<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	>

<channel>
	<title>Osservatorio Psicologia</title>
	<atom:link href="http://www.osservatoriopsicologia.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.osservatoriopsicologia.it</link>
	<description>OPM - Osservatorio Psicologia nei Media</description>
	<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:43:27 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.6.5</generator>
	<language>en</language>
			<item>
		<title>Restiamo in contatto</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/08/25/restiamo-in-contatto/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/08/25/restiamo-in-contatto/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 09:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>

		<category><![CDATA[Chiara Santi]]></category>

		<category><![CDATA[Dipendenza]]></category>

		<category><![CDATA[hikikomori]]></category>

		<category><![CDATA[internet]]></category>

		<category><![CDATA[Internet Addiction]]></category>

		<category><![CDATA[Lutz Erbring]]></category>

		<category><![CDATA[Norman Nie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3834</guid>
		<description><![CDATA[Il mito del contatto nell&#8217;era della solitudine
Chiara Santi
Una recente ricerca Doxa su un campione di mille italiani dai&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Il mito del contatto nell&#8217;era della solitudine</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Chiara Santi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una recente ricerca Doxa su un campione di mille italiani dai 15 anni in su ci dice che i nostri connazionali, in circa il 60% dei casi, vogliono essere connessi a Internet anche in ferie, non riuscendo più a concepire una vacanza basata semplicemente sullo &#8220;staccare la spina&#8221; (concetto ritenuto oramai superato) né a far a meno di strumenti come computer portatile, cellulare, videocamera digitale e navigatore satellitare.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo esponenziale aumento, negli anni, dell&#8217;utilizzo della tecnologia anche nel proprio tempo libero potrebbe fare pensare ad un incremento della capacità delle persone di rimanere in contatto, andando ad incidere positivamente sulle occasioni di interazioni sociali di questi uomini ipertecnologicizzati, con una buona ricaduta anche sulla salute psicologica, essendo la nostra rete sociale fondamentale per essa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, se un primo lato della medaglia può essere questo, basta ruotarla di 180 gradi per ritrovarci alcuni lati meno piacevoli. Si può certo comprendere l&#8217;utilizzo del cellulare come modalità per mantenere dei contatti con le persone più intime, ma si rimane un po&#8217; più stupiti dalla necessità di non perdere neanche un giorno lontani da Internet, email e social network. Ad uno sguardo più attento, infatti, non può sfuggire il tratto quasi ossessivo che questo bisogno di essere sempre connessi porta con sé, nonché come questo utilizzo smodato della tecnologia dia solo un&#8217;impressione apparente di rafforzare i legami sociali, quando il rischio reale è che li indebolisca ulteriormente, facendo di noi delle specie di monadi che entrano in relazione sempre e comunque in maniera mediata e, spesse volte, anche alterata dal mezzo che si frappone fra noi.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, alcuni studi ci dicono che il senso di solitudine è andato aumentando nel tempo e i legami sociali si stanno, in realtà, indebolendo nell&#8217;era della tecnologia. Un&#8217;indagine in proposito del 2002 dei professori Norman Nie e Lutz Erbring su un campione di 4113 americani (vedi: <a href="http://www.stanford.edu/group/siqss/itandsociety/v01i01/v01i01a18.pdf">http://www.stanford.edu/group/siqss/itandsociety/v01i01/v01i01a18.pdf</a>, in IT&amp;SOCIETY, Vol. 1, Issue 1, Summer 2002), ci dimostrava che quanto più le persone spendevano il loro tempo nell&#8217;utilizzo di internet, quanto più perdevano contatti con il loro ambiente sociale, effetto evidente già dopo un utilizzo di 2-5 ore a settimana. In pratica, quanto più si usa internet, quanto meno si sta con gli esseri umani in carne ed ossa.</p>
<p style="text-align: justify;">È anche vero che la ricerca al momento sembra ancora lontana dall&#8217;avere risposte definitive, tanto che altri studi sembrano dire il contrario, arrivando persino a contraddire se stessi, come nel caso dell&#8217;indagine dello psicologo americano Robert Kraut del 1998, pubblicato sulla rivista <em>American Psychologist</em>, in cui si sosteneva che l&#8217;uso di Internet avesse prodotto una significativa riduzione nei legami sociali e un contemporaneo aumento del livello di depressione, salvo poi smentire i suoi stessi risultati nel 2006 attraverso una meta analisi (<a href="http://www.blogger.com/Shklovski,%20I.,%20Kiesler,%20S.,%20&amp;%20Kraut,%20R.%20%282006%29.%20The%20Internet%20and%20social%20interaction:%20A%20meta-analysis%20and%20critique%20of%20studies,%201995-2003.%20In%20R.%20Kraut,%20M.%20Brynin%20&amp;%20S.%20Kiesler%20%28Eds.%29,%20Computers,%20phones,%20and%20the%20Internet:%20Domesticating%20information%20technology%20%28pp.%20251-264%29.%20New%20York:%20Oxford%20University%20Press">Shklovski, I., Kiesler, S., &amp; Kraut, R. (2006). The Internet and social interaction: A meta-analysis and critique of studies, 1995-2003. In R. Kraut, M. Brynin &amp; S. Kiesler (Eds.), Computers, phones, and the Internet: Domesticating information technology (pp. 251-264). New York: Oxford University Press</a>), da cui risulterebbe infatti che il suo utilizzo porti ad un leggero miglioramento delle relazioni sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Se possiamo lasciare al mondo della ricerca la soluzione del problema sull&#8217;aumento o sulla riduzione delle rapporti non solo in quei soggetti che sviluppano una chiara problematica in merito (si legga l&#8217;articolo <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/">Non voglio più vivere alla luce del sole</a>) ma anche nelle persone più in equilibrio sotto questo profilo, ci interessa nondimeno fare un&#8217;ulteriore riflessione sulla qualità delle relazioni stesse e su come queste possano venire modificate dal mezzo utilizzato.<br />
Se la tecnologia, certamente, a volte crea prodotti il cui dichiarato scopo è l&#8217;isolamento dalla realtà esterna come mezzo in sé di relax (lettori MP3, consolle e videogiochi portatili), tuttavia diversi altri sembrano avere, apparentemente, il fine opposto, cioè proprio quello di mantenere il contatto. La facilità ed immediatezza con cui possiamo collegarci ad una persona, anche all&#8217;altro capo del mondo, tramite sms, mail, social network, chat, ecc., ci permettono di avere una rete sociale ampia e sempre attiva, ma il problema diventa - oltre al chiedersi se questi contatti virtuali non ci allontanino sempre più da quelli reali - quanto tali rapporti possano essere alterati nella loro essenza.<br />
L&#8217; Altro tecnologico, in effetti, si inserisce quale terza parte mediatrice nel rapporto, portandoci in un certo qual modo non solo a distanziarci fisicamente (dandoci l&#8217;illusione di essere vicini), ma anche emotivamente. La comunicazione che passa attraverso internet, infatti, è sempre e comunque informazione distorta, poiché - con buona pace di smile e faccette varie - annulla tutti gli elementi paraverbali e non verbali che rappresentano la maggior parte della comunicazione. Però, la privazione di questi aspetti fondamentali non diminuisce affatto - come ci si aspetterebbe a rigor di logica - l&#8217;enfasi emotiva del dialogo, ma anzi la esalta, poiché la necessità (mi verrebbe da dire biologica) dell&#8217;essere umano di completare con tali aspetti la comunicazione, per porla in un contesto che dia il senso al messaggio e permetta di comprenderlo, lo porta a riempire tali lacune, nei punti in cui esse risultino più evidenti, con proiezioni dei propri stati d&#8217;animo, fantasie, sensazioni e paure.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, potremmo vedere questi strumenti come dei test semiproiettivi dove gli spazi vuoti vengono riempiti dall&#8217;osservatore. A differenza di questi ultimi, però, in cui l&#8217;osservatore è consapevole di riempire delle parti con la propria fantasia - anche se non è consapevole del materiale che vi proietta - la struttura stessa di mail, chat, social network, ecc. lo illude di avere una visione oggettiva della situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, le persone non solo possono potenzialmente risultare sempre più isolate, con l&#8217;illusione di essere sempre più in contatto, ma anche arricchirsi di rapporti dove l&#8217;elemento proiettivo rischia di prendere il sopravvento quando non integrato a dovere con una conoscenza personale e contatti nel mondo reale, in cui le interazioni sono sì sempre mediate da proiezioni reciproche, ma dove queste ultime possono essere, se non annullate, rimodificate e riassestate continuamente sulla base dei feedback non verbali che si accompagnano al dialogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso verbale, inoltre, in un rapporto diretto, permette retroazioni più immediate e ravvicinate che concedono la possibilità di aggiustare il tiro su ogni singolo elemento della comunicazione, cosa alquanto più complicata, lunga o non possibile in un rapporto via mail, chat o sms.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, come non è la pistola ad uccidere, ma l&#8217;uomo che spara, così non è la tecnologia la causa della sempre crescente solitudine delle persone, quanto l&#8217;uso non sempre consapevole ed accorto che alcuni ne possono fare. Si entra, quindi, in un continuum che va dall&#8217;utilizzo necessario ed utile per lavoro e per mantenere qualche breve contatto e scambiarsi veloci informazioni con i nostri amici nello spazio fra un incontro dal vivo e l&#8217;altro, all&#8217;estremo opposto di persone rinchiuse in una stanza che vivono una dipendenza vera e propria da quei mezzi che, paradossalmente, li mettono in contatto con il mondo, isolandoli sempre più.<br />
Lungo questo continuum si pongono i soggetti sulla base della loro capacità di gestire in modo più o meno equilibrato fantasie, paure, bisogni, difese.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che resta a noi psicologi è capire perché una persona possa arrivare al punto di preferire il contatto con una macchina a quello con persone reali, perché una stanza possa trasformarsi in una sorta di gabbia dorata e perché a volte ci si senta più sicuri e protetti al riparo di avatar e personalità costruite ad arte, corrispondenti non al nostro Io reale quanto più al nostro Io ideale che sentiamo di non riuscire a raggiungere, piuttosto che dentro la propria pelle.<br />
In un mondo che sembra dirigersi sempre più verso una manipolazione della realtà in tutti i suoi aspetti (per fare solo alcuni degli infiniti esempi, si pensi alla chirurgia estetica e ai trattamenti anti-age, che si oppongono ai limiti biologici, le foto di modelle ritoccate con software appositi che eliminino ogni piccolo segno di imperfezione, i cibi alterati e geneticamente modificati, la realtà virtuale, ecc.), quello che ci rimane è riportare il senso del reale nella persona; ci rimane da riavvicinare l&#8217;essere umano al contatto con la frustrazione della sua imperfezione, che è anche la sua più importante fonte di ricchezza, riducendo quella lotta fra &#8220;ciò che sono&#8221; e &#8220;ciò che vorrei essere&#8221; che produce il senso di vergogna e le relative difese; ci rimane, insomma, di combattere contro un ideale di perfezione potentemente enfatizzato dalla società, in quanto assolutamente funzionale agli interessi economici sui cui sempre più la stessa si basa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci rimane, in pratica, da riscoprire l&#8217;Uomo, dietro alle tante maschere che ne alterano profondamente i suoi tratti reali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/08/25/restiamo-in-contatto/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Il mondo in una stanza: Internet addiction disorder e gli Hikikomori</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/il-mondo-in-una-stanza-internet-addiction-disorder-e-gli-hikikomori/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/il-mondo-in-una-stanza-internet-addiction-disorder-e-gli-hikikomori/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Dimitra Kakaraki]]></category>

