano un’attenzione maggiore di quella che possiamo riservare in questa occasione.<br />
Un primo ambito di considerazioni riguarda più direttamente la professione dello psicologo, coinvolto nei procedimenti di giustizia minorile come perito o come giudice esperto, in considerazione soprattutto di tutta una serie di critiche che tendono a contrapporre la solida concretezza dei fatti da accertare alla presunta vaghezza delle valutazione etiche o psicologiche.<br />
In realtà, come ho cercato di evidenziare su questo sito in una precedente occasione, questa distinzione tra motivi “oggettivi” e “soggettivi” si basa su una consapevolezza imprecisa della natura dell’atto valutativo, quasi che nella valutazione psicologica di situazioni di incapacità genitoriale ci trovassimo di fronte soltanto a opinioni di operatori psico-sociali più o meno fondate, mentre in altri casi (per esempio, laddove si riscontrano maltrattamenti o abusi sessuali) la registrazione di un “fatto” oggettivamente avvenuto giustifica l’assunzione di decisioni che intervengono sulla potestà genitoriale. In realtà, la valutazione non coincide mai con la semplice registrazione o misurazione dei fatti, poiché a questa registrazione o misurazione si aggiunge un’attribuzione di “valore”, nel senso di riferire tali risultanze ad un sistema di parametri tecnico-professionali, storici, giuridici e persino etici che danno senso al fenomeno indagato e aiutano a prendere le decisioni adeguate. D’altra parte, è altrettanto necessario che ogni formulazione diagnostica sia correlata ad una equilibrata e precisa individuazione dei “fatti” rilevanti nel contesto, per evitare il rischio di risultare un’applicazione astratta  -e, in ultima istanza, moralistica – di categorie generali.<br />
Un secondo ambito di considerazioni riguardano le questioni della procreazione assistita.<br />
Innanzitutto, il ricorso a strutture estere per realizzare un progetto di maternità assistita eterologa, anche per le complicazioni sopravvenute nel caso in questione, evidenzia la presenza di forti disarmonie tra le normative europee in materia e richiama l’esigenza di giungere ad una maggiore armonizzazione.<br />
Inoltre, è sempre più opportuno arricchire la nostra comprensione dei processi psicologici, culturali ed etici coinvolti nel ricorso alle diverse forme di procreazione assistita, anche per i riflessi che tali esperienze in ambiti collaterali, come ad esempio nella valutazione di coppie che si propongono per l’adozione dopo tentativi di procreazione assistita.<br />
Infine, la vicenda dei coniugi di Montebello e il dibattito che si è sviluppato a seguito della sentenza di adottabilità della loro neonata chiama in causa considerazioni più generali sui fondamenti etici della paternità e della maternità e quindi sulla fonte degli speciali diritti/doveri attribuiti ai genitori.<br />
Le risposte diversificate che diamo a domande di questo genere mettono in luce l’esistenza di concezioni diverse e non sempre tra loro conciliabili della paternità e della maternità (1). In estrema sintesi e a rischio di risultare riduttivo, sempre meno ovvia risulta la tesi secondo cui il fondamento etico della genitorialità risiede nel legame biologico con i figli e nel fatto che questi rappresentano per il genitore un’estensione di sé; al contrario maggiore attenzione riserviamo all’idea che gli speciali doveri genitoriali derivino dal fatto che i genitori (attraverso la procreazione naturale o tecnologicamente assistita, ovvero mediante l’adozione) si trovano nella posizione migliore rispetto ad altri per evitare al figlio eccessivi dolori o per promuovere le più adeguate condizioni di vita.  Su questi ultimi speciali doveri verrebbero dunque a trovare fondamento gli speciali diritti e poteri dei genitori.<br />
D’altra parte, la legislazione vigente nel nostro Paese, in linea con le Dichiarazioni internazionali sui diritti dell’infanzia, sembra propendere verso una concezione del potere genitoriale come strumento per assicurare la realizzazione dei diritti dei minori e su tale fondamento trovano giustificazione anche quelle misure giudiziarie e prassi operative che, in casi particolarissimi e con tutto il necessario equilibrio, tale potere limitano o fanno decadere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota:</strong><br />
a questo proposito, si può confrontare il saggio di M. Mori “Un nuovo problema per la famiglia: la fecondazione artificiale eterologa è una forma di adozione o un’estensione delle capacità riproduttive dell’uomo”  nel volume Il bambino bionico di O. Polleggioni – M. Russo, 1989, La Nuova Italia Editrice.</p>
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		<title>Non è una situazione per principianti</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/01/28/non-e-una-situazione-per-principianti/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[concerto Jovanotti]]></category>
		<category><![CDATA[counselor]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Alleruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[incidente al Palatrieste]]></category>
		<category><![CDATA[Neva Monaco]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia dell'emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[SIPEM SOS FVG]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>

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		<description><![CDATA[<img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" />
SEGNALAZIONE
Articolo sul giornale di Trieste “Il Piccolo”, in merito&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong><br />
Articolo sul giornale di Trieste “Il Piccolo”, in merito all’intervento di una counsellor nella gestione dello stress nei ragazzi coinvolti nell’incidente del Palatrieste nel quale ha perso la vita un ragazzo.<br />
Il titolone è: “Presa una “psicologa” per aiutare i ragazzi ancora sotto choc”<br />
Ma poi nel sottotitolo si legge: La counsellor Kira Stellato ha incontrato alcuni giovani della cooperativa On Stage dopo il grave incidente<br />
Decidetevi… La counsellor è una psicologa tra virgolette?<br />
Qui il link all’articolo:<br />
<a href="http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2011/12/16/NZ_26_08.html" target="_blank">http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2011/12/16/NZ_26_08.html</a><br />
Cordiali saluti,<br />
Lettera firmata</p>
<p><strong><img class="size-full wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE DELLA DR.SSA GABRIELLA ALLERUZZO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Le virgolette sono un segno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tipografia" target="_blank">tipografico</a> usato per contraddistinguere una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Parola" target="_blank">parola</a> o una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Frase" target="_blank">frase</a> come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Citazione">citazione</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Discorso_diretto" target="_blank">discorso diretto</a>, per evidenziarne la natura <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gergo" target="_blank">gergale</a>, tecnica, metaforica o <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto" target="_blank">dialettale</a>, o per parole e frasi straniere non ancora entrate nell&#8217;uso comune della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_italiana" target="_blank">lingua</a>. Si usano sempre in coppia, in modo analogo alle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Parentesi" target="_blank">parentesi</a>, e perciò compaiono anch&#8217;esse sempre come &#8220;aperte&#8221; e &#8220;chiuse&#8221; rispettivamente prima e dopo la parola o la frase di pertinenza.</em>” (fonte: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Virgolette" target="_blank">Wikipedia</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">L’espressione “tra virgolette” si adopera anche colloquialmente, e dichiara che si stanno prendendo le distanze dalle parole che si stanno usando.