		<category><![CDATA[hikikomori]]></category>

		<category><![CDATA[Internet Addiction]]></category>

		<category><![CDATA[Ivan Goldberg]]></category>

		<category><![CDATA[Sara Ginanneschi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3705</guid>
		<description><![CDATA[<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>SEGNALAZIONE
Vari articoli imperversano la rete nell&#8217;ultimo periodo, trattando in modo talvolta troppo superficiale il tema della dipendenza da internet.&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg"><img class="size-medium wp-image-1647 alignleft" title="segnalazione_mini" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vari articoli imperversano la rete nell&#8217;ultimo periodo, trattando in modo talvolta troppo superficiale il tema della dipendenza da internet. Un esempio in questo articolo: <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2010/06/12/AM7eeBmD-ossessionato_videogame_carabinieri.shtml">Ossessionato da un videogame, la madre chiama i carabinieri</a>. È possibile avere un approfondimento?</p>
<p style="text-align: justify;">Lettera firmata.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ARTICOLO ORGINALE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">12 giugno 2010</p>
<p style="text-align: justify;">La madre di un ragazzo di 13 anni che si rifiutava di mangiare e di andare a scuola per non interrompere i videogiochi di guerra si è rivolta ai carabinieri. È accaduto a una donna di 40 anni che si è rivolta alla stazione dei carabinieri della Valpolcevera quando si è accorta che il figlio stava manifestando un&#8217;ossessiva dipendenza da &#8220;Wargames on line&#8221;, un sito riservato ai maggiorenni. Il ragazzo aveva da poco ricevuto in regalo la consolle e si era appassionato ai giochi di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ha scoperto la possibilità di collegarsi on line ad alcuni siti, formalmente accessibili solo a maggiorenni, ha iniziato a giocare con altri utenti a giochi di guerra che durano anche più giorni. La passione lo ha portato a saltare il pranzo in qualche occasione, ma quando la madre si è accorta che non era andato a scuola per non interrompere il gioco lo ha ripreso. Ogni tentativo di intervento da parte dei familiari si è però rivelato inutile, anzi provocava reazioni impulsive, nervose ed a tratti violente del giovane. Ieri, i carabinieri, in accordo con i genitori, hanno ritirato la consolle ed alcuni videogiochi avviando anche alcuni accertamenti sulle norme che regolano sia la vendita di videogames sia l&#8217;accesso a siti di giochi online.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ALTRI ARTICOLI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://it.notizie.yahoo.com/10/20100707/thl-computer-come-droga-psicologa-limita-deebc83.html">http://it.notizie.yahoo.com/10/20100707/thl-computer-come-droga-psicologa-limita-deebc83.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo485844.shtml">http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo485844.shtml</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mrwebmaster.it/news/aumentano-casi-dipendenza-internet_4112.html">http://www.mrwebmaster.it/news/aumentano-casi-dipendenza-internet_4112.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.opsonline.it/psicologia-23105-dipendenza-da-internet.html" target="_blank">http://www.opsonline.it/psicologia-23105-dipendenza-da-internet.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.opsonline.it/psicologia-23111-allarme-porno-sul-web.html" target="_blank">http://www.opsonline.it/psicologia-23111-allarme-porno-sul-web.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE DIMITRA KAKARAKI E SARA GINANNESCHI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono ormai anni che si dibatte sul tema dell&#8217;internet addiction e vari ricercatori attraverso studi ed inchieste si sono schierati con forza su due fronti distinti: la letteratura americana e gran parte degli studi italiani, principalmente propendono per una definizione diagnostica classificatoria del problema; altri autori, principalmente a favore delle indagini iberiche sostengono che la teoria della dipendenza da internet sia &#8220;una bufala&#8221; e che, anche se possiamo osservare il fenomeno, esso può venir spiegato in maniera altrettanto completa senza andare a definire uno specifico caso di addiction, ma conseguenza di una più complessa personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente il fenomeno dell&#8217;internet addiction viene reso ancora più intrigante grazie all&#8217;ultimissimo accostamento con gli <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/glossario/#Hikikomori">hikikomori</a>, persone che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di vari fattori personali e sociali (su questo argomento leggi la recensione del testo di M. Zielenziger, <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/">Non voglio più vivere alla luce del sole</a> di Manuela Materdomini). Questo fenomeno descritto in Giappone, ricorda alcune caratteristiche del soggetto con ansia sociale ed agorafobia, sebbene non venga esplicitato tale contenuto fobico ed esso appare spinto da una più consapevole ricerca dell&#8217;isolamento in sé, piuttosto che dall&#8217;evitamento del mondo sociale. Analizzando questo concetto, rileviamo certamente che esso è specificatamente meglio inquadrato nel contesto sociale Giapponese e che certo può configurarsi come conseguenza di un utilizzo accentuato (patologico o meno) di internet.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fine di definire il concetto di internet addiction, non ci rimane quindi che suonare entrambe le campane e lasciare al lettore la decisione se questa sia una sindrome autonoma rappresentata e diagnosticabile attraverso determinati sintomi o se sia soltanto la conseguenza di patologie o predisposizioni preesistenti.. il vecchio dilemma dunque: è nato prima l&#8217;uovo o la gallina?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come &#8220;quella condizione psichica e talvolta anche fisica, derivante dall&#8217;interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione&#8221; (cit. in Pigatto, 2003). Anche nell&#8217;ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-IV-TR (APA, 2000) e del Manuale di Classificazione delle Sindromi e dei Disturbi Psichici e Comportamentali, ICD-X (OMS, 1994) la nozione di dipendenza presuppone esclusivamente l&#8217;uso di sostanze psicoattive. Secondo alcuni autori, la ripetitività compulsiva di alcune attività comportamentali, seppur lecite, non solo sottendono gli stessi sintomi di una classica dipendenza da sostanze, ma ne determina conseguenze drammatiche (Del Miglio, Corbelli, 2002).</p>
<p style="text-align: justify;">Queste nuove dipendenze o dipendenze comportamentali si riferiscono a una vasta gamma di comportamenti, tra esse le più note e maggiormente indagate sono il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico (GAP), lo Shopping Compulsivo, la Dipendenza da Lavoro e da Studio, le Dipendenze da Tecnologia, le Dipendenze Relazionali e alcuni Disturbi Alimentari (Marganon e Aguaglia, 2003; Muredda, 2007). Tra queste però soltanto il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico è stato classificato nel DSM-IV, mentre per gli altri non è previsto l&#8217;inserimento neanche nel prossimo volume DSM-V, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Dipendenze da sostanze e nuove dipendenze condividerebbero alcuni sintomi fondamentali come la sensazione di impossibilità di resistere all&#8217;impulso di mettere in atto il comportamento (compulsività);  la sensazione crescente di tensione che precede immediatamente l&#8217;inizio del comportamento (craving);  il piacere ed il sollievo durante la messa in atto del comportamento;  la percezione di perdita di controllo sul comportamento agito;  e la persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative (Cantelmi et al., 2000). Sono certamente gli esiti di tali comportamenti a far risuonare un campanello di allarme socio-sanitario e se nel gambling l&#8217;effetto negativo per eccellenza era l&#8217;indebitamento del giocatore, fino alla sua caduta in rovina, l&#8217;internet addiction vede certamente una serie di esiti disastrosi più psicologici, sia personali che sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Come preannunciato, se il Gioco d&#8217;Azzardo Patologico ha determinato la nascita di una classificazione nosologica specifica, anche le altre nuove dipendenze hanno provato a farsi spazio con una personale nosologia; per quanto riguarda la dipendenza da internet, il primo a farsi per lei portavoce è stato certamente Ivan Goldberg che nel 1995 ha coniato il termine Internet Addiction Disorder, associando questa dipendenza al gioco d&#8217;azzardo patologico appunto, già presente nel DSM-IV come disturbo da discontrollo degli impulsi e nel DSM-IV-TR come disturbo da discontrollo degli impulsi non classificato altrove. In Italia la discussione è stata a lungo dibattuta da Tonino Cantelmi, che ha sempre definito l&#8217;IAD come categoria di disturbi non omogenea: la Cybersexual addiction (utilizzo di pornografia sulla rete), la ciber-relational addiction (stringere amicizie o relazioni sentimentali on-line), la net compulsion (gioco d&#8217;azzardo on-line o aste), l&#8217;information overload (ricerca ossessiva di informazioni e notizie) e la computer addiction che prevede la creazione di identità fittizie in quelli che vengono definiti multi user dungeon (o dimension o domani), giochi di ruolo virtuali in cui ogni giocatore interpreta un personaggio in una realtà virtuale, parallela a quella reale; di questo argomento si rimanda alla recensione di <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/gamer/">Gamer</a> di Giuseppe Preziosi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Al contrario l&#8217;Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (ADUC) definisce Golberg &#8220;uno psichiatra burlone&#8221; che si è semplicemente inventato la sindrome elencandone una serie di sintomi senza considerare la possibilità che la rete non induca una patologia ma, più semplicemente, canalizzi quelle già esistenti. Molti studi infatti avvalorerebbero questa tesi, sostenendo che sulla base della classificazione di Golberg allora si dovrebbero elencare una serie infinita di sindromi da dipendenza, una fra tutte quelle per il telefono cellulare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se su un punto sono tutti concordi è certamente quello della comorbilità: le personalità più esposte alla dipendenza da Internet sono quelle caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro nelle relazioni sociali, con problemi di inibizione nei rapporti interpersonali (Del Miglio et al, 2003); molti Internet-dipendenti hanno infatti problemi di vergogna e di intimità nelle relazioni interpersonali e vi sono strette correlazioni con vari disturbi psicologici come la Depressione, (Young, 1998).</p>
<p style="text-align: justify;">Una corretta classificazione è certamente il modo migliore per comunicare tra professionisti e scambiarsi risultati e tecniche di intervento efficaci da applicare poi nella clinica, ma certamente, in casi come questo è forse meglio concentrarsi sul problema da un punto di vista operativo ed andare ad intervenire su tutti quei comportamenti che nel giovane e nell&#8217;adolescente, piuttosto che sull&#8217;adulto che ha una personalità già sviluppata, vanno ad inficiarne la socializzazione ed il sano confronto con l&#8217;altro e la società, che ben sappiamo sono fondamentali per lo sviluppo della personalità. Causa od effetto che sia, il rapporto dei giovani con internet, la tv ed i videogames ci deve ricordare che il modo di comunicare attuale è totalmente cambiato e che l&#8217;attualità rischia di diventare una fonte di evitamento delle situazioni sociali che, per quanto difficili e talvolta frustranti, costituiscono sempre una palestra di vita. Se da una parte i ragazzi sono quindi attratti da questo mondo fittizio, che in realtà è comunque protetto rispetto a quello reale, anche i genitori spesso si rendono loro complici, trovando più rassicurante averli a casa che saperli fuori.. ed ecco che la smania di controllo perde totalmente il controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma certamente internet è uno strumento che ha avvicinato, ritrovato ed unito moltissime persone, che ha permesso certamente l&#8217;azzeramento di differenze e pregiudizi; uno strumento con regole formali e di buon senso comune, forse basterebbe utilizzarlo seguendole.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>BIBLIOGRAFIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">American Psychiatric Association (2001), Diagnostic and Statistical Manualof Mental Disorders (DSM-IV-TR), A.P.A, Washington, DC.</p>
<p style="text-align: justify;">Cantelmi T., Del Miglio C., Talli M., D&#8217;Andrea A., (2000), La mente in internet. Psicopatologia delle condotte online, Piccin, Padova. A contribution to the study of Internet use/abuse-related psychopathological variables. Giornale Italiano di Psicopatologia, Vol. 8, June 2002, Issue 2.</p>
<p style="text-align: justify;">Del Miglio C., Corbelli S. (2003), Le nuove dipendenze, Attualità in Psicologia, 18, pp. 9-36.</p>
<p style="text-align: justify;">Muredda, G.M., (2007), Tesi di Laurea <em>&#8220;Shopping Compulsivo e Disturbi Alimentari&#8221; Una ricerca Esplorativa.</em> Relatore: Prof. D., Francescato. Correlatore: Prof. C.M. Del Miglio in  <a href="http://www.cedostar.it/tesi/tesi_shopping_compulsivo_muredda_2007.pdf">http://www.cedostar.it/tesi/tesi_shopping_compulsivo_muredda_2007.pdf</a></p>
<p style="text-align: justify;">Pigatto A. (2003), La condizione di dipendenza patologica, in U. Zizzoli, M. Pissacroia (a cura di), Trattato completo degli abusi e delle dipendenze, Piccin, Padova.</p>
<p style="text-align: justify;">Young, K.S. &amp; Rogers, R.C. (1998) The relationships between depression and Internet addiction. CyberPsychology and Behavior, 1(1), 25-28.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>SITOGRAFIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.gipsicopatol.it/index.htm">http://www.gipsicopatol.it/index.htm</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://mentalhelp.net/apa/young/htm">http://mentalhelp.net/apa/young/htm</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/il-mondo-in-una-stanza-internet-addiction-disorder-e-gli-hikikomori/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>XXVIII Congresso Nazionale: Sessualità, Benessere Sessuale e Sessuologia</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/xxviii-congresso-nazionale-sessualita-benessere-sessuale-e-sessuologia/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/xxviii-congresso-nazionale-sessualita-benessere-sessuale-e-sessuologia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Immacolata Patrone</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Congresso Sessuologia]]></category>

		<category><![CDATA[Firenze]]></category>

		<category><![CDATA[Sessuologia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3663</guid>
		<description><![CDATA[Firenze, 16-17 Ottobre 2010
Con il patrocinio di
- Universita&#8217; degli Studi di Firenze
- Universita&#8217; degli Studi di Siena&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Firenze, 16-17 Ottobre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Con il patrocinio di</p>
<p style="text-align: justify;">- Universita&#8217; degli Studi di Firenze</p>
<p style="text-align: justify;">- Universita&#8217; degli Studi di Siena</p>
<p style="text-align: justify;">- Servizio di Sessuologia del Dipartimento di Psicologia dell&#8217;Universita&#8217; di Bologna</p>
<p style="text-align: justify;">- Ordine degli Psicologi della Toscana</p>
<p style="text-align: justify;">- Regione Toscana</p>
<p style="text-align: justify;">- Provincia di Firenze</p>
<p style="text-align: justify;">- Comune di Firenze</p>
<p style="text-align: justify;">- Associazione Italiana per la Ricerca in Sessuologia - AIRS</p>
<p style="text-align: justify;">- Associazione di Terapia Cognitiva - ATC</p>
<p style="text-align: justify;">- Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica - FISS</p>
<p style="text-align: justify;">- Istituto di Psicoterapia Integrata - IPI</p>
<p style="text-align: justify;">- Societa&#8217; Italiana di Chirurgia Genitale Maschile - SICGEM</p>
<p style="text-align: justify;">- Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali - UCIPEM</p>
<p style="text-align: justify;">Con il contributo di</p>
<p style="text-align: justify;">- Associazione di Terapia Cognitiva - ATC</p>
<p style="text-align: justify;">- Fondazione Nicola e Mina Intini</p>
<p style="text-align: justify;">Responsabili</p>
<p style="text-align: justify;">Presidente onorario: Umberto Bigozzi</p>
<p style="text-align: justify;">Presidenti: Carlo Conti e Giorgio Rifelli</p>
<p style="text-align: justify;">Vicepresidenti: Stefano Lera e Rosanna Intini</p>
<p style="text-align: justify;">Comitato organizzatore: Giorgio Rifelli, Carlo Conti, Rosanna Intini</p>
<p style="text-align: justify;">Responsabile scientifico: Stefano Lera</p>
<p style="text-align: justify;">Comitato scientifico: Consiglio direttivo CIS</p>
<p style="text-align: justify;">Segreteria Organizzativa: CIS Via Oreste Regnoli, 74 - 40138 Bologna</p>
<p style="text-align: justify;">Segreteria scientifica: Fondazione Nicola e Mina Intini - Firenze</p>
<p style="text-align: justify;">Sede di svolgimento</p>
<p style="text-align: justify;">Convitto della Calza</p>
<p style="text-align: justify;">Oltrarno Meeting Center</p>
<p style="text-align: justify;">Piazza della Calza, 6</p>
<p style="text-align: justify;">50125 - Firenze</p>
<p style="text-align: justify;">Durata</p>
<p style="text-align: justify;">2 giornate</p>
<p style="text-align: justify;">Programma</p>
<p style="text-align: justify;">Sabato 16 Ottobre 2010 8.30 - 9.00 Registrazione partecipanti 9.00 - 9.30 Apertura del Congresso 9.30 - 10.00 &#8220;Aspetti storici ed evolutivi della sessualita&#8217;&#8221; Un po&#8217; di storia&#8230; 10.00 - 10.45 Cinquant&#8217;anni di storia del CIS 10. 45 - 11.15 Sessualita&#8217; e sessuologia nelle pagine della rivista CIS 11.15 - 11.30 Discussione 11.30 - 11.45 Coffee break 11.45 - 13.00 Tavola rotonda L&#8217;esperienza del passato, la necessita&#8217; del nuovo Lettura in ricordo di Anna Riva 13.00 - 14.10 Pausa pranzo  II Sessione: 14.30 - 18.00 Pluralita&#8217; di interpretazioni della sessualita&#8217; 14.30 Eros e Thanatos: procreazione come caduta a partire da Freud 15.00 Vita emotiva, relazione e sessualita&#8217; 15.30 L&#8217;immagine della sessualita&#8217; e la sessualita&#8217; immaginata 16.00 L&#8217;apparire nei significati e nei comportamenti sessuali 16.30 Discussione 17.00 - 17.15 Coffee break 17.15 Tavola rotonda Educare alla sessualita&#8217; 17.30 Educare in una societa&#8217; multietnica 17.50 Suggerimenti possibili e impossibili nella disabilita&#8217; 18.10 Educazione e identita&#8217; sessuale 18.30 Assemblea soci CIS ed elezioni Consiglio Direttivo 20.30 Cena sociale</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica 17 Ottobre 2010 9.00 - 10.30 Sessione Comunicazioni e Poster 10.15 - 10.30 Coffee break III Sessione: 10.30 - 12.30 Le vie del benessere sessuale 10.30 Femminile: Corpo, sessualita&#8217; e benessere 11.00 Maschile: Corpo, sessualita&#8217; e benessere 11.30 Orientamenti, scelte sessuali e benessere 12.00 Aspetti psico-relazionali della salute sessuale 12.30 Sex therapy e benessere sessuale 13.00 Discussione 13.30 Conclusioni e chiusura dei lavori</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Coloro che fossero interessati a presentare una comunicazione o un poster entro il 5 Settembre 2010 dovranno inviarne un abstract e la scheda informativo-descrittiva alla Segreteria scientifica, per avere gli indirizzi contattare la Segreteria CIS:</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Giada Mondini</p>
<p style="text-align: justify;">Via Oreste Regnoli, 74</p>
<p style="text-align: justify;">40138 Bologna</p>
<p style="text-align: justify;">fax 051.19983164 - cell 328.2763604</p>
<p style="text-align: justify;">La presentazione e&#8217; subordinata al pagamento della quota di iscrizione di almeno uno degli autori.</p>
<p style="text-align: justify;">La Segreteria scientifica provvedera&#8217; a comunicare l&#8217;avvenuta accettazione del lavoro proposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Accreditamento</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati richiesti i crediti formativi ECM per Medici e Psicologi.</p>
<p style="text-align: justify;">Modalita&#8217; di iscrizione</p>
<p style="text-align: justify;">Per informazioni ed iscrizioni contattare la Segreteria CIS:</p>
<p style="text-align: justify;">Dr.ssa Giada Mondini</p>
<p style="text-align: justify;">Via Oreste Regnoli, 74</p>
<p style="text-align: justify;">40138 Bologna</p>
<p style="text-align: justify;">fax 051.19983164</p>
<p style="text-align: justify;">cell 328.2763604</p>
<p style="text-align: justify;">Costi</p>
<p style="text-align: justify;">La quota di iscrizione e&#8217; fissata in € 100 per chi si iscrive entro il 31 Luglio 2010 e di € 120 dopo tale data.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i soci CIS, i corsisti della Scuola CIS e AIS, gli allievi di Scuole di specializzazione, gli studenti universitari, i soci delle Societa&#8217; aderenti alla FISS, gli operatori di Consultori pubblici e privati, la quota di iscrizione e&#8217; di € 50 per chi si iscrive entro il 31 Luglio 2010 e di € 60 dopo tale data.</p>
<p style="text-align: justify;">La quota per l&#8217;iscrizione in sede congressuale sara&#8217; maggiorata di € 20.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/xxviii-congresso-nazionale-sessualita-benessere-sessuale-e-sessuologia/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Aborto con la RU486: dubbi e riflessioni</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/aborto-con-la-ru486-dubbi-e-riflessioni/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/aborto-con-la-ru486-dubbi-e-riflessioni/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dimitra Kakaraki</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Anna Barracco]]></category>