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene da chiedersi se queste virgolette, poste in un luogo importante dell’articolo – il titolo – non abbiano una finalità apotropaica, come se l’estensore dell’articolo, Matteo Unterweger, avesse voluto tenere a distanza degli influssi negativi. Quali essi siano, è difficile dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbero avere a che fare con un tentativo di evitamento dei sentimenti angosciosi connessi a una tragedia improvvisa e violenta o almeno con una loro declassazione: se è bastata una “psicologa” e non è servito uno psicologo dell’emergenza, allora l’evento non è stato così grave… Oppure potrebbe esserci nelle intenzioni del giornalista un preventivo sottrarsi a eventuali implicazioni legate a una possibile denuncia per abuso di professione (l’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia ha già ricevuto la segnalazione e al momento attuale sta attivando la Commissione Deontologica). O entrambe le cose assieme o, ancora, chissà che altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in fondo, quel che ha davvero importanza è capire ciò che la Psicologia dell’Emergenza, può offrire alle vittime primarie (gli eventuali sopravvissuti all’evento traumatico), secondarie (chi ha assistito all’evento) e terziarie (i soccorritori che assistono le vittime primarie), e se in frangenti gravemente traumatici come quello citato un counselor possa assumersi il compito e la responsabilità di intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Osservatorio ha già trattato, in parte, questi due argomenti. Il lemma Psicologia dell’Emergenza nel nostro Glossario è piuttosto articolato, e alcuni pezzi sull’argomento sono reperibili con il tag relativo, mentre il tema della diverse professionalità e competenze di psicologo e counselor è discusso nel bell’editoriale di Chiara Santi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo come siano andate esattamente le cose nel caso specifico, tuttavia sappiamo che una delle difficoltà che incontra lo psicologo dell’emergenza è quella di trovarsi, spesso lui stesso soggetto a una condizione di forte stress emotivo, a dover aiutare una persona che non ha mai incontrato prima e che si trova in uno stato emotivo di forte turbamento, normalmente con comportamenti reattivi marcati, che possono andare da reazioni emotive di stampo nevrotico a reazioni psicotiche gravi. Non c’è il tempo per fare un’anamnesi nè una diagnosi, e frequentemente non c’è nemmeno un setting esterno – una cornice spazio-temporale che delimita ruoli e funzioni -, eppure bisogna intervenire efficacemente e il prima possibile allo scopo di prevenire le possibili ripercussioni del trauma a lungo termine.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo vi sono trattamenti terapeutici d’emergenza e tecniche specifiche di gestione dello stress da evento critico, ma esiste anche una formazione specifica che viene erogata mediante master universitari o dalle associazioni accreditate presso la Protezione Civile. Si tratta di una formazione teorica che include anche esercitazioni programmate e che pone massima attenzione anche alla salute mentale dello psicologo che opera in situazioni di emergenza. Occorre infatti conoscere bene la propria emotività e saperla dominare, in quanto la prima regola di un soccorritore è quella di non mettere se stesso in pericolo.<br />
Va ricordato infine che l’assistenza psicologica erogabile nelle situazioni di catastrofe rientra nella normativa italiana che, fra le altre cose, istituisce il ruolo dello psicologo per le situazioni di crisi e comprende la sua attività negli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una situazione per principianti.</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia pubblicata dal Piccolo di Trieste ha indotto la Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza del Friuli Venezia Giulia a segnalare tale grossolana incongruenza alla redazione del Piccolo nonché all’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Visto il diretto e tempestivo coinvolgimento degli psicologi della SIPEM SOS – FVG nel sostegno psicologico delle persone coinvolte, è con piacere che ospitiamo il parere della dott.ssa Neva Monaco, Presidente dell’associazione.</p>
<p><img class="size-full wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PARERE DELLA DR.SSA NEVA MONACO</strong><br />
GLI PSICOLOGI DELL’EMERGENZA A TRIESTE – (chi è e cosa fa lo psicologo in emergenza)<br />
È stato con stupore, rabbia e profonda indignazione che gli psicologi dell’emergenza SIPEM SOS FVG, intervenuti con il 118 al Palatrieste in seguito al crollo del palco, hanno appreso dall’articolo apparso sul quotidiano locale, Il Piccolo dd. 16 dicembre 2011, firmato dal giornalista Matteo Unterweger, che era stata “Presa una “psicologa” per aiutare i ragazzi sotto choc”.<br />
Gli psicologi dell’emergenza SIPEM SOS FVG intervenuti nella scena del dramma hanno prestato opera di assistenza e sostegno psicologico a quanti erano colpiti e sconvolti dal dramma che avevano vissuto. Essi non hanno voluto dare notizie alla stampa sulle persone colpite e sui parenti della vittima, “oggetto” di interesse dei giornalisti presenti, per non distogliersi dall’attività che stavano svolgendo e dal dolore che stavano aiutando a contenere, ma anche per non violare sensibilità e sentimenti delle stesse persone assistite, che sono i primi soggetti da tutelare, a norma del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, delle Linee Guida professionali in materia e delle varie “Carte” sottoscritte dagli Ordini dei Giornalisti, degli Psicologi, dei Medici (ricordo alcune: la “Carta di Assisi”, la “Carta di Treviso” ecc.).<br />
Noi, professionisti psicologi e psicoterapeuti, attivi nelle Emergenze, regolarmente iscritti all’Albo Professionale, volontari nelle Emergenze con il 118 e non solo, ci siamo ritrovati ignorati, nonostante  la delicatezza dell’opera svolta e offesi dall’abuso del titolo “psicologa” per chi non è iscritto all’Ordine degli Psicologi, né nazionale né regionale, ma svolge un’attività di counselling. Infatti l’articolo descriveva l’attività di una counsellor (citando nome e cognome).<br />
Un articolo simile lascia intendere che le professioni di counsellor e di psicologo coincidano. Spesso queste due figure vengono confuse, soprattutto quando, come nell’articolo, si parla di “intervento terapeutico”. È proprio questa ambiguità a creare confusione.<br />
Ci preme in questa sede chiarire le differenze tra le due figure. Una counsellor può fare un intervento di “gestione dello stress” che differisce sensibilmente da un intervento “terapeutico”. Inoltre, la gestione dello stress che un counsellor opera in situazioni di normale stress lavorativo, richiamando alla solidarietà interna del gruppo di lavoro, è diverso  dall’affrontare lo stress vissuto da un gruppo di colleghi che ha visto morire un proprio compagno e che ha rischiato personalmente la vita. In questo caso siamo di fronte ad una situazione traumatica che necessita l’intervento dello psicologo.<br />
I due tipi di intervento richiedono professionalità e competenze diverse.<br />
La non regolamentazione della professione di counselling nuoce agli utenti in quanto vengono a mancare i presupposti minimi per la tutela che, invece, una professione regolamentata garantisce (Legge di ordinamento, codice deontologico, etc.); l’attività di counselling è in realtà attività di consulenza psicologica e, pertanto, i counsellor che si definiscono tali ma che non sono psicologi iscritti all’Ordine compiono un abuso (esercizio abusivo della professione); molte competenze del counselling sono competenze proprie alla professione di psicologo e dunque, le stesse scuole di formazione che erogano corsi di counselling a non psicologi, compiono un abuso in riferimento all’art. 21 del codice deontologico degli psicologi; molte competenze del counselling, essendo competenze proprie alla professione di psicologo, possono essere esercitate solo da psicologi iscritti all’Albo, ex art. 1, L. 56/89.<br />
La SIPEM SOS FVG, costituitasi nel 2009, è un’associazione di volontariato composta prevalentemente, ma non solo, da psicologi volontari regolarmente iscritti nell’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia.<br />
L’associazione fa parte della Federazione Nazionale SIPEM SOS, ed è iscritta nell’elenco delle Organizzazioni di Volontariato della Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia e nell’elenco nazionale del Dipartimento della Protezione Civile.<br />