		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>

		<category><![CDATA[gravidanza indesiderata]]></category>

		<category><![CDATA[Immacolata Patrone]]></category>

		<category><![CDATA[IVG]]></category>

		<category><![CDATA[Luigi Barracco]]></category>

		<category><![CDATA[Piera Serra]]></category>

		<category><![CDATA[Repubblica TV]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3802</guid>
		<description><![CDATA[SEGNALAZIONE
<a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Questo è un bel video di Repubblica tv sulle recenti polemiche relative alla pillola RU486, peraltro partecipa una mia&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>SEGNALAZIONE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1702 alignleft" title="segnalazione_mini1" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/segnalazione_mini1.jpg" alt="" width="160" height="162" /></a>Questo è un bel video di Repubblica tv sulle recenti polemiche relative alla pillola RU486, peraltro partecipa una mia cara amica la ginecologa Lisa Canitano. Il punto però è che nell&#8217;illustrare gli effetti della pillola si esaminano anche gli aspetti psicologici senza che sia presente uno/a psicologo/a. La trasmissione sembra ben condotta e ben strutturata (le rappresentanti politiche: Livia Turco, Roccella, Rizzi e due rappresentanti medici: Canitano e Srebot), ma manca veramente la figura dello psicologo. Peccato!</p>
<p style="text-align: justify;">Link alla trasmissione:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=palinsesto&amp;cont_id=8863">http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=palinsesto&amp;cont_id=8863</a></p>
<p style="text-align: justify;">Lettera Firmata</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>COMMENTO DELLE DR.SSE ANNA BARRACCO, IMMACOLATA PATRONE E PIERA SERRA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg"><img class="size-medium wp-image-1648 alignright" title="commento_redaz" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/10/commento_redaz.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tema che qui affrontiamo, l&#8217;aborto, è un tema molto complesso e delicato, la cui trattazione meriterebbe approfondimenti e dibattiti più ampi e dettagliati. La nostra intenzione non è quella di dare risposte, né quella di prendere posizione a favore o contro, ma di stimolare riflessioni, interrogativi, mettendo da parte le convinzioni personali, morali, etiche, religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">In risposta alla segnalazione ricevuta ci siamo innanzitutto trovate a rimarcare ancora una volta come la figura dello psicologo sia assente, anche in dibattiti come questo in cui la nostra professione ha un ruolo importantissimo nel percorso difficilissimo e doloroso che porta una donna a decidere di abortire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella richiesta del parere di un esperto ci siamo prima di tutto interrogate sulla differenza tra un aborto chirurgico e un aborto con la pillola RU486 ed abbiamo voluto capire, attraverso un parere tecnico di un ginecologo, a cosa la donna va incontro in un caso o nell&#8217;altro. Il parere del dott. Barracco  suscita interessanti interrogativi e spunti di riflessione sorprendenti anche sulle dinamiche politico-economiche che sono &#8220;dietro le quinte&#8221; di questi dibattiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che allora la discussione sull&#8217;obbligatorietà o meno del ricovero appare un falso problema quando in realtà bisognerebbe chiedersi se è meno dannoso per la salute della donna un intervento IVG piuttosto che l&#8217;assunzione della pillola RU486; quando la libertà di scelta a tutti i costi appare come una falsa libertà  se non basata su una corretta informazione o sulla reale possibilità di fare una scelta non influenzata da motivi economici, lavorativi, familiari, relazionali; o ancora quando ci chiediamo come viene sostenuta dal punto di vista psicologico la donna nei giorni che precedono l&#8217;aborto e nei tre giorni di ricovero, per non parlare del lungo percorso di elaborazione del lutto che prosegue molto oltre i tre giorni di ricovero.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista professionale, in questi contesti il nostro ruolo ci prescrive di tener conto della &#8220;posizione&#8221; di coloro che ci chiedono aiuto, delle molteplici variabili che inducono e a volte obbligano la donna ad optare per una scelta piuttosto che per un&#8217;altra, della lunga e dolorosa fase di elaborazione del lutto che spesso accompagna per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; in quest&#8217;ottica che ci inseriamo in questo dibattito, allo scopo di interrogarci ed interrogare la comunità scientifica su cosa sia meglio o meno doloroso da un punto di vista non solo fisico ma anche psichico per una donna che si appresta ad intraprendere tale percorso e quali interventi di prevenzione e di supporto andrebbero maggiormente sostenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parti in causa in questo dibattito sono diverse e spesso ci si batte per la prevalenza di una posizione sull&#8217;altra perdendo di vista l&#8217;oggetto principale di questa discussione, ovvero la salute psico-fisica della donna, in nome di convinzioni morali o religiose o  della tenace difesa della libertà personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio, l&#8217;opposizione delle organizzazioni antiabortiste alla RU486 è legata alla convinzione per cui questo sistema, questo strumento, costituisca una via più facile all&#8217;interruzione di gravidanza: vi è  l&#8217;idea che meno ostacoli si frappongono alla fine della gravidanza più frequentemente vi si ricorrerà. In questo, vi è un&#8217;idea decisamente riduttiva dell&#8217;interruzione della gravidanza come di un metodo anticoncezionale.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; sulla questione della decisione che dovrebbe, invece, situarsi la riflessione e il contributo anche nello specifico dell&#8217;apporto professionale, da parte dello psicologo. La decisione di abortire, - o anche quella non meno complessa e dolorosa - di accogliere, di assumere la responsabilità di una gravidanza indesiderata, dovrebbe sempre essere il risultato di un percorso, di un processo, che dovrebbe partire da un&#8217;analisi dei motivi, consci e inconsci che hanno portato il corpo della donna ad essere teatro, ricettacolo, dell&#8217;evento &#8220;gravidanza indesiderata&#8221;. La pratica clinica mostra come dietro ad una &#8220;gravidanza indesiderata&#8221; possa esserci un atto, la cui intenzionalità non è facilmente e immediatamente individuabile, perché deriva da un conflitto inconscio; scandagliare e portare alla luce queste dinamiche, con la donna o anche con il partner, laddove questo è possibile e indicato, è precisamente il lavoro che la consulenza psicologica dovrebbe poter facilitare. Non bisogna dimenticare che anche portare avanti una gravidanza veramente non voluta, frutto di una violenza psicologica più o meno sottile e spesso anche inconsapevole dei partner,  realizzatasi in un momento di particolare difficoltà della futura madre (come nei casi, peraltro abbastanza frequenti, in cui una nuova gravidanza si realizza poco dopo parti prematuri in cui il bambino non è sopravvissuto, ovvero quando gravidanze precedenti, difficili,  hanno lasciato in eredità alla coppia la gestione di gravi problemi di salute del bambino) possono rendere davvero non sostenibile la scelta, per la donna, di proseguire con la gravidanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che la decisione di interrompere una gravidanza è sempre un&#8217;esperienza dolorosa e difficile, non bisogna, a nostro avviso, cadere nell&#8217;errore e nella semplificazione di credere che questa opzione, questa eventuale possibilità, sia <em>tout court</em> sempre causa di disagi psicologici o di vissuti di fallimento. Il diritto delle donne di proseguire o interrompere la gravidanza nella sua fase iniziale, costituisce il limite, l&#8217;orizzonte simbolico entro il quale si situa la possibilità di sottrarre il corpo della donna, e con esso la sua soggettività, alla schiavitù e alla sopraffazione che costituisce sempre una prospettiva possibile nella dinamica della relazione fra i sessi. E&#8217; l&#8217;ineluttabilità di dover assumere la gravidanza, senza la possibilità di decidere autonomamente e in coscienza, quello che rende a nostro avviso evolutivo ed emancipatorio il dispositivo giuridico che rende possibile questa scelta per le donne.  Tuttavia la delicatezza, l&#8217;importanza di rendere davvero libero e approfondito l&#8217;esame di cosa può aver prodotto la &#8220;gravidanza indesiderata&#8221; (di chi è dunque, il desiderio? A quale logica risponde, caso per caso, l&#8217;atto mancato che ha permesso l&#8217;istallazione dell&#8217;ovulo fecondato?), viene spesso purtroppo tralasciato, sbrigativamente, sia dai detrattori della legge 194, sia - paradossalmente - dai suoi sostenitori. Nei primi dibattiti sull&#8217;attuazione della legge 194, da parte del movimento femminista veniva espressa diffidenza nei confronti della figura degli psicologi, in nome della tutela del diritto di autodeterminazione delle donne: si temeva che le utenti venissero sottoposte a indagini psicodiagnostiche, costrette al ruolo di pazienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla base e a sostegno di un&#8217;analisi delle motivazioni, si situa al contrario il dettato normativo  che ha portato il legislatore a prevedere l&#8217;attesa dei sette giorni prescritta dalla legge tra la domanda di IVG e l&#8217;intervento: si rende obbligatoria un&#8217;attesa prescrivendo nel contempo a chi riceve la richiesta un&#8217; attenzione all&#8217;analisi delle motivazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di questa prescrizione è nella costruzione di uno spazio necessario affinché possa strutturarsi un &#8220;tempo per comprendere&#8221;, e in questo senso il supporto psicologico va precisamente  nella direzione di offrire alla donna che l&#8217;accetti una consulenza spesso utilissima e talvolta davvero necessaria. Soprattutto nei casi in cui vorrebbe un figlio, ma si opta per l&#8217;IVG per motivi sociali o, peggio, per assecondare il partner o altre istanze. Il punto è quello di analizzare e di scandagliare con la donna ed eventualmente con il partner, la dinamica del concepimento, e il senso che può avere quell&#8217;atto mancato, che è possibile rintracciare dietro ad una gravidanza indesiderata.</p>
<p style="text-align: justify;">La discussione circa il come abortire deve tener conto del fatto che l&#8217;offerta di una consulenza psicologica dovrebbe essere nella prassi di ogni consultorio. Cosa che presupporrebbe, ovviamente, la disponibilità immediata di uno psicologo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali asl oggi, decenni dopo la legalizzazione dell&#8217;IVG, compiono questa scelta e se ne accollano i costi? Quanto della legge 194 sulla prevenzione e sul sostegno alle donne è stato realmente realizzato?</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema sembra ancora una volta di tipo economico e ancora una volta ci vediamo chiamati in causa nella nostra &#8220;presenza - assenza&#8221; dai servizi, ovvero in una presenza che non riesce ad incidere, che non riesce ad orientare, che non ha la forza contrattuale per suscitare un dibattito più approfondito che porti in primo piano non un falso problema di libertà di scelta  che sembra oscurare l&#8217;annoso obiettivo del risparmio economico soprattutto in ambito sanitario, ma un reale problema di diritto alla salute fisica e psicologica, quest&#8217;ultima mai sufficientemente rivendicata.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questi interrogativi dovrebbe essere materia di approfondimento cui le  organizzazioni degli psicologi e in generale la comunità scientifica degli psicologi e dei medici ginecologi, dovrebbero applicarsi, al di là degli aspetti ideologici, in modo da poter esaminare i pro e i contro della RU486 e delle modalità di somministrazione, nella realtà dei nostri servizi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg"><img class="size-medium wp-image-1414 alignleft" title="parere_exp" src="http://www.osservatoriopsicologia.it/wp-content/uploads/2009/09/parere_exp.jpg" alt="" width="160" height="143" /></a>PARERE DEL DR. LUIGI BARRACCO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho riflettuto un po&#8217; prima di rispondere alla richiesta di un parere su questo tema,  perché in realtà non credo di essere la persona più adatta a dibattere questi argomenti: non solo perché la struttura nella quale lavoro non è (per fortuna) abilitata alla 194, ma soprattutto perché il mio punto di vista è molto fuori dagli schemi, molto politicamente scorretto come si dice oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, una mia non breve, seppur remota,  esperienza consultoriale e una lunga esperienza professionale mi spingono ad esprimere comunque un&#8217;opinione.</p>
<p style="text-align: justify;">La trasmissione fatta da Repubblica coinvolgeva tutti personaggi molto poco interessati al cuore del problema, anche se poi molto bravi a spostare continuamente il punto di vista aggiustandolo nella maniera a loro più congeniale; di conseguenza lo spettatore, privo degli elementi minimi per esprimere un giudizio, era tentato di intrupparsi nella propria &#8220;parte politica&#8221;, facendo un atto di fede nei confronti dell&#8217;oratore più vicino alle sue idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si guarda la trasmissione, ci si accorgerà di come in un&#8217;ora di tempo si discute animatamente se è opportuno dire si o no all&#8217;uso di questa RU 486, ma non si parla mai nel merito di cosa fa questo farmaco e del perché sarebbe meglio o peggio rispetto all&#8217;intervento tradizionale di IVG. Il problema, cioè, non è affatto se sia opportuno o non opportuno il ricovero, o se debba essere introdotto o meno questo farmaco in Italia. Il problema è capire cosa stiamo facendo e soprattutto perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Osserviamo perciò la situazione dall&#8217;inizio, raccontando gli elementi necessari per esprimere un giudizio sull&#8217;argomento.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando una gravidanza si interrompe durante il primo trimestre (parliamo di aborto spontaneo) la maggior parte delle volte la donna non si accorge di nulla. Se la diagnosi di aborto viene fatta ecograficamente (osservazione in genere del tutto casuale) si spiega alla donna che la gravidanza non è più evolutiva e che è opportuno eseguire un piccolo intervento per asportare il &#8220;materiale ovulare&#8221; dalla cavità uterina. Solo raramente, in aborti molto precoci, la quantità di materiale ovulare è talmente ridotta che non è necessario intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile spiegare ad uno psicologo l&#8217;immenso carico emotivo che si abbatte su questa poveretta: dopo aver faticosamente elaborato sulla realtà di diventare madre,  la capacità di esserlo, il senso di adeguatezza o inadeguatezza al ruolo, le paure ancestrali, le dinamiche di coppia e quelle familiari etc. etc., viene improvvisamente a sapere che tutto quello a cui si stava faticosamente preparando non avverrà. Immediati e fortissimi saranno a questo punto i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza, una certa vergogna &#8220;sociale&#8221; e mille altri problemi che gli psichiatri e voi psicologi ci insegnate.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle volte la situazione clinica viene risolta il più presto possibile con ricovero e revisione di cavità (RCU, il cosiddetto raschiamento) perché la paziente non vuole attese, essendo il suo giusto desiderio quello di uscire quanto prima da questo tunnel soffrendo (fisicamente) il meno possibile. L&#8217;intervento dura circa 5-10 minuti e se fatto in sedazione la donna non sente dolore e non associa oltre il dovuto la sofferenza all&#8217;evento. Evidentemente ed inevitabilmente dopo l&#8217;intervento ci sarà tutto il processo intellettuale per uscire dalla situazione psicologico - affettiva determinatasi (elaborazione del lutto?); questo purtroppo non è possibile risparmiarlo e la quantità di impegno e di fatica per uscirne dipende dalla situazione di ogni singola donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la diagnosi di aborto non viene fatta prima dell&#8217;insorgere dei sintomi o se la donna che sa di avere abortito non volesse sottoporsi subito a raschiamento, ad un certo punto, dopo giorni o settimane dal momento in cui l&#8217;attività cardiaca fetale non c&#8217;è più e dunque la gravidanza non è più evolutiva, la donna abortirà spontaneamente. Questo significa che l&#8217;utero comincerà a contrarsi e contrarsi fino ad espellere il suo contenuto. La donna avrà dolori generalmente molto forti e perdite prima di sangue e poi di materiale ovulare. Questi sintomi possono durare molte ore e le perdite di sangue possono essere molto abbondanti, e a volte comunque l&#8217;aborto può rimanere incompleto (rimane cioè del materiale ovulare in utero); in questi casi (un aborto spontaneo misconosciuto che esordisce con tali sintomi), quando il materiale ovulare non è già stato completamente espulso la donna viene prontamente ricoverata e sottoposta a raschiamento. Dopo l&#8217;intervento, la sintomatologia scompare, mentre invece, ed ovviamente, rimarrà il carico psicologico da affrontare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quello che è la mia esperienza, qualsiasi donna quando sa di avere abortito o di stare per abortire, vuole ricoverarsi appena possibile e risolvere prima possibile tutta la parte medica non volendo aggiungere sofferenza alla sofferenza (e sfido chiunque a non essere d&#8217;accordo).</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, se una mia parente o una cara amica mi chiedesse la soluzione migliore per lei in caso di aborto non esiterei un istante a consigliarle (se necessario) un raschiamento subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa lunga descrizione (forse un po&#8217; cruenta?) degli eventi è indispensabile per possedere gli strumenti di giudizio per l&#8217;argomento in questione.</p>
<p style="text-align: justify;">Rileviamo intanto un particolare che ci tornerà utile in seguito: tutto quello di cui abbiamo parlato ha un costo economico per la società. Un ricovero ospedaliero (due notti) per raschiamento ha un DRG (l&#8217;importo che la Regione rimborsa alla struttura) che va oltre i mille euro (vado a spanne). Un ricovero ospedaliero in Day Hospital ne ha uno di poco inferiore ai mille euro. Non conosco gli importi per l&#8217;IVG, ma credo non siano molto diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo ora la situazione di una donna che ha una gravidanza indesiderata. Dal punto di vista psicologico non cambia molto rispetto al caso precedente (elaborazione del desiderio e della capacità di maternità, sentimento di adeguatezza alla situazione, dinamiche familiari e sociali etc.). La differenza sta nel fatto che questa donna non può o non vuole tenere il bambino, e che alla sofferenza psicologica nella elaborazione della gravidanza e quella dell&#8217;interruzione della gravidanza stessa, questa volta volontaria, si aggiungeranno sensi di colpa e sentimenti di frustrazione, rabbia, paura ed impotenza nei confronti di una situazione inattesa che non è in grado materialmente e/o emotivamente di gestire ed affrontare come vorrebbe (o vogliamo veramente credere che le donne usino l&#8217;aborto come contraccettivo?). E nulla di tutto questo cambierà se noi sostituiamo la parola embrione alla parola bambino: le donne non sono sceme.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a questo punto uno si immagina che, come nel caso precedente, quello dell&#8217;aborto spontaneo, questa donna voglia, una volta presa la decisone, concludere più in fretta possibile la trafila per poter poi elaborare e &#8221; cicatrizzare&#8221; (difficile dimenticare!) l&#8217;evento. Ed infatti è così: i tempi che la legge 194 giustamente impone per colloqui, esami e riflessione vengono spesso vissuti molto male; le donne hanno una fretta dannata di lasciarsi tutto alle spalle. Quindi, ricovero, raschiamento e poche ore dopo ritorno a casa  (questa non è una supposizione, è quello che realmente vogliono le donne in questa circostanza).</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo subito che di cruento in tutto questo c&#8217;è ben poco: è un intervento chirurgico, se fatto in sedazione non si sente e non si ricorda nulla. I rischi sono statisticamente rari anche se ovviamente presenti (ogni intervento sia chirurgico che farmacologico può presentare complicazioni anche gravi, non cerchiamo alibi, e non è questo quello di cui si deve discutere). Il fatto che durante un intervento chirurgico ci sia del sangue non significa che l&#8217;intervento stesso sia molto invasivo: si può morire d&#8217;infarto senza versare una goccia di sangue, e questo è un evento drammaticissimo anche se poco &#8220;cruento&#8221; (insisto, non giochiamo con le parole).</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa succede invece se la donna viene indirizzata verso la terapia medica (RU 486) ? Succede esattamente quello che ho descritto prima: si provoca cioè un aborto spontaneo con i farmaci. Dolori intensi, perdite ed espulsione del materiale ovulare dopo un intervallo di tempo più o meno lungo dall&#8217;assunzione del farmaco. E la situazione è talmente la stessa che si raccomanda nelle indicazioni di non oltrepassare il secondo mese di gestazione. Perché? Perché in quel caso i sintomi sarebbero sicuramente troppo importanti e pericolosi per non essere ospedalizzati, perché sono i medesimi sintomi di un aborto spontaneo, perché il processo è identico, anche se molto precoce e quindi in genere meno drammatico sotto l&#8217;aspetto clinico.</p>
<p style="text-align: justify;">I dolori potranno essere talvolta più lievi, come pure le perdite, ma cosa passa nella mente di una donna che per giorni rimane sola, ignara del come e del quando, probabilmente all&#8217;insaputa dei conviventi, atterrita dalla paura di complicanze in attesa di vedere compiuta la sua terribile scelta? E ugualmente, anche fosse in quei giorni ricoverata, cosa cambierebbe nel suo processo psicologico? Ed infatti la questione non è ricovero o no, la questione è: Perché?</p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo, se avessi una persona che mi sta a cuore certamente non la lascerei giorni in questa situazione tra angosce e dolori per non fare un intervento di piccola chirurgia che risolve subito il problema. E non la lascerei né dentro né fuori da un ospedale, per giorni, in tale situazione. A meno di non tenere in alcun conto la sua condizione umana e psicologica. Quindi, potendo risolvere subito la situazione, senza aggiungere sofferenza e senza aggiungere rischi, perché non farlo? (etimologicamente: per quale ragione?).</p>
<p style="text-align: justify;">E non è possibile né onesto sostenere (come durante la discussione in trasmissione) che il numero di aborti nel Paese, l&#8217;organizzazione consultoriale e sociale intorno alla donna, al bambino ed alla gravidanza abbia qualcosa a che fare con il metodo usato praticamente per effettuare l&#8217;interruzione! Se i consultori, le case famiglia, il sostegno sociale ed economico intorno alle mamme in difficoltà esistano o non esistano, funzionino o non funzionino, tutto questo non ha niente a che fare con il &#8221; come&#8221; si fa un&#8217;interruzione di gravidanza. Né il buono o cattivo funzionamento delle strutture dedicate dipende dal come viene effettuata l&#8217;interruzione. Ed infatti nella trasmissione tutto ciò sapeva molto di campagna elettorale, anche se fuori tempo, o comunque di demagogia un tanto al chilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Finora il perché sembra poco opportuno promuovere la RU 486.</p>
<p style="text-align: justify;">Domandiamoci ora perché una tale proposta viene da molti sostenuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice, con ipocrisia, che questo metodo è meno invasivo, meno cruento, più socialmente accettabile (si gestisce al di fuori delle strutture ospedaliere) e chi più ne ha più ne metta. Non si sa o si finge di non sapere di cosa si tratta, specie sotto l&#8217;aspetto psicologico, e lo abbiamo già visto: un processo clinicamente identico ad un aborto spontaneo, che nessuno vorrebbe mai provare su di sé (e non so chi  lo preferirebbe all&#8217; RCU se dovesse consigliarlo alla propria figlia).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se non è meglio sotto l&#8217;aspetto medico, non è meglio sotto quello psicologico, non diminuisce rischi o angosce, perché lo si vuole praticare?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo due le possibili risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Una &#8221; politica&#8221;: per poter in parte sfuggire alle regole della 194 (si allargano le maglie dei controlli, il farmaco è comunque in circolazione, tutto diventa più facile per una gestione semiclandestina). Non voglio neppure commentare.</p>
<p style="text-align: justify;">Una economica. Ricordo che quello economico è un aspetto sempre molto importante in tutti i campi ed in particolare quando si parla di sanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Una compressa di mifegyne costa circa 30 euro, una di misoprostolo circa 30 centesimi. Vi rendete conto del risparmio? 50 euro ad aborto contro i quasi mille attuali! Quale immane risparmio sarebbe eliminare un 50 o magari un 70% dei centri di IVG e sostituirli con la RU 486! Ed ecco spiegato forse il perché tutti i paesi si sono adoperati ed hanno promosso questa seconda via. Indubbiamente pratica, economica ed efficace; riduce di molto tutti i problemi legati a questo ramo della sanità: il problema dell&#8217;obiezione di coscienza, per cui ci sono pochi operatori non obiettori stracarichi di lavoro, la loro giusta ribellione nel non voler essere ghettizzati solo in questo servizio, la cronica carenza di strutture e di spazi nelle strutture, l&#8217;emarginazione in alcune realtà, le liste di attesa nei grandi centri, il problema della privacy nei piccoli centri&#8230; sarebbe un toccasana, alla fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dal punto di vista etico (e deontologico), possiamo noi contrabbandare per migliore qualcosa che non faremmo mai ad un nostro caro, solo perché questa tale cosa costa meno ed è &#8220;più efficiente&#8221;? E anche se all&#8217;estero fanno così, non ha importanza. Potrebbero avere torto loro, come spesso succede, nell&#8217;anteporre l&#8217;efficienza economica all&#8217;etica.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, quando a quel tal chimico tedesco venne prospettato un quesito e lui lo risolse brillantemente inventando lo Ziklon B, egli aveva sicuramente risolto un problema di economia ed efficienza. Ma qualcuno gli aveva spigato quali altri risvolti avesse la faccenda?</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, queste sono considerazioni abbastanza impresentabili nell&#8217;ambito del politicamente corretto, ed infatti non ho mai sentito nessuno che abbia sollevato un tale punto di vista (e nello specifico della trasmissione, né la rappresentante del governo, né quella dell&#8217;opposizione, né i cosiddetti tecnici hanno parlato dei motivi per cui si vuole promuovere l&#8217;RU 486, ma solo dell&#8217;applicazione delle norme e astrattamente della legge 194). Perché è sempre più facile far passare iniziative economiche se paludate come verità scientifiche o come un bene sociale, specialmente se l&#8217;argomento è al centro di un dibattito politico - morale ancora molto vivace.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, questa è la mia opinione, e nulla posso fare se è molto lontana dall&#8217;impostazione che si vuol dare al problema.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/aborto-con-la-ru486-dubbi-e-riflessioni/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Non voglio più vivere alla luce del sole</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara Ginanneschi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