L’associazione persegue finalità riguardanti l’ambito delle emergenze e degli eventi critici, individuali e collettivi e naturali come ad esempio i terremoti, gli incendi e altre calamità; antropici o tecnologici come i crolli di edifici, gli incidenti dei mezzi di trasporto; le esplosioni sociali come i disordini, i rifugiati, le guerre, gli attentati, gli incidenti del lavoro e della strada; sanitari quali le epidemie, gli interventi di pronto soccorso e si adopera  sia in termini preventivi che di gestione e di intervento, per i singoli e le comunità.<br />
I volontari, la cui formazione è continua sia dal punto di vista teorico che pratico, operano nel territorio della Provincia di Trieste e, grazie ad una convenzione con il 118, rispondono ad un numero di telefono, individuato come numero di “S.o.S. Emergenza Psicologica”, se chiamati ad intervenire  in situazioni dove è richiesta l’esperienza psicologica<br />
Il numero è sia a disposizione della Centrale Operativa del 118 dell’Azienda per i Servizi Sanitari n. 1 “Triestina” che del Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera/Universitaria di Trieste.<br />
Entrambe le Strutture possono attivare lo psicologo che è reperibile 24 su 24 e 7 giorni su 7, per il sostegno ed il supporto psicologico sia per le vittime di incidenti stradali gravi, infortuni sul lavoro e domestici, che ai loro familiari.<br />
Inoltre, il medesimo numero telefonico è a disposizione degli operatori per poter usufruire dell’intervento di sostegno e supporto psicologico sia individuale che di gruppo con tecniche specifiche quali il defusing e il debrifing<br />
L’Associazione è oltre a ciò molto attiva sul campo, con percorsi di formazione sia per gli operatori del Servizio di Emergenza Territoriale 118 di Trieste che lavorano sulle Ambulanze del 118, sia per gli operatori del Corpo della Polizia Municipale di Trieste con un percorso che mira a prevenire le situazioni di stress lavorativo degli operatori, che si trovano a lavorare quotidianamente in situazioni di emergenza.<br />
È stato attivato anche un percorso di sensibilizzazione per gli operatori della Squadra Volanti di Trieste per meglio chiarire il ruolo dello psicologo in ambito delle emergenze e sul possibile supporto e intervento da parte dello psicologo per gli agenti coinvolti in fatti di particolare valenza traumatica.<br />
L’Associazione, pur essendo fresca (recente) nella sua formazione, è composta in prevalenza da giovani psicologi e psicologhe che fanno della loro particolare specialità uno strumento a disposizione sia della popolazione, che degli operatori che hanno scelto come impiego le professioni di aiuto.<br />
Questo significa che la preparazione degli psicologi/psicoterapeuti vuole e deve essere necessariamente molto accurata  e puntuale, sia con la propria personale formazione che con un costante aggiornamento teorico e sul campo, con sempre una seria supervisione che permetta agli psicologi dell’emergenza di poter lavorare serenamente su più fronti, ma sempre in sicurezza propria e degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Presidente<br />
dott.ssa Neva Monaco<br />
Cell. 3928170546<br />
SIPEM SOS FVG – via Pisoni n. 13<br />
34100Trieste<br />
www.sipemsos-fvg.it<br />
sipemsos.fvg@alice.it</p>
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		<title>Un computer da pelle</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Computer]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica.it]]></category>
		<category><![CDATA[Simonetta Putti]]></category>
		<category><![CDATA[Tizioano Toniutti]]></category>

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		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" />Gentile Redazione,
navigando sul web mi sono imbattuto in questo&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" />Gentile Redazione,<br />
navigando sul web mi sono imbattuto in questo articolo in cui si citano notizie che sembrano cambiare l&#8217;orizzonte del rapporto tra uomo e tecnologia…cose che già si profetizzavano nel cinema decenni fa, certo, ma penso che sarebbe necessaria una riflessione sulla questione del controllo che una tecnologia del genere pone ed anche un pensiero sulla questione sollevata dall&#8217;espansione di quell&#8217;area di confine tra la biologia e la tecnologia e sull&#8217;incidenza che tale espansione potrebbe avere sul versante psicologico individuale, per esempio sulla trasformazione del sentimento dell&#8217;identità ed anche sul versante relazionale. Amo la tecnologia e tutto ciò di buono che essa apporta, ma mi lascia molto perplesso, in quanto essere UMANO e in quanto psicologo (che conosce, quindi, l&#8217;importanza delle relazioni) questa tendenza, appunto ossessiva, ad assimilarsi sempre più alle macchine e a renderci la vita apparentemente più semplice ma, invariabilmente, creando sempre più distanze (anche se apparentemente le accorcia) fra le persone e robotizzando sempre di più le persone.<br />
Come tutte le cose, possono avere risultati positivi o negativi a seconda di come le si usa. Intravedo la necessità di elaborare una riflessione più critica su questo argomento e vi chiedo aiuto!</p>
<p style="text-align: justify;">Lettera firmata</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ARTICOLO ORIGINALE</strong><br />
<a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/08/13/news/impalpabile_e_flessibile_il_computer_sulla_pelle-20419657/?ref=HREC2-7" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/08/13/news/impalpabile_e_flessibile_il_computer_sulla_pelle-20419657/?ref=HREC2-7</a><br />
<strong><br />
<img class="size-full wp-image-1414 alignright" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" />PARERE DELLA DR.SSA SIMONETTA PUTTI</strong><br />
Sono stata interpellata dall’Osservatorio Psicologia nei Media al fine di stilare un parere riguardo ad articolo pubblicato da Repubblica.it a firma di Tiziano Toniutti in data 13 agosto 2011 dal titolo Impalpabile e flessibile il computer è sulla pelle.<br />
L’articolo sinteticamente annuncia, nel sottotitolo, che sono: “In fase di sperimentazione dispositivi in grado di essere applicati al corpo, potenti come i pc ma leggerissimi e pieghevoli. Veri e propri tatuaggi elettronici, che possono essere utilizzati in ambito medico, militare e professionale.”<br />
L’articolo, presenta quindi, sinteticamente, il dispositivo come: “una tecnologia sviluppata dall&#8217;équipe del professor Todd Coleman all&#8217;università dell&#8217;Illinois at Urbana-Champaign ” ovvero “un circuito elettronico che, per la prima volta, non è rigido ma si può adattare alla forma a cui aderisce senza che questo limiti le capacità di elaborazione, è grande come un francobollo e più sottile di un capello umano.”<br />
Dal report dei dati, l’articolo si sposta al futuro immaginabile: “Non solo: non ha bisogno di adesivo per aderire al corpo, ma si aggancia in virtù di forze elettrostatiche naturali. Uno smart-tattoo, un vero esoscheletro elettronico: immaginarne una rete, distribuita su tutto il corpo e in grado di comunicare verso l&#8217;esterno, significa immaginare un essere umano in cui l&#8217;identità digitale arriva a sovrapporsi a quella biologica.”<br />
E conclude: “Già oggi smartphone, tablet e pc sono estensioni quasi naturali dei nostri corpi, ma ancora ben confinate nel loro mondo. Qui si parla quasi di fusione. E il mondo fantascientifico di <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2012/01/28/blade-runner/" target="_blank">Blade Runner</a> non è più così lontano.”<br />
In sintesi,  l’articolista sembra evidenziare i possibili rischi connessi all’alterazione di identità..<br />
Ai fini di una più ampia documentazione, cercando nel web  &#8211; alla data del 12 agosto &#8211; trovo segnalazione della tecnologia de quo nel sito della rivista Science<a href="http://www.sciencemag.org/content/333/6044/838.abstract" target="_blank"> http://www.sciencemag.org/content/333/6044/838.abstract</a><br />
e – alla data del 13 agosto – trovo numerose segnalazioni del dispositivo in oggetto in siti a carattere medico, tecnologico, estetico.<br />
Attraverso la lettura delle varie notizie si apprendono ulteriori dati sulla struttura e sulle funzioni del dispositivo;<br />
all’indirizzo: http://www.medicinalive.com/medicina-tradizionale/nuove-frontiere/tatuaggio-elettronico-rilevare-segni-vitali-pazienti/<br />