		<category><![CDATA[hikikomori]]></category>

		<category><![CDATA[Manuela Materdomini]]></category>

		<category><![CDATA[Micheal Zielenziger]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3726</guid>
		<description><![CDATA[Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta

Autore: Michael Zielenziger
Titolo Originale: Shutting Out the Sun.&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il disgusto per il mondo esterno di una nuova generazione perduta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Autore: Michael Zielenziger</p>
<p style="text-align: justify;">Titolo Originale: <em>Shutting Out the Sun. How Japan Created Its Own Lost Generation</em></p>
<p style="text-align: justify;">Editore: Elliot</p>
<p style="text-align: justify;">Prezzo: euro 22.00</p>
<p style="text-align: justify;">Pagine: 408</p>
<p style="text-align: justify;">Anno edizione originale: 2006</p>
<p style="text-align: justify;">Anno prima edizione italiana: 2008</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Manuela Materdomini </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>«Secondo il mito della creazione del Giappone, dopo che il fratello ribelle di Amaterasu (dea del sole giapponese, ndr) le ebbe devastato la terra e saccheggiato il giardino, i templi e i campi di riso, lei si nascose in una caverna e sprofondò nel mondo dell&#8217;oscurità.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio di Zielenziger colpisce sin dalle prime pagine perché, nel rapido rincorrersi delle parole, emergono tutta la passione e la dedizione con le quali l&#8217;autore si è dedicato alla costruzione del testo. Nella <em>Nota per il lettore</em> Zielenziger ci tiene a precisare che il suo libro è un&#8217;opera saggistica redatta interamente sulla base di testimonianze reali che, in effetti,  arricchiscono e rendono originale il testo. Leggendo, si ha la sensazione di &#8220;ciabattare&#8221; insieme con l&#8217;autore per i quartieri affollati di Tokio, nelle caffetterie stile anni Sessanta delle desolate periferie, nelle anguste abitazioni di Keiko, Hiro, Shigei, Taka, Jun e di tutti gli altri <em>hikikomori</em> che Zielenziger ha conosciuto e intervistato nel corso del suo soggiorno in Giappone come corrispondente per una stimata agenzia di stampa americana. Colpito dallo stato in cui versano più di un milione di uomini e di ragazzi giapponesi, Zielenziger prova a denunciarne al resto del mondo la condizione e lo fa mediante un&#8217;analisi della struttura sociale e della posizione politico-economica del Giappone. «<em>Ho pensato che per conoscere i ribelli che si chiudono dentro casa per sfuggire a una società del genere, dovevo esaminare più da vicino l&#8217;ecosistema che cercano di abbandonare</em>». Con lo spirito dell&#8217;esploratore, Zielenziger viaggia per la nazione, si documenta, riorganizza i tasselli del mosaico storico del Giappone, indagandone la condizione polito-economica, le strategie diplomatiche internazionali ed il rapporto di reciproca dipendenza con gli Stati Uniti d&#8217;America. Rimarca la tendenza del sistema giapponese a rifiutare ed espellere le influenze esterne che sembrano invaderlo irrimediabilmente, la sua tendenza all&#8217;isolamento, individuando delle analogie con il fenomeno degli hikikomori: <em>«Come l&#8217;hikikomori si chiude nella sua stanza invece di mediare in una società che trova intollerabile o troppo severa, così il Giappone sceglieva di ignorare i segnali manifesti del fatto che l&#8217;organizzazione attuale della propria economia non avrebbe potuto reggere il ciclone della globalizzazione.</em>»<em></em></p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, dall&#8217;analisi svolta emerge che il fenomeno degli hikikomori, definito dall&#8217;autore stesso come una misteriosa nuova epidemia sociale e raccontato anche dal premio Oscar Miyazaki ne <em>La Città</em><em> Incantata</em>, ha preso piede in una nazione che nel 2003 ha registrato la cifra record di suicidi: 34.427 (quasi tutti uomini e di cui una parte è composta da giovani che si incontrano sul web per pianificare un suicidio collettivo); che presenta attualmente il più basso tasso di natalità al mondo ed un concomitante rapidissimo invecchiamento della popolazione. Come una piaga, questa sindrome da adattamento lesiona l&#8217;involucro di gomma che sembra avvolgere la cultura tradizionale giapponese, notoriamente di matrice collettivistica, fondata su un modello di passività, di autonegazione, che scoraggia l&#8217;assertività, censura la creatività, premia la cieca adesione al gruppo e fonda su questi valori il sistema organizzativo politico e lavorativo. In una società tendenzialmente omosociale (nella quale cioè ancora oggi viene strenuamente mantenuta la segregazione sessuale) e organizzata in reti sociali blindate, chi prova a cercare una via più personale alla realizzazione di sé rimane isolato o viene ostracizzato. Contemporaneamente internet, i video-games, i film e i programmi televisivi occidentali offrono ai giovani giapponesi nuovi modelli di comportamento completamente diversi da quelli tradizionali, amplificando quel senso di scollamento dal sistema di appartenenza che induce gli hikikomori a ritirarsi completamente dal mondo (la parola giapponese <em>hikikomor</em>i unisce <em>hiku</em> che significa &#8220;tirare&#8221; e <em>komoru</em> &#8220;ritirarsi&#8221;) e, paradossalmente, a rimanere talvolta in contatto con la realtà attraverso il ponte delle relazioni virtuali. Il rifiuto dei valori tradizionali è tale da spingerli a chiudersi in camera e non lasciarvi entrare nemmeno un raggio di sole. Scrive l&#8217;autore:<em> «Sebbene cerchino disperatamente di liberarsi dai rigidi modelli educativi, lavorativi e sociali del paese, sanno che se scegliessero la strada rischiosa dell&#8217; &#8220;emancipazione&#8221; e fuggissero verso la luce del sole, sarebbero doppiamente puniti. Scansati dal gruppo scolastico o di lavoro dal quale si sono ritirati, è probabile che non troverebbero altre reti o gruppi disposti ad accettarli.</em>»</p>
<p style="text-align: justify;">Il sentimento di vergogna per la mancata adesione al sistema di valori tradizionale induce spesso i familiari a non chiedere aiuto all&#8217;esterno, a tacere le emozioni legate a questo dramma. E&#8217; molto  interessante notare come mentre nella cultura giapponese l&#8217;eventualità di poter riscoprire se stessi, ascoltare i propri sentimenti, dedicarsi alla propria individualità, ingeneri la paura di un conseguente crollo del mondo circostante, in Occidente la diffusione della cultura terapeutica (v. <a href="http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/il-nuovo-conformismo-troppa-psicologia-nella-vita-quotidiana/">Furedi Il nuovo conformismo)</a> sembra annullare il limite tra il privato ed il sociale e favorire la totale condivisione sociale delle emozioni. Come se, in entrambi i casi, non potessero coesistere un universo individuale e un mondo sociale, separati da confini flessibili ma pur sempre esistenti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/non-voglio-piu-vivere-alla-luce-del-sole/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Meno stress e più creatività le doti della mente vagabonda</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/meno-stress-e-piu-creativita-le-doti-della-mente-vagabonda/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/meno-stress-e-piu-creativita-le-doti-della-mente-vagabonda/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Immacolata Patrone</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dalla Stampa]]></category>

		<category><![CDATA[Creatività]]></category>

		<category><![CDATA[Distrazione]]></category>

		<category><![CDATA[Eric Klinger]]></category>

		<category><![CDATA[Federico Rampini]]></category>

		<category><![CDATA[Jonathan Schooler]]></category>

		<category><![CDATA[Jonathan Smallwood]]></category>

		<category><![CDATA[Kalina Christoff]]></category>

		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>

		<category><![CDATA[Ucsb]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3650</guid>
		<description><![CDATA[Le ricerche di alcuni studiosi americani smontano l&#8217;idea che la distrazione abbia solo effetti negativi. Anzi: dalla possibilità di divagare&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le ricerche di alcuni studiosi americani smontano l&#8217;idea che la distrazione abbia solo effetti negativi. Anzi: dalla possibilità di divagare il nostro cervello ottiene spesso dei benefici, inventando e rilassandosi dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NEW YORK</strong> - Non divagate. Concentratevi. Focalizzate le energie su un obiettivo alla volta. D&#8217;ora in avanti quando sentite le raccomandazioni di cui sopra, ignoratele. Nell&#8217;interesse vostro e dell&#8217;umanità intera. E se nel corso della lettura di questo articolo vi distraete varie volte per pensare ad altro, è un ottimo segno: di creatività, oltre che di salute mentale. Invenzioni scientifiche, capolavori artistici, utopie politiche, tutto questo lo dobbiamo alla nostra capacità di fuggire dalla realtà e sognare a occhi aperti. Lo dimostrano le ricerche compiute da tre gruppi di scienziati, dalla California al Canada. I risultati smontano implacabilmente un secolo di pregiudizi contro i distratti e i sognatori. &#8220;Sognare a occhi aperti&#8221;, come minimo era sinonimo d&#8217;indisciplina mentale, scarsa efficienza, incapacità di concludere. Sigmund Freud era ancora più severo, per lui il sognatore diurno era affetto da personalità infantile, in certi casi da nevrosi. Il fenomeno è stato associato anche ai sintomi di psicosi, nei manuali di psichiatria. Una montagna di pregiudizi crolla di fronte alla più recente evidenza scientifica. Sognare a occhi aperti, divagare, lasciare che la propria mente si assenti da quello che stiamo facendo, ha delle funzioni importanti e positive. Anzitutto è una tecnica per sopravvivere, mantenendo l&#8217;equilibrio mentale in situazioni inutilmente stressanti. Lo sottolinea l&#8217;équipe di ricercatori della University of California-Santa Barbara (Ucsb) diretti da Jonathan Schooler e Jonathan Smallwood. &#8220;Quando siamo svegli - dice Smallwood - in media il 30% del tempo lo passiamo a pensare ad altro, la mente va a zonzo e trascura ciò che stiamo facendo. Le punte di distrazione possono raggiungere il 75% del tempo, per esempio se guidiamo su un&#8217;autostrada semivuota o siamo bloccati in un ingorgo stradale. Questo è benefico. Senza la capacità di astrarci dal presente la vita sarebbe orribile. La fuga dell&#8217;attenzione è una liberazione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">I vantaggi del sognare a occhi aperti hanno addirittura a che vedere con l&#8217;evoluzione della nostra specie, secondo un&#8217;altra ricerca diretta da Eric Klinger alla University of Minnesota. Nel suo Manuale sull&#8217;immaginazione e la simulazione mentale, Klinger spiega che la selezione evolutiva ci ha spinti verso un uso flessibile della nostra attenzione. &#8220;Mentre una persona è occupata da un singolo compito - dice lo scienziato - questa facoltà di pensare ad altro mantiene aperto un ventaglio di obiettivi più ampio, lascia intatta la possibilità di perseguire altri scopi&#8221;. Gli accademici arrivano a giustificare la disattenzione dei loro allievi. Lo studente che durante la lezione si concentra sulla ragazza che gli sta di fronte, forse sta spostando il focus su una missione vitale: la ricerca di una compagna a scopi riproduttivi. Naturalmente ci sono episodi di distrazione solo distruttivi. In alcuni esperimenti, la lettura di Guerra e pace di Tolstoj viene interrotta e la mente va altrove, perché il lettore ha voglia di una sigaretta; oppure perché ha bevuto troppo alcol e questo abbassa la sua attenzione. Ma di per sé il fatto che la lettura di un romanzo sia intervallata da momenti in cui la mente &#8220;si assenta&#8221;, non è negativo. Le cavie di un esperimento di lettura di Jane Austen dimostrano che in mezz&#8217;ora ci sono almeno tre episodi di distrazione consapevoli, più altri episodi inconsci di &#8220;sogni a occhi aperti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Kalina Christoff della University of British Columbia sostiene che si alternano ai comandi il nostro &#8220;cervello esecutivo&#8221;, disciplinato e mono-tematico, e una sorta di &#8220;cervello di scorta&#8221; più sciolto, disinibito, imprevedibile. Il primo tende a riportarci con tutta l&#8217;attenzione su ciò che stiamo facendo. Il secondo è il migliore alleato degli inventori, degli artisti, degli spiriti originali. &#8220;Per la creatività - dice Jonathan Schooler della Ucsb - è essenziale che la mente possa andare a zonzo, prendersi tanta libertà. Poi però bisogna essere pronti a capire quando è arrivata l&#8217;intuizione geniale, e concentrarsi su quella&#8221;. Se Archimede fosse rimasto a trastullarsi nella sua vasca da bagno, il principio dei corpi immersi nei liquidi oggi non porterebbe il suo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">(30 giugno 2010)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/scienze/2010/06/30/news/mente_vagabonda-5265785/">http://www.repubblica.it/scienze/2010/06/30/news/mente_vagabonda-5265785/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/meno-stress-e-piu-creativita-le-doti-della-mente-vagabonda/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>X Convegno di Psicosomatica-Le relazioni di aiuto: sviluppi e prospettive nel contesto attuale</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/ix-convegno-di-psicosomatica-perche-ci-ammaliamo/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/ix-convegno-di-psicosomatica-perche-ci-ammaliamo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Immacolata Patrone</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<category><![CDATA[Convegno Psicosomatica]]></category>

		<category><![CDATA[Livorno]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Mengheri]]></category>

		<category><![CDATA[Psicosomatica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3672</guid>
		<description><![CDATA[Corso Di Formazione/Aggiornamento (13 ore) 
Livorno  23-24 ottobre 2010
Museo di Storia Naturale, via Roma n° 234, Livorno
Sono stati&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Corso Di Formazione/Aggiornamento (13 ore) </p>
<p style="text-align: justify;">Livorno  23-24 ottobre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Museo di Storia Naturale, via Roma n° 234, Livorno</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati richiesti crediti ECM</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Coordinatore: Dott. Mario Mengheri  (Presidente AIRP)  </p>
<p style="text-align: justify;">Autorità: Dott. Alessandro Cosimi (Sindaco Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Giorgio Kutufà (Presidente Provincia Li)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Monica Calamai (Dirett. Gen. ASL 6 di Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Galileo Guidi (Respons. Commiss. Governo Clinico in Salute Mentale, Regione Toscana)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Emiliano Mariotti (Presidente Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Li) </p>
<p style="text-align: justify;">Relatori:</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Mario Mengheri  (Presidente e Didatta AIRP, Psicologo Analista, Psicoterapeuta)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Antonio Puleggio (Dirigente ASL 6 di livorno, Docente Univ. Pisa, Didatta AIRP)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Giuseppe Bacci (Responsabile U.O. Formazione ASL 6 Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Federico Gelli (Vice Direttore Sanitario Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, A.O.U.P.)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Spartaco Sani (Responsabile Malattie infettive, U.O. ASL 6 Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Paolo Lopane (Coordinatore Rete Aziendale Donazione Trapianti, ASL 6 Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Prof. Mario Guazzelli (Docente di Psicologia Clinica, Università di Pisa)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Massimo Ceccarini ( Presidente della Società Medico Chirurgica Livornese, Responsabile Unità Operativa Dermatologia, ASL 6 Livorno)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Giammarco Bonsanti (Docente Univ. di Siena, Rogersiano, Didatta AIRP)</p>
<p style="text-align: justify;">Prof.ssa Adriana Celesti (Prof. Associato Università di Siena)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Elisabetta Diadori (Analisi Transazionale, Didatta AIRP)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Francesco Lamioni (Vicepresidente e Didatta AIRP, Psicosintetico)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Barbara Marzioni  (Docente Univ. di Siena, Cognitivo Costruttivista, Didatta AIRP) </p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Caterina Tocchini (Responsabile Qualità Sociale Provincia Li)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Luigi Sardella (Docente Univ. di Urbino, Cognitivo Costruttivista, Didatta AIRP)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott.ssa Lara Busoni (Psicologa, Counselor, Didatta e progettista AIRP)</p>
<p style="text-align: justify;">Dott. Vincenzo Tallarico (Psicologo Analista, Didatta AIRP)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/ix-convegno-di-psicosomatica-perche-ci-ammaliamo/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Le sorprese dell&#8217;empatia: &#8220;Ecco come il dolore altrui diventa il mio&#8221;</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/le-sorprese-dellempatia-ecco-come-il-dolore-altrui-diventa-il-mio/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/le-sorprese-dellempatia-ecco-come-il-dolore-altrui-diventa-il-mio/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Immacolata Patrone</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dalla Stampa]]></category>

		<category><![CDATA[Decety]]></category>

		<category><![CDATA[Dolore]]></category>

		<category><![CDATA[Empatia]]></category>

		<category><![CDATA[Frédérique de Vignemont]]></category>

		<category><![CDATA[Parigi]]></category>

		<category><![CDATA[Singer]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3681</guid>
		<description><![CDATA[FRÉDÉRIQUE DE VIGNEMONT
INSTITUT JEAN NICOD-CNRS - PARIGI
Il dolore ha una natura duplice: è al tempo stesso un&#8217;esperienza sensoriale&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">FRÉDÉRIQUE DE VIGNEMONT</p>
<p style="text-align: justify;">INSTITUT JEAN NICOD-CNRS - PARIGI</p>
<p style="text-align: justify;">Il dolore ha una natura duplice: è al tempo stesso un&#8217;esperienza sensoriale e affettiva. A livello sensoriale si può sentire l&#8217;intensità del dolore e quale parte del corpo sia colpita. A livello affettivo ci si rende conto di quanto sia sgradevole. Dal punto di vista neurologico, poi, quella che si definisce la «matrice del dolore» comprende due reti cerebrali specializzate: la componente sensoriale e la componente affettiva. A volte sono dissociate, come nella sindrome dell&#8217;asimbolia del dolore: i pazienti percepiscono il male, ma non manifestano le reazioni emotive appropriate. Che cosa accade, allora, quando si vede un amico contorcersi dal dolore o quando si sente un bambino piangere dopo una caduta? Non solo ci rendiamo conto della loro sofferenza, in un certo senso la sperimentiamo anche noi. Ma che cosa significa condividere il dolore altrui? E&#8217; solo una metafora? O il dolore indiretto coinvolge le stesse componenti sensoriali e affettive di chi lo prova sulla propria pelle? Oggi, grazie alle neuroscienze, siamo in grado di rispondere. Gli studi del professor Aglioti, in Italia, dimostrano che osservare un ago penetrare in una mano induce risposte sia sensoriali sia motorie nello spettatore, come se fosse la sua mano a essere penetrata. Le risposte senso-motorie sono quindi automatiche, correlate all&#8217;intensità del dolore. Altre prove sono state raccolte dal professor Singer in Svizzera e dal professor Decety negli Usa: hanno dimostrato come un individuo attivi la componente affettiva del dolore, quando vede altri soffrire, ma escludendo - in questi casi - la componente sensoriale. In altre parole, ci si sente «feriti», se si osserva un dito o un piede schiacciato da una porta, e tuttavia non si prova un dolore diretto. Significa che l&#8217;elemento affettivo è modulato da diversi fattori. Da un lato, tanto più gli individui possiedono una personalità empatica e tanto più esprimono l&#8217;affettività. Dall&#8217;altro lato, le persone rivelano una minore risposta affettiva quando sono maschi e non gradiscono chi sta soffrendo, quando sono medici e quando ritengono che il dolore sia la conseguenza di una terapia. I risultati confermano ciò che intuiamo: si può letteralmente percepire il dolore, quando si vede qualcuno soffrire. Ma le ricerche suscitano anche nuovi interrogativi. Osservare qualcuno contorcersi può indurre, in modo selettivo, sia l&#8217;attività senso-motoria sia quella affettiva. Che cosa significa, allora, questa dissociazione? E&#8217; una manifestazione apparente o una distinzione fondamentale tra tipi di dolore? Gli studi psicologici hanno evidenziato diversi modi di rapportarsi al dolore altrui, compresi la simpatia, l&#8217;empatia e il contagio. Ci sono, però, distinzioni importanti. Se provo simpatia per qualcuno, so che cosa sente quella persona e posso dispiacermi per lei, ma non ne condivido le emozioni. Quando invece stabilisco un rapporto di empatia, so esattamente che cosa sente, perché ne percepisco le emozioni. Sia la simpatia sia l&#8217;empatia, quindi, sono dirette verso l&#8217;altro e implicano la comprensione dello stato affettivo altrui. Il contagio, al contrario, è centrato su se stessi. Sbadiglio perché ti vedo sbadigliare, ma non mi preoccupo se sei stanco. Mi limito a «catturare» l&#8217;emozione. Non conosco ciò che provi e non mi rendo conto di reagire alla tua emozione. Ma, come succede nell&#8217;empatia, condivido il tuo dolore. Volendo ridurre il tutto a semplici equazioni, ecco che cosa si ottiene: simpatia = comprensione affettiva; contagio = condivisione affettiva; empatia = condivisione affettiva + comprensione affettiva. La distinzione è significativa. Tommy è un bambino e piange, quando gli fanno un&#8217;iniezione sulla spalla. L&#8217;infermiera simpatizza con lui, ma non condivide il suo dolore, altrimenti non sarebbe una professionista. Accanto a Tommy c&#8217;è la sorella di 6 anni, Alma, che si stringe in sé, come se sentisse l&#8217;ago. Prova un&#8217;esperienza del dolore di tipo contagioso, auto-centrata. Può anche non essere consapevole del fatto che Tommy provi dolore, ma è ancora meno consapevole del fatto che la sua reazione è causata dalle urla di Tommy. La madre, Laura, condivide il dolore di Tommy, ma la sua esperienza è centrata su Tommy stesso e su ciò che prova. Sa che il figlio ha male ed è consapevole che il proprio dolore indiretto nasce da quello del bambino: conosce bene il dolore empatico. Le neuroscienze rivelano che sia Alma sia Laura condividono in parte il dolore di Tommy. Ma Alma ne percepisce solo la componente sensitivo-motoria: immagina di subire lei stessa l&#8217;iniezione. Laura, al contrario, sperimenta solo la componente affettiva del dolore del figlio: sa che cosa significa per lui sentire male. Ecco la mia conclusione: non c&#8217;è un divario vertiginoso tra il sé e l&#8217;altro. Attraverso il contagio e l&#8217;empatia tu puoi sentire ciò che io stessa provo. Ma non è mai esattamente lo stesso: condividere le emozioni non sempre è sinonimo di comprensione reciproca. Per capire ciò che sento, è necessario andare oltre il dolore indiretto e inseguirne l&#8217;origine, vale a dire il mio personale dolore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/258122/">http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/258122/</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/le-sorprese-dellempatia-ecco-come-il-dolore-altrui-diventa-il-mio/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Come parlare al proprio figlio  colpito da tumore</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/come-parlare-al-proprio-figlio-colpito-da-tumore/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/come-parlare-al-proprio-figlio-colpito-da-tumore/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Immacolata Patrone</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dalla Stampa]]></category>