“&#8230;  per tatuaggio intendiamo una scheda elettronica impressa sulla pelle, più sottile di un capello. Verrà applicata sulla pelle, senza fili né colla e sarà in grado di monitorare insieme molte funzioni, senza bisogno di collegare elettrodi e macchinari di diversa tipologia. Grazie alla sua particolare composizione sarà morbida e flessibile ed in grado di assecondare i movimenti della pelle umana. Il suo nome è EES, acronimo di Sistema elettronico epidermico. Si tratta di una sorta di chip grande appena 50 micron che aderendo alla pelle non solo è in grado di far seguire ai medici le funzioni vitali del paziente attraverso di esso, ma è anche in grado di essere applicato nella medicina “ricostruttiva” dando modo ai pazienti di recuperare la sensibilità tattile, aiutando gli stessi a guarire da particolari ferite ed ustioni. Questo ultimo utilizzo è ancora al vaglio, ma è apparso evidente,  attraverso una  sperimentazione,  come senza problemi di rigetto sia in grado di far monitorare diversi parametri vitali senza interferenze. Non solo, si tratta di un dispositivo dotato di “autoricarica” corredato di mini antenna wireless per le comunicazioni e di celle solari per rifornirsi di energia. Appare evidente, ad ogni modo, che in ogni caso la medicina del futuro si  propone già da ora di essere sempre meno invasiva e traumatica per i pazienti  che ne usufruiranno.”<br />
Qui l’articolista sembra sottolineare i vantaggi del dispositivo in questione.<br />
A fronte dell’articolo segnalato da OPM, emergono alcune  considerazioni:<br />
In prima istanza,  l’impatto della notizia può essere forte: un computer sulla pelle, che può diventare parte della pelle… il tatuaggio.. l’identità… il cyborg.. l’uomo ibridato dalla macchina…<br />
La pelle è un significativo elemento strutturale dell’Uomo, considerato come unità somato-psichico-relazionale: per  Esther Bick1, la pelle nel bambino svolge un ruolo di contenimento e collegamento delle componenti della personalità, che originariamente non hanno ancora capacità coesiva:  la pelle funziona come confine; solo quando la funzione sarà introiettata sarà possibile superare lo stadio iniziale di non integrazione e costruire, differenziando, uno spazio interno ed uno esterno.<br />
Per Didier Anzieu2, la percezione della pelle – acquisita dal bambino attraverso le prime esperienze di contatto tra il proprio corpo e quello della madre – diviene  precursore del concetto di IO, configurando un concetto di IO-Pelle. La consapevolezza progressiva della propria superficie corporea fornisce la possibilità di differenziare lo spazio interno ed esterno e  di contenere il proprio materiale psichico; la pelle diviene anche il luogo privilegiato della comunicazione con gli altri.<br />
In questa prospettiva, ogni intervento e / o manipolazione della pelle non è privo di conseguenze.<br />
In seconda istanza, la riflessione e la memoria ricordano dispositivi ed impianti tecnologici in uso sin dagli anni 60  in campo medico. Come semplici esempi  l’holter ed il pacemaker, le protesi, gli arti artificiali ((vedi il notissimo caso delle gambe artificiali del corridore Pistorius)….<br />
Non sembra esserci quindi nel dispositivo E.E.S. un elemento di novità assoluta, ma la particolarità è nella dislocazione, nel suo situarsi a contatto della pelle, sulla pelle, aderendo sulla pelle..…<br />
A fronte di quanto sopra,  ci sembra che l’E.E.S. – attraverso il concetto di computer &#8216;wearable&#8217; (indossabile) &#8211; ci richiami ad un discorso più ampio, ovvero all’Uomo tra Naturale e Artificiale, sino alla manipolazione ed alla paventata ibridazione dell’Uomo da parte della Macchina…<br />
Credo qui utile tracciare un sintetico quadro. Nell’immaginario collettivo, la possibile fusione tra uomo e macchina è presenza antica e ricorrente,  già annunciata ben prima dell’invenzione della cibernetica e poi amplificata dagli scrittori di Fantascienza,  trovando nelle rappresentazioni cinematografiche icone significative come nel Blade Runner (1982) citato dall’articolista; lo scrittore Arthur Clarke ha preconizzato una sorta di immortalità elettronica allorquando sarà possibile un riversamento dei nostri contenuti mentali in una memoria di calcolatore elettronico (Mind Uploading).<br />
Nel nostro tempo, le manipolazioni del corpo operate dalla Medicina e dalla Chirurgia fanno parte del bagaglio informativo del medio uomo contemporaneo:  il corpo viene manipolato a scopo curativo ma anche migliorativo (chirurgia estetica); viene variato ed alterato anche il concetto di un&#8217;identità stabile legata al corpo biologico; è stata variata anche la consueta categoria di durata media della vita stanti le metodiche che l’ hanno, talora incongruamente, protratta.<br />
Nell’ampia gamma di operatività oggi consentita, dagli impianti di dispositivi e protesi ai trapianti di organi, dagli interventi che incidono sul patrimonio genetico alle terapie basate sulle cellule staminali, il concetto di uomo naturale è andato progressivamente sfumando.<br />
La distinzione tra naturale e artificiale diventa sempre più problematica e configura una scena complessa che richiama il pensiero di Donna Haraway3, secondo la quale la spinta a migliorare ciò che è naturalmente determinato costituisce la base della cultura umana. Nella teorizzazione della Haraway (di matrice femminista ma estensibile al nostro discorso) la cultura occidentale si basa su una struttura binaria costituita da coppie di categorie contrapposte (uomo/donna, corpo/mente, naturale /artificiale..) e questi dualismi sono stati funzionali a logiche di dominio: nell’ auspicato superamento di questa ottica  la Haraway introduce la figura del cyborg – che in una certa misura tutti noi siamo &#8211; come metafora di una nuova condizione umana.<br />
Dal mito platonico attraverso l’alchimia, l’arte, la tecnologia, sembra affacciarsi una nuova possibile figura del nostro tempo: l’androgino cyborg…. ?<br />
Né possiamo dimenticare che già dalla metà degli anni 80 lo sviluppo progressivo e interconnesso delle I.C.T. (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) si è immesso nella quotidianità, amplificando in modo prima impensabile le possibilità umane e quindi  alterando  la stessa percezione della realtà. Per  Derrick de Kerkhove4 -  nella dimensione del Wirelessness -   il telefono cellulare, in quanto strumento che può essere portato costantemente con noi e vicino al nostro corpo, va a configurare quasi un nuovo organo di senso, come estensione diretta del tatto, della vista, dell’udito.<br />
Intanto, il fenomeno della globalizzazione, con i connessi rischi e benefici, ha configurato germi di mutazione che hanno investito la sfera dell’intera esistenza: cambiamenti rilevanti si sono verificati nell’ambito non solo dell’informazione-comunicazione, della produzione e del consumo, ma anche della relazione interpersonale, della fruizione del piacere e della sessualità, modificando e sfumando l’identità stessa dei soggetti5.<br />
L’Io è andato progressivamente presentandosi come istanza sempre meno unitaria, a rischio anche di frammentazioni e proiezioni; il Sé non di rado è andato configurandosi come proteico6, abbozzando via via una identità multipla e decentrata, da non considerarsi necessariamente come segno di isteria o schizofrenia 7. Nella scena collettiva, l’idea della Morte appare emblematica di una junghiana scissione degli opposti: spesso oggetto di rimozione o spettacolarizzazione, tra ricerca spasmodica dell’eterna giovinezza e apoteosi della terza o quarta età8.<br />
I sintetici cenni sopra delineati per ricordare come le possibilità umane e gli stessi confini del corpo siano andati aprendosi e ampliandosi, con innegabili ricadute sulla percezione di sé e della propria identità.</p>
<p>In questo sfondo, l’introduzione e la diffusione degli E.E.S. cosa potrebbe configurare e quali conseguenze potremmo attenderci sul versante psicologico-relazionale?</p>
<p style="text-align: justify;">Premettendo che già da tempo il nostro privato spazio interno è stato sfidato e ristrutturato dai media elettronici, che insieme costituiscono il cyberspazio nel quale ci muoviamo e che per Michel Benedikt è già un nuovo luogo della coscienza, si possono avanzare alcune considerazioni ed ipotesi.<br />
Ricordando che i dispositivi in oggetto si situano sulla pelle, confine tra esterno ed interno, verrebbe in un certo modo alterato il confine, potendosi quasi trattare di una tecnologia border-line.<br />
Potrebbe verificarsi, a livello psicologico, un rifiuto-rigetto o al contrario  una interiorizzazione degli E.E.S., sino ad una identificazione, parziale o totale, con essi.<br />