		<category><![CDATA[Annarita Adduci]]></category>

		<category><![CDATA[Geraldina Poggi]]></category>

		<category><![CDATA[Istituto Tumori Milano]]></category>

		<category><![CDATA[Rosalba Miceli]]></category>

		<category><![CDATA[Tumore]]></category>

		<category><![CDATA[Unità di Riabilitazione Neuroncologica Infantile Medea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3683</guid>
		<description><![CDATA[GALASSIAMENTE
04/06/2010
 La comunicazione fa parte della cura che si offre al bambino
ROSALBA MICELI
 La salute psichica del bambino&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">GALASSIAMENTE</p>
<p style="text-align: justify;">04/06/2010</p>
<p style="text-align: justify;"> La comunicazione fa parte della cura che si offre al bambino</p>
<p style="text-align: justify;">ROSALBA MICELI</p>
<p style="text-align: justify;"> La salute psichica del bambino va sempre messa in primo piano, anche di fronte all&#8217;emergenza di una grave malattia organica come il tumore. In questo caso i genitori sperimentano sentimenti di angoscia, rabbia, senso d&#8217;ingiustizia e di impotenza, che spesso diventano troppo difficili da gestire, creando il vuoto del &#8220;non detto&#8221; nel rapporto con il bambino malato. L&#8217;evitamento e l&#8217;inadeguatezza della comunicazione risultano molto frequenti. Per tale motivo, l&#8217;Unità di Riabilitazione Neuroncologica Infantile dell&#8217;IRCCS Medea - La Nostra Famiglia, guidata dalla Dottoressa Geraldina Poggi, ha avviato il progetto di ricerca &#8220;Il tumore cerebrale nel bambino: un supporto alla comunicazione genitori-bambino riguardo alla malattia&#8221;, che si svolgerà in collaborazione con l&#8217;Istituto dei Tumori di Milano. Lo studio è tra i cinque progetti premiati - tra le oltre 160 proposte pervenute - dalla Fondazione Berlucchi per la Ricerca sul Cancro, nella ricorrenza del suo decennale. Diversi studi sui bambini con tumore cerebrale indicano che, insieme a fattori clinici e psicologici, anche la qualità della comunicazione al bambino riguardo alla malattia e la sua conseguente consapevolezza riguardo ad essa, rivesta una grande importanza nell&#8217;insorgenza e nel mantenimento dei problemi psicologici e comportamentali che possono presentarsi dopo l&#8217;intervento chirurgico e la terapia. Nonostante il tema della comunicazione al bambino riguardo alla malattia oncologica sia divenuto di recente oggetto di interesse scientifico, al centro di dibattiti e convegni, non sono state tuttora elaborate delle linee guida nella pratica clinica per i genitori e le figure professionali che si prendono cura del bambino.  Comunicare non è soltanto informare ma anche condividere il significato di quello che accade. La malattia crea un senso di rottura all&#8217;interno del corpo e della mente. Il bambino può rappresentarsi la malattia come un &#8220;incidente di percorso&#8221;, che tuttavia, si associa a dolore e sofferenza, a limitazioni più o meno gravi della sua autonomia. Il profilo psicologico-comportamentale dei bambini con esiti di tumore cerebrale è perlopiù segnato da problematiche di &#8220;internalizzazione&#8221; quali ansia, depressione, tendenza al ritiro, con conseguente compromissione dell&#8217;adattamento sociale. &#8220;Vogliamo coinvolgere il bimbo nella gestione della sua malattia - sottolinea Annarita Adduci, psicologa dell&#8217;Unità di Riabilitazione - aiutandolo a controllare la situazione e consentendogli di contenere il disagio con cui affronta l&#8217;iter ospedaliero, oncologico e riabilitativo&#8221;. L&#8217;obiettivo della ricerca è realizzare e testare uno strumento di supporto alla comunicazione: verrà redatto un piccolo volume rivolto sia ai familiari che al bambino, all&#8217;interno del quale i genitori possano reperire indicazioni e suggerimenti differenziati per le diverse fasce d&#8217;età del bambino. Anche il bimbo potrà trovare informazioni complete, veritiere, coerenti, personalizzate, sulla sua patologia, sul decorso, sui trattamenti oncologici, farmacologici e riabilitativi, in un linguaggio comprensibile e adeguato alla sua età e alle sue capacità cognitive.  Il libretto sarà consegnato a tutti i genitori dei bambini con diagnosi di tumore cerebrale ricoverati presso l&#8217;oncologia pediatrica dell&#8217;Istituto dei Tumori di Milano. Al termine del percorso oncologico i piccoli pazienti vengono di solito inviati presso l&#8217;Unità di Riabilitazione Neuroncologica infantile dell&#8217;IRCCS Medea di Bosisio Parini, per essere sottoposti a valutazioni cliniche e funzionali. Al termine delle cure, all&#8217;interno della valutazione psicologica (mediante un questionario ed una intervista semi-strutturata) sarà testata l&#8217;efficacia del vademecum, in relazione al grado di consapevolezza raggiunto dal bambino nei confronti della propria situazione, alla qualità della comunicazione genitore-bambino (evitamento, inadeguatezza, adeguatezza) e alla eventuale presenza di problematiche psicologiche e comportamentali. Inoltre si ipotizza un confronto con un campione di 64 bambini che fa parte di uno studio svolto in precedenza; i piccoli non hanno usufruito di tale ausilio, pur essendo stati valutati con gli stessi strumenti. Il confronto potrà permettere di definire l&#8217;utilità del progetto e fornirà indicazioni preziose per la sua adozione come strumento di prevenzione del disagio psicologico del bambino con tumore cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/galassiamente/articolo/lstp/236562/">http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/galassiamente/articolo/lstp/236562/</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/come-parlare-al-proprio-figlio-colpito-da-tumore/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Gamer</title>
		<link>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/gamer/</link>
		<comments>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/gamer/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 10:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Santi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>

		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>

		<category><![CDATA[Brian Taylor]]></category>

		<category><![CDATA[Gamer]]></category>

		<category><![CDATA[Gerard Butler]]></category>

		<category><![CDATA[Giuseppe Preziosi]]></category>

		<category><![CDATA[Mark Neveldine]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.osservatoriopsicologia.it/?p=3690</guid>
		<description><![CDATA[Regia: Mark Neveldine, Brian Taylor
Sceneggiatura: Mark Neveldine, Brian Taylor
Attori: Gerard Butler, Michael C. Hall, John Lequizamo, Kyra Sedqwick&#8230;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Regia: Mark Neveldine, Brian Taylor<br />
Sceneggiatura: Mark Neveldine, Brian Taylor<br />
Attori: Gerard Butler, Michael C. Hall, John Lequizamo, Kyra Sedqwick<br />
Produzione: Albuquerque Studios, Lakeshore Entertaiment<br />
Paese: Stati Uniti d&#8217; America<br />
Uscita Cinema: 2009<br />
Genere: azione, fantascienza, thriller<br />
Durata: 95 minuti<br />
Formato: colore</p>
<p><strong>di Giuseppe Preziosi</strong> </p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni film valgono solo per dei particolari, per delle intuizioni che si perdono nelle centinaia di migliaia di fotogrammi di pellicola che scorrono. In un grosso e grasso film d&#8217;azione americanissimo e luccicante gli ingredienti sono i soliti: c&#8217;e&#8217; l&#8217;eroe, la famiglia lontana (unico obiettivo di una vita di errori), il cattivo, quello ancora più cattivo perché pure intelligente, fucili, proiettili, gente che salta in aria, bombe, esplosioni, pistole e pistolette, belle donne, sessualità strisciante.</p>
<p style="text-align: justify;">Gamer è un film sparatutto (sparatttuto è una espressione che solitamente si usa per i videogiochi e in questo film il confine tra i due media quasi scompare) che ipertrofizza alcune delle caratteristiche della società contemporanea: gigantesche fortune capitaliste accumulate in una notte tramite innovazioni tecno/ludiche, il dominio del mercato che trasforma anche i monumenti storici o le bidonville in cartelloni pubblicitari, il progressivo diffondersi di un distanziamento dal reale verso l&#8217;ipnosi di un intrattenimento continuo, la presenza di sacche di resistenza informatiche che cercano di minare il sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Gamer è girato in uno stile (post) moderno che si nutre di videoclip, pubblicità, camere a mano, velocità, videogiochi, montaggio frenetico e convulso. La trama prende le mosse da un paio di idee di un produttore di videogiochi Ken Castle; la prima è il gioco Society, una piattaforma ludica dove persone reali vengono animate da giocatori paganti e costretti a eseguire ogni loro comando; la seconda idea è di trasferire questo tipo di interazione giocatore-giocato su di un campo di battaglia: carcerati condannati a morte si cimentano in una serie di battaglie, dove la posta in gioco è libertà o morte, comandati da giocatori comodamente seduti a casa. Il nuovo gioco si chiama Slayers.Tra questi combattenti c&#8217;è il più bravo, il più determinato Kable, in carcere per omicidio, fortemente motivato a ritornare dalla sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Due sono gli aspetti su cui vorrei fermarmi a riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;">-C&#8217;e&#8217; stato un tempo, un paio d&#8217;anni fa, che giochi o piattaforme di gioco come Second Life (qui un interessantissimo articolo su questo argomento <a href="mhtml:{48A31CA9-D738-41B0-98DA-615401D29FB1}mid://00000265/!x-usc:http://www.molleindustria.org/it/sette-giorni-in-una-seconda-vita">http://www.molleindustria.org/it/sette-giorni-in-una-seconda-vita</a>) sembravano annunciare il tramonto della vita umana, della realtà. Si profetizzava una totale delega dell&#8217;esistenza al virtuale: vite travasate tramite i modem negli schermi, muscoli atrofizzati, dita ipersviluppate per mouse e tastiere, junk food, junk life, junk world. Gamer ci offre l&#8217;ennesima rappresentazione di questa diffusa e ipersfruttata immagine (pensate agli umani di Wall-e). Society radicalizza l&#8217;idea di Second Life e la innesta con il format dei reality show: da casa i giocatori possono controllare persone vere, umani che si muovono in un piattaforma costruita appositamente per il gioco. Operai dell&#8217;intrattenimento che attraverso una invisibile protesi tecnologica delegano a qualcun altro la loro vita per diverse ore al giorno in cambio di un magro salario. Society è un luogo di zucchero filato e plastica colorata, i nostri operai/burattini/umani sono bellissimi, eccentrici, iper sorridenti, si muovono con fare strano e meccanico e rispondono perfettamente all&#8217;imperativo della modernità: un godimento pieno tramite l&#8217;isolamento totale dalla relazione, di chi è il corpo che si muove? Di chi lo incarna o di chi lo comanda? Il giocatore completamente assorbito dallo sguardo dello schermo scarica nel proprio avatar tutta le sue fantasie e le sue perversioni, realizza finalmente il superamento di tutte le timidiezze, l&#8217;infrazione delle regole, dei limiti, il declino della Legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa resta dell&#8217;umano? Un grasso e amorfo corpo seduto su di una poltrona circondato da cibo e bevande, stanze spoglie e grigie ma tecnologicamente equipaggiate. Sudore, bava e la possbilità di riscrivere una vita tramite un corpo femminile dispoto a tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">-Kable, l&#8217;eroe del film, è un abile combattente che per primo sembra poter riuscire a conquistare la libertà tramite Slayers. Non bisogna però dimenticare il presupposto del gioco: Kable non è pienamente libero nelle sue azioni ma è controllato da un giocatore; nel suo caso un ricco e annoiato ragazzino. Nelle mani di un adolescente la vita di un uomo, per questo giovane compratore l&#8217;ultima frontiera dell&#8217;intrattenimento e del mercato, il gioco della morte. Quanta merce che inonda il mercato è il risultato di sfruttamento, dolore, ingiustizie e riempie le stanze degli adolescenti occidentali? Quale il prossimo passaggio del mercato per saziare la fame di novità del consumatore?</p>
<p style="text-align: justify;">Gamer mette in scena l&#8217;infrangersi di limiti morali ed etici che già ora, nel nostro presente, sentiamo scricchiolare, e lo fa confezionando un prodotto destinato proprio a quei consumatori che, in apparenza, sembra voler criticare. Un&#8217; altra vittoria del mercato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.osservatoriopsicologia.it/2010/07/24/gamer/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