Nella seconda ipotesi, potrebbe verificarsi un riaggiustamento/sfasamento dell’identità che verrebbe a inglobare il dispositivo come parte di sé;<br />
potrebbero verificarsi fenomeni di dipendenza dal dispositivo che – usato al di là del territorio medico e militare – andrebbe a configurare ulteriori estensioni delle possibilità di comunicazione e controllo.<br />
Nella relazione con l’Altro, laddove prevalesse un disagio-rifiuto-rigetto dell’impianto, gli E.E.S, potendo attivare un vissuto di discriminazione, potrebbero costituire ostacolo alla relazione interpersonale; laddove prevalesse una interiorizzazione-identificazione, gli E.E.S., potendo amplificare le capacità di comunicazione-controllo (sino al rischio dell’onnipotenza), potrebbero almeno in apparenza facilitare le relazioni.<br />
Stante la particolare dislocazione del dispositivo sulla pelle, potremmo attenderci una accentuazione della superficialità, del rilievo dato all’immagine (Lash9, Debord10).<br />
Nell’immaginario, la gamma di eventi e ricadute attendibili andrebbe ulteriormente allargandosi laddove si ipotizzasse un E.E.S.  invisibile…<br />
Credo però opportuno porre adeguato limite anche alle ipotesi possibili, cercando di mantenere uno sguardo aperto ma distinguente sui due fronti della realtà e della fantasia, auspicando nel contempo  la costituzione di commissioni bioetiche che sappiano illuminare il procedere delle conoscenze e limitare, ove opportuno, le applicazioni derivabili.<br />
La sfida posta al pensiero umano dal progresso scientifico,  tecnologico e biologico  dovrebbe, auspicabilmente, impiantarsi in una rinsaldata consapevolezza dei limiti opportuni ed in una sostanziale etica della responsabilità.<br />
Ricordando che l’avvento delle nuove tecnologie ha sempre visto la compresenza di atteggiamenti contrapposti  tra tecnofobi e tecnofili (Somalvico11), dalle catastrofiche previsioni di  Paul Virilio12 all’avvento di una intelligenza collettiva e di una mente connettiva ipotizzato da Paul Levy13 e Derrick de Kerhove14, ci possiamo attendere che anche gli E.E.S. vadano ad attivare allarmi e / o entusiasmi.<br />
Se volessimo, qui giunti,  avanzare una ipotesi lungo le linee portanti del dentro – fuori e quindi anche dell’ estroversione &#8211; introversione, potremmo dire che la sfida del presente si gioca in una zona limite, la zona della soglia tra dentro e fuori, quindi nel e attorno al confine.</p>
<p style="text-align: justify;">Simonetta Putti<br />
Simonetta Putti, Analista Junghiana, socia del C.I.P.A  (Centro Italiano di Psicologia Analitica) e della I.A.A.P (International Association  for  Analytical Psychology), socio fondatore del C.S.P.L  (Centro Studi Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto).<br />
Note<br />
1 Bick, E., (1968), The Experience of the skin in early object-relation, in Meg Harris Williams, Collected Papers of Martha Harris and Ester Bick, The Clunie Press, Pertshire, Scotland, 1978<br />
2 Anzieu, D., (1985), L’Io pelle, Borla Editore, Roma, 1994<br />
3 Haraway, D., (1991), Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli 1995<br />
4 De Kerckhove, D., L’Architettura dell’intelligenza, Testo &amp; Immagine, 2001<br />
5 Turkle, S., (1996), La vita nello schermo, Milano, Apogeo, 1997<br />
6 Lifton, R.Y., The Protean Self: Human resilience in an Age of fragmentation. New York, Basic Books,1993<br />
7 Callieri, B., (1999), Post-fazione a La mente in Internet, Cantelmi T. et AA, Padova, Piccin Editore, 2000<br />
8 Putti, S., Il limite come attrattore di senso, in Giornale Storico del Centro Studi Psicologia e Letteratura, vol.6-10, 2010, Roma, Fioriti Editore<br />
9 Lasch, C., (1979), La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981<br />
10 Debord, G. E., (1967), La società dello spettacolo, Milano, Baldini &amp; Castoldi, 1997<br />
11 Somalvico B. , Né tecnofili, né tecnofobi, in La realtà del virtuale, Bari, Laterza, 1998<br />
12 Virilio P., Cybermonde: la politique du pire, Textual, Paris, 1996<br />
13 Lèvy P., L’intelligenza collettiva, Feltrinelli  Editore, Milano,  1996<br />
14 de Kerckhove D., La pelle della cultura, una indagine sulla nuova realtà elettronica, Costa&amp;Nolan,<br />
Genova, 1996</p>
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		<title>Gli psicologi aprono un negozio</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:15:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cattedrali del consumo]]></category>
		<category><![CDATA[George Ritzer]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Blandino]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[setting]]></category>

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		<description><![CDATA[<a rel="attachment wp-att-1647" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/10/23/divorzio-e-famiglia-allargata-rovinano-i-bambini/segnalazione_mini-2/"><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE
Spettabile Osservatorio,
guardate cosa mi ha inoltrato un mio amico.
<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale-1902125720791.shtml" target="_blank">http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale-1902125720791.shtml</a>
Io lo trovo&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-1647" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/10/23/divorzio-e-famiglia-allargata-rovinano-i-bambini/segnalazione_mini-2/"><img class="size-full wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Spettabile Osservatorio,<br />
guardate cosa mi ha inoltrato un mio amico.<br />
<a href="http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale-1902125720791.shtml" target="_blank">http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_novembre_11/psicologo-centro-commerciale-1902125720791.shtml</a><br />
Io lo trovo raccapricciante. Non credo che si faccia così la psicoterapia accessibile a tutti. Che vergogna.<br />
Lettera firmata</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-1648" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/10/23/divorzio-e-famiglia-allargata-rovinano-i-bambini/commento_redaz-2/"><img class="size-full wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>COMMENTO REDAZIONALE DELLA DR.SSA GABRIELLA ALLERUZZO</strong><br />
L’articolo segnalato (che non riproduciamo per rispetto del copyright)  annuncia l’apertura di un negozio di psicologi in un centro commerciale  di Milano, e introduce un argomento che non è banale come sembra.<br />
E’ un dato di fatto che la disoccupazione o la sottooccupazione degli  psicologi è quantitativamente consistente. Ancora 3 anni fa  l’Osservatorio aveva <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/07/20/in-europa-uno-psicologo-su-tre-e-italiano/" target="_blank">lanciato un allarme</a> sulla clamorosa assenza di una  politica professionale in presenza, invece, di un numero di psicologi &#8211;  tra iscritti all’Albo e in formazione nelle Università &#8211; chiaramente  sovradimensionato rispetto alle possibilità di assorbimento da parte del  mercato del lavoro, quanto meno in campo clinico. Da allora, se la  situazione è cambiata non è certo migliorata. Nel più grande ateneo  italiano, Psicologia è confluita a Medicina e con la finanziaria 2011  pare si voglia estendere l’obbligo degli ECM (Educazione Continua in  Medicina) agli psicologi. Una professione quindi che sembra assumere con  sempre maggior connotazione il profilo sanitario, quello più logoro,  anche se gli ambiti di applicazione della psicologia sono potenzialmente  moltissimi.<br />
Da questo punto di vista, le iniziative che mirano a inserire  maggiormente gli psicologi nel tessuto sociale sono interessanti e  meritano un’osservazione ravvicinata, evitando giudizi affrettati.</p>
<p style="text-align: justify;">E quale luogo è più centrale oggi, per la socialità, delle cattedrali  del consumo di cui i centri commerciali sono il prototipo? Come ha ben  puntualizzato il sociologo George Ritzer, sono dispositivi che  consentono, incoraggiano e ci “costringono”a consumare beni e servizi,  non-luoghi di falsa aggregazione finalizzati a spingere l’iperconsumo  contemporaneo fino a soddisfare (apparentemente) qualunque bisogno,  novelle istituzioni totali dall’aria scanzonata e un fondo di ferocia.  Quando si va in un centro commerciale, anche ogni giorno, è possibile  non interagire con nessuno, e la sua struttura è organizzata in modo da  convogliare i consumatori in percorsi predefiniti, che mentre  favoriscono l’isolamento allettano al consumo. Un negozio di psicologi  collocato in un centro commerciale sembra quasi un ossimoro. In ogni caso, qualunque studio professionale è sottoposto a valutazioni  da parte del cliente che riguardano anche la competenza del  professionista come ha rivelato una <a href="http://researchnews.osu.edu/archive/therapyoffice.htm" target="_blank">recente ricerca</a> dell’Università di  Columbus, Ohio. Se le persone giudicano le capacità del terapeuta in  base all’aspetto dello studio, quale sarà il messaggio che trasmette il  negozio che vediamo in fotografia? Si presenta in modo colorato,  accattivante e dinamico con una grande scritta: “L’esperto RISPONDE”. Un  luogo in cui trovare soluzioni rapide e a buon mercato, sembrerebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Per approfondire un po’ gli aspetti relativi al setting e alle ricadute  “meta” sulla professione, abbiamo chiesto a Giorgio Blandino, professore  di Psicologia Dinamica presso l’Università di Torino, di esporre il suo  punto di vista sull’iniziativa, e con lui concludiamo: vedremo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="attachment wp-att-1414" href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/09/19/gli-stupratori-hanno-gli-occhi-dolci/parere_exp-2/"><img class="size-full wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE DEL PROF. GIORGIO BLANDINO</strong><br />
E’ apparsa recentemente sul Corriere della sera una curiosa notizia dal  titolo: “Gli psicologi aprono il negozio”. Si tratta, come si legge  nell’articolo, di una sorta di Pronto Soccorso Psicologico ubicato in un  negozio che si affaccia su una via commerciale di Milano e sulle cui  vetrine fa bella mostra di sé la scritta “L’esperto risponde” a indicare  che, entro questo negozio-studio, vi lavora un team di psicologi e  psicoterapeuti. Le persone che hanno problemi possono entrare, senza  appuntamento, e a costi ridotti, per parlare dei loro problemi potendo,  in questo modo, come recita l’articolo, “superare l’imbarazzo  dell’«ultimo miglio» vale a dire la telefonata a una segretaria, la  diffidenza del primo incontro”.<br />
Questa iniziativa non rientrerebbe, a rigore, nel campo di attenzione  dell’Osservatorio Psicologia nei Media, se non per il fatto che viene  segnalata su un giornale. Merita tuttavia di essere presa in  considerazione perché mette in gioco il ruolo pubblico e la percezione  della nostra disciplina e professione che è proprio ciò l’Osservatorio  vuole monitorare. Immagine messa in gioco anche da recenti iniziative,  che lasciano tanto sorpresi quanto perplessi, come quelle di certi  psicologi che si sono inventati di vendere i loro servizi in “pacchetti”  scontati su Groupon (ma l’Ordine sta per pronunciarsi in merito sulla  falsariga di ciò che ha già fatto l’Ordine dei Medici).<br />
Per quanto riguarda l’iniziativa milanese è indubbio che si presenta  come tanto sorprendente quanto problematica, più che critica in senso  stretto, nel senso che ha alcuni pro e molti contro.<br />
Cominciamo dai pro.<br />
E’ da accogliere con simpatia, lo spirito di iniziativa dei giovani  colleghi in specie oggi che il mercato del lavoro (e non solo quello  psicologico) è così drammaticamente fermo. In altri termini è da  accogliere con benevolenza (non paternalistica), una certa qual fantasia  nell’inventarsi nuovi modi di svolgere la professione.<br />
E’ da condividere il tentativo di desacralizzare la psicologia  togliendole un po’ quell’aura mistica, che talvolta permane presso il  pubblico, e una certa soggezione che l’incontro col professionista può  ingenerare in specie nelle persone un po’ più sprovvedute culturalmente,  ma egualmente bisognose di aiuto. Magari questa iniziativa potrebbe  andare incontro a tutti quegli extracomunitari che non sono bene  informati sui servizi. E’ da apprezzare quindi lo sforzo di portare la  psicologia verso un pubblico più vasto.<br />
E’ ancor più da apprezzare che si vogliano demistificare e  decolpevolizzare le problematiche personali presentandole per quello che  sono: situazioni che fanno soffrire e che necessitano di un aiuto per  essere risolte.<br />
Ma, a fronte di questi pro, ci sono altri elementi che, a mio modo di  vedere, sono criticabili: tre di ordine professionale e due di ordine  strutturale.<br />
In primo luogo trovo discutibile, molto discutibile, che, quando si  parla di psicologia, qualcuno si presenti non solo come un “esperto”, ma  addirittura come uno “che risponde”. Ho sempre pensato che la  psicologia sia una scienza delle domande piuttosto che delle risposte.  Ho sempre pensato che lo psicologo dovrebbe aiutare il suo interlocutore  a trovarsi le risposte da solo, piuttosto che fornirgliele al posto  suo, già confezionate. E ho sempre dubitato che lo psicologo sia un  esperto. Esperto di che? Della condizione umana? Dei problemi della  vita? In altri termini, presentarsi come persone che sono esperte e  danno risposte, mi pare un tantino – come dire? – onnipotente e quindi  tale da incrementare proprio quella falsa idea della psicologia, come di  una scienza, onnipotente appunto, che tutto sa e per tutto ha risposte.  Questo è proprio quell’atteggiamento così diffuso, così stigmatizzabile  e, devo dire, anche così insopportabile, che si osserva in gran parte  dei media quando si parla di psicologia. Perciò non si fa un bel  servizio alla nostra scienza e alla nostra professione presentandola in  tal modo, vale a dire si va a colludere proprio con le idee più  sbagliate che spesso l’opinione pubblica ha della psicologia. Ora qui il  problema è: sono consapevoli di questi rischi i giovani colleghi  milanesi che si sono inventati la psicologia pret-a-porter on-the-road? O  no?<br />
In secondo luogo trovo discutibile il proporre “tariffe scontate” (vedi  Groupon di cui sopra). E’ vero che si va verso la liberalizzazione delle  professioni, l’abolizione degli Ordini, l’eliminazione delle  corporazioni, la fine dei tariffari, la libera concorrenza, il  meraviglioso futuro del libero mercato ovvero tutto ciò che renderà  l’Italia una luminosa e moderna democrazia senza più debiti e deficit  (quante cose può fare la libera concorrenza; o no?). Ma l’abbassamento  delle tariffe con la scusa di aprire la psicologia a un pubblico più  vasto e meno abbiente, e in un contesto/setting come quello descritto  poi, mi sembra più una operazione da supermercato (prendi tre paghi due)  che una operazione professionalmente qualificata.<br />
In terzo luogo l’idea di aggirare la fatica della prima telefonata per  superare “l’imbarazzo dell’ultimo miglio” mi sembra quantomeno ingenua.  Infatti, com’è noto a chi svolge attività psicoterapeuta, la prima  telefonata di un paziente apparentemente costituisce il primo momento  per quanto riguarda il contatto con lo psicoterapeuta prescelto, ma, di  fatto, è l’ultimo passo di un processo tutto interiore di riflessione  cominciato da lungo tempo. In altri termini la prima telefonata  presuppone un lungo lavorio psichico antecedente che implica una presa  di coscienza delle proprie difficoltà e la scelta di volerle affrontare.  Aggirare questo momento non è facilitare l’incontro, ma trasformarlo in  una operazione superficiale, come se all’ingresso del “negozio  psicologico” ci fosse un immaginario cartello con su scritto: entrata  libera. Ma cosa si fa quando si entra liberamente in un negozio? si va a  vedere, non necessariamente per comprare, piuttosto per mera curiosità.  Ma questo è ben diverso che responsabilizzarsi rispetto ai propri  problemi e ricercare un aiuto. Altro che ultimo miglio: qui non abbiamo  iniziato neppure il primo passo.<br />
Fin qui gli aspetti strettamente professionali. Ma ci sono, a mio modo  di vedere, due radicali obiezioni da muovere che fanno riferimento ad  aspetti strutturali di fondo, nel modo di intendere la psicologia e i  servizi che eroga.<br />
Mi trovo infatti totalmente dissenziente di fronte allo psicologo che  parla genericamente di psicologia senza precisare di “quale” psicologia  parla. Non si fornisce un bel servizio all’utenza in questo modo, anzi  si incrementa la confusione e/o si fa una operazione manipolatrice.  Sarei curioso di sapere se in questo tipo di servizio sono a  disposizione del pubblico le informative sulle varie teorie, tecniche e  metodi che gli psicologi usano e se, agli utenti, si spiega quali siano  le teorie e i modelli clinici cui fanno riferimento quei colleghi, in  linea con le direttive dell’Ordine Nazionale che, due anni fa, ha  firmato un accordo con le associazioni dei consumatori proprio per  salvaguardare gli utenti, non tanto da possibili abusi, ma da confusioni  o disinformazioni. Fornire un servizio o una consulenza psicologica non  vuol dire nulla: bisogna sempre precisare all’interlocutore quale  specifico servizio viene fornito (psicodiagnostico, psicometrico,  psicoterapeutico, consulenziale, didattico, formativo ecc. ecc.), e,  soprattutto, dichiarare preliminarmente a quale modello, metodo e  tecnica si fa riferimento. Personalmente penso che se uno psicologo non  dichiara al suo utente, qualsiasi esso sia, il proprio modello di  riferimento psicologico, sia uno psicologo di cui diffidare perché o non  sa cosa sta facendo, o è impreparato, o è un manipolatore o pensa che  il proprio modello sia l’unico valido. In ogni caso compie una  operazione deontologicamente scorretta.<br />
Dunque anche in questo caso parlare genericamente di servizio  psicologico non significa nulla.<br />
L&#8217;altra obiezione che si può muovere a questa iniziativa (e ad altre  consimili) è che, contrariamente alla loro apparente modernità, sono non  solo riduttive ma “vecchie” perché riguardano solo e sempre la clinica  nel senso più tradizionale del termine e non la capacità di inventare  spazi nuovi, nuovi forme e nuovi compiti per la psicologia, al di là del  rapporto duale in senso stretto. Nel recente testo di Claudio Bosio,  Fare lo psicologo (pubblicato da Raffaello Cortina nell’ambito di una  neonata collana professionale promossa dall’Ordine degli Psicologi del  Piemonte), l’autore, sulla base delle sue ricerche condotte negli ultimi  cinque anni sulla situazione della psicologia in Italia, mette  clamorosamente in luce proprio questo dato, anzi questo limite degli  psicologi odierni, ovvero la perdurante e inestirpabile abitudine a  pensare la psicologia (e la stessa clinica) esclusivamente in termini di  studio professionale, così da andarlo a riprodurre dovunque, anche  laddove occorrerebbe immaginare nuove modalità di intervento psicologico  e nuovi setting. Questo comporta di imparare a pensare e usare la  psicologia, e la stessa clinica, più come funzione della mente che non  come ruolo (mi si permetta al riguardo di citare il mio recente testo  intitolato proprio Psicologia come funzione della mente. Paradigmi  psicodinamica per le professioni di aiuto, UTET Università, Torino,  2009). Il che non significa negare il ruolo, anche legale, dello  psicologo ma lavorare invece, come professionisti del settore, per  promuovere capacità psicologiche (la funzione psicologica appunto) in  ruoli che psicologici non sono. In questo tipo di iniziativa si che gli  psicologi avrebbero molto da dire e anche, per parlare in termini più  materialistici, un vastissimo e innovativo mercato, per giunta senza  concorrenza di altre professioni contigue, com’è invece adesso per il  campo della clinica individuale, dove si patisce la concorrenza, in  buona o cattiva fede che sia, dei counselors e dei consulenti  filosofici.<br />
In conclusione allora che dire? Mi restano molti dubbi, per i motivi che  ho indicato perché, malgrado l’apparente originalità, nella sostanza,  l’iniziativa nasce concettualmente vecchia e per niente innovativa.  Piuttosto un escamotage per fronteggiare la crisi del lavoro (che s’ha  da fa’ pe magnà) e in particolare di quello psicologico. Comunque:  vedremo.</p>
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		<title>Meno-pausa, più a lavoro&#8230;.</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Alleruzzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[I nostri articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Fabbri]]></category>
		<category><![CDATA[innalzamento età pensionabile]]></category>
		<category><![CDATA[Invecchiamento]]></category>
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		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Ilaria Fabbri
“L’archetipo del Senex trascende la senescenza
puramente biologica ed è dato fin dall’inizio
nella psiche e in&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di Ilaria Fabbri</p>
<p style="text-align: right;">“L’archetipo del Senex trascende la senescenza<br />
puramente biologica ed è dato fin dall’inizio<br />
nella psiche e in tutte le sue parti come possibilità<br />
di ordine, di significato, di realizzazione teleologica e di morte.<br />
E’ la morte che viene con la perfezione e con l’ordine.”</p>
<p style="text-align: right;">James Hillman</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho lavorato in fabbrica per 40 anni consecutivi&#8230;e adesso non ne posso proprio più! L’idea di rimanerci ancora dieci anni mi sconcerta&#8230;”. Da queste parole, pronunciate da un paziente appena cinquantacinquenne durante una seduta nella quale stavamo analizzando il senso di incertezza e di impotenza che il recente innalzamento dell’età pensionabile ha prodotto in lui, nasce questa riflessione. E non solo da queste sue parole, ma anche (e forse più) dall’analisi della sua personale esperienza, probabilmente comune a molte altre: quella di una persona anagraficamente e fisicamente giovane, entrata in fabbrica prestissimo sognando di uscirne in tempo per dedicarsi ad altro, la storia di una persona che ha visto scorrere davanti ai suoi occhi i multiformi scenari economici, politici e sociali che hanno caratterizzato il mondo del lavoro durante tutti questi anni. La storia di una persona che cognitivamente ed emotivamente non si riconosce più nel sistema-fabbrica di oggi, nel suo precariato, nel dilagante individualismo operaio, nella perdita di potere contrattuale&#8230; Una persona che in altre parole si sente ormai troppo “vecchia” per questo sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente una collega, la dottoressa Sebastianelli, lanciava l’allarme contro le possibili ripercussioni psicologiche del prolungamento forzato dell’attività lavorativa (http://www.ilgiornale.it/interni/le_post-pensionate_donne_sulorlo_crisi_nervi/cronaca-lavoro-donne-pensioni-psicologia/07-12-2011/articolo-id=561088-page=0-comments=1), in particolare per quanto riguarda le donne della “generazione sandwich”, per usare una definizione della giornalista e scrittrice Loredana Lipperini (1), cioè quelle donne lavoratrici, schiacciate tra genitori anziani e bisognosi di essere accuditi, nipoti da guardare o figli non ancora sistemati e per questo dipendenti dai genitori. Se da un lato l’ennesimo innalzamento dell’età pensionabile rappresenta un altro passo verso lo smantellamento del welfare e quindi un potenziale fattore di rischio per lo sviluppo di disagio psicologico, disturbi psico-fisici o vere e proprie patologie depressive, dall’altro non possiamo provare a figurarcelo come un mezzo per rimanere più attivi più a lungo e quindi, paradossalmente, un aiuto utile ad invecchiare meglio?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel resto di Europa l’andamento del sistema pensionistico è del tutto coerente con quello italiano: in Francia la vita contributiva salirà a 41 anni entro il 2012 e a 42 entro il 2020, a breve in Austria i lavoratori riceveranno la pensione solo dopo i 65 anni, in Germania dopo i 67, nel Regno Unito e nei Paesi Scandinavi attualmente si va già in pensione a 65 anni, ma è previsto di innalzare la soglia del pensionamento fino a 67 anni. Questo andamento sembra procedere in modo direttamente proporzionale all’invecchiamento della popolazione. Nel 2009 la Commissione Europea parlava di “bomba sul futuro” in riferimento alle statistiche secondo le quali nel 2050 soltanto il 23% dei cittadini europei avrà meno di 25 anni, un terzo della popolazione sarà costituito da ultrasessantenni e gli ultraottantenni passeranno dall’attuale 4% all’11%. Le previsioni per l’Italia sono ancora più critiche: i giovani rappresenteranno appena il 20% della popolazione, mentre gli ultraottantenni ne costituiranno ben il 14%! Alla luce di questi dati sconcertanti, possiamo provare a tracciare l’identikit dei pensionati di oggi? E chi saranno i pensionati di domani?</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il rapporto ISTAT di Luglio 2009, soltanto le famiglie che comprendono al loro interno almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di povertà (di un punto percentuale: dal 13,5% al 12,5%), che si fa ancora più evidente se in famiglia sono presenti due o più anziani (dal 16,9% al 14,7%). Sempre più spesso sono i così detti “nonni”, ad aiutare i giovani, soprattutto in contesti meno urbanizzati. Scrive la Lipperini: “&#8230;il 43% dei nonni contribuisce economicamente e fisicamente, sostituendosi allo Stato laddove gli asili nido e gli asili aziendali latitano&#8230;” (pag. 45) e ancora “&#8230;se venissero a mancare le nonne, crollerebbe quel sistema fragilissimo che sul volontariato femminile è basato&#8230;” (pag. 75). Altri dati smentiscono questo quadretto quasi idilliaco, descrivendo una realtà ben diversa in cui un pensionato su quattro percepisce meno di €. 500 al mese, mentre il 27,7% ha una pensione compresa tra 500 e 1000 €. mensili e, considerando che la soglia di povertà relativa è fissata a €. 999,67 mensili, possiamo ben dire che la metà dei 16,8 milioni di pensionati italiani si colloca sotto questa soglia (dati ISTAT  INPS di Giugno 2010). Risultati simili erano già stati evidenziati nel 2006 da un’indagine condotta a Torino (1), secondo la quale il 55% degli intervistati dichiarava di non riuscire a mettere da parte neanche un euro, destinando buona parte della pensione ad affitto, spese condominiali, riscaldamento, trasporti, alimentazione, telefono fisso o cellulare e naturalmente ai farmaci non coperti da ticket. Qualche volta i pensionati rubano piccole cose nei supermercati: scatolette di tonno, una vaschetta di prosciutto, un dolcetto di cioccolata: lo fanno  per fame, per disperazione, perché non arrivano a fine mese, ma qualunque sia la motivazione non può che essere straziante. I dati statistici descrivono la popolazione anziana come generalmente poco alfabetizzata e con un livello di istruzione molto basso, rappresentato per la maggioranza dalla licenza elementare. Non dobbiamo dimenticare poi che proprio i più anziani sono quelli maggiormente afflitti da patologie croniche e invalidanti, soprattutto a causa degli enormi progressi tecnologici e scientifici della medicina che, se da un lato è diventata particolarmente efficace ad intervenire sulla patologia acuta, dall’altro ha prodotto un aumento della disabilità totale o parziale: si muore meno e si vive più a lungo, certo, ma spesso la qualità di questa vita lascia molto a desiderare.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora chi sono i pensionati di oggi? Sono come ci mostrano gli spot televisivi, cioè allegri e gioviali vecchietti che sembrano godersi un sacco la vita dentro balere colorate e luminose, sgranocchiando noccioline e popcorn, incuranti delle loro dentiere? Sono anziani saggi e raffinati che possono permettersi di viaggiare in lungo e in largo grazie al loro fisso mensile? Sono “angeli del focolare” che tengono unite le famiglie, sostenendo economicamente i figli e occupandosi fisicamente dei nipoti? Oppure sono la porzione più fragile della società, quella maggiormente colpita da patologie croniche e invalidanti, dall’apatia della mancanza di stimoli, dalla solitudine che li porta durante il week-end (cioè nei giorni di libertà delle badanti e dei medici di base) ad affollare, spesso con un codice bianco, le sale di attesa del pronto soccorso? La risposta è complessa, almeno quanto lo è la materia umana. E’ sicuramente riduttivo cercare di rinchiudere le persone dentro una sola categoria per quanto vasta essa sia.</p>
<p style="text-align: justify;">I fermenti sociali di questi ultimi anni si stanno muovendo prevalentemente verso la negazione a tutti i costi della vecchiaia. Basta pensare a celebri personaggi dello spettacolo che sfoggiano pelli lisce come la seta e decolleté da ventenni (e questo vale per le donne) o carnagioni color mattone (riarso), merito delle tante lampade UV che dovrebbero garantire un aspetto salutare e giovanile (e questo vale prevalentemente per gli uomini). Le spinte sociali premono fortemente verso lo schiacciamento delle differenze anagrafiche: tutto si muove in direzione della giovinezza eterna, qualche volta anticipata, quando sono le bambine ad atteggiarsi già come piccole adulte, oppure fuori tempo massimo, quando persone mature si comportano ancora come “giovanotti”, ma comunque sempre modellata sull’immagine di “..adulti magnifici, sani, magrissimi, possibilmente ricchi, obbligatoriamente felici&#8230;” (Lipperini, pag. 24). E a questo proposito mi tornano in mente le parole di Francesco Guccini che qualche anno fa scriveva in una canzone: “..e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati, ai ceroni ed ai parrucchini per signore, alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati&#8230;”. Già, come se davvero fosse possibile dissociarsi da un condizionamento sociale di queste proporzioni (che niente ha a che vedere con il sano prendersi cura di sé!) quando, a dispetto dell’età anagrafica reale, il 35% degli italiani si definisce “adolescente” (5%) oppure “giovane” (30%) (2007- Indagine Demos-Coop).</p>
<p style="text-align: justify;">Sembriamo dimenticarci sempre più spesso che ogni cosa vivente ha un suo ciclo vitale. Negare l’invecchiamento significa negare il senso biologico della nostra esistenza che poi è semplicemente quello di nascere, riprodursi, morire. Anche se c’è modo e modo di invecchiare. Secondo alcuni autori si può parlare di invecchiamento positivo quando si riscontra la presenza di buone risorse fisiche e cognitive, oltre al mantenimento di una vita socialmente attiva (2) (3). Altri descrivono un invecchiamento primario, legato ai processi fisici geneticamente determinati di deterioramento graduale, e un invecchiamento secondario, risultato di fattori non genetici, sul quale ogni persona può intervenire attivamente mantenendo uno stile di vita salutare (4). Ma in fin dei conti a fare la differenza sembrano essere soprattutto i mezzi che si hanno a disposizione, vale a dire le condizioni di partenza: se si possiedono cultura, denaro e relazioni sociali, banalmente, allora non si invecchia.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, per concludere, altri dati. In Italia il tasso di occupazione tra i lavoratori così detti “anziani”, cioè di età compresa tra 50 e 64 anni, si attesta intorno al 38%, contro il 72% della Svezia e il 65% della Danimarca, anche quando ormai molti studi hanno dimostrato che la produttività è ancora molto elevata dopo i 55 anni (1). Allora, per rispondere alla domanda iniziale, onestamente io non saprei dire se l’innalzamento dell’età pensionabile rappresenti più un rischio per lo sviluppo di disagio psicologico oppure una risorsa utile a mantenere le persone più attive più a lungo, ma sicuramente, giusto o sbagliato che sia, rappresenta uno strumento necessario ad arginare la spesa sociale. Come psicologi, a mio avviso, l’obiettivo che non possiamo proprio perdere di vista è la qualità dell’invecchiamento, che include una buona capacità di adattarsi ai tempi. Vivere meglio, non solo più a lungo. Questo aspetto è particolarmente evidente nella scelta delle parole: “vecchio” e “anziano” sono due aggettivi praticamente equivalenti dal punto di vista dell’età anagrafica e delle sue manifestazioni esteriori (rughe, capelli bianchi, acciacchi, debolezza fisica..), ma suonano completamente diversi dal punto di vista della connotazione emotiva. Ragionare in termini di anzianità significa infatti valorizzare quella condizione di esperienza e prestigio che le persone raggiungono solo in età avanzata, una dimensione interiore, psicologica e intellettuale che manca completamente nel concetto di vecchiaia (5). E io posso semplicemente augurarmi che qualsiasi riforma politica ragioni sempre più in termini di anzianità e meno di vecchiaia.</p>
<p>Riferimenti bibliografici:</p>
<p>(1)     Lipperini, L. (2010). <em>Non è un paese per vecchie</em>. Feltrinelli Editore, Milano<br />
(2)     Rowe, J. W. &amp; Khan, R. L. (1996). Successful Aging, <em>The Gerontologist</em>, 37(4): 433-440<br />
(3)     Depp, C.A. &amp; Jeste, D.V.(2006). Definitions and predictors of successful aging: a comprehensive review of larger quantitative studies. <em>American Journal of Geriatric Psychiatry</em>, 14, 6–20<br />
(4)     Pietrantoni, L. (2001). <em>La Psicologia della Salute</em>. Carocci Editore, Roma<br />
(5)     Cosenza, G. (2008). La donna trans-age, in <em>Visioni di moda</em>, a cura di Mascio A. Franco Angeli Editore, Milano</p>
